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28 Marzo 2017
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Yemen, la fame e le bombe

Yemen, la fame e le bombe

di Michele Paris

A due anni esatti dall’inizio dell’aggressione militare saudita contro lo Yemen, il governo americano di Donald Trump starebbe valutando la concreta possibilità di aumentare il proprio impegno a fianco degli alleati del Golfo Persico in un conflitto che ha già ridotto al disastro il paese più povero del mondo arabo.

La stampa americana ha infatti rivelato l’esistenza di un piano allo studio del Pentagono per cancellare le restrizioni stabilite dall’amministrazione Obama all’uso della forza militare in Yemen a sostegno dello sforzo bellico dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti.

La precedente amministrazione Democratica aveva comunque avallato un’impresa criminale condotta principalmente dai propri alleati, partecipando al conflitto tramite la fornitura di armi alle forze armate saudite e degli Emirati. Allo stesso tempo, Washington ha assicurato a queste ultime informazioni di intelligence per facilitare l’individuazione di obiettivi da colpire durante incursioni aeree che interessano frequentemente edifici e strutture civili.

Ciò che intende fare ora l’amministrazione Trump è andare oltre le iniziative di Obama, assegnando maggiore libertà ai militari americani nella conduzione di un conflitto nel quale fino a pochi mesi fa il governo USA aveva cercato di limitare il proprio impegno, visto il potenziale destabilizzante per la regione e il continuo ripetersi di episodi cruenti facilmente identificabili come crimini di guerra.

Oltre a garantire il sostegno logistico e di intelligence ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi, gli Stati Uniti erano intervenuti finora in Yemen anche nel quadro delle operazioni “anti-terrorismo”, colpendo prevalentemente con i droni presunti membri dell’organizzazione fondamentalista “Al-Qaeda nella Penisola Arabica “ (AQAP).

Anche su questo fronte, peraltro, l’accelerazione imposta dall’amministrazione Trump ha già lasciato il segno, come conferma un’operazione condotta alla fine di gennaio dalle forze speciali USA che aveva provocato una trentina di morti, tra cui un numero imprecisato di donne e bambini.

Il maggiore coinvolgimento americano nella guerra in Yemen rientrerebbe nel processo di revisione della strategia USA in questo paese e che sarà ultimato solo nelle prossime settimane. La notizia di questi giorni riguarda per il momento una proposta che il segretario alla Difesa, generale James Mattis, avrebbe presentato alla Casa Bianca per dare il via libera alla partecipazione dei militari statunitensi a un’operazione guidata dagli Emirati Arabi e destinata alla conquista della città portuale di Hodeida, attualmente controllata dai ribelli sciiti Houthi.

Questa località si affaccia sul Mar Rosso ed è il principale punto d’ingresso nel paese sia degli aiuti umanitari sia delle forniture destinate agli Houthi. Hodeida è da tempo al centro delle mire degli Emirati, poiché soprattutto da qui gli Houthi metterebbero in pericolo la “libertà di navigazione” nella via d’acqua che separa la penisola arabica dal continente africano.

Già lo scorso mese di ottobre, gli Stati Uniti erano stati protagonisti di una rara operazione militare direttamente contro gli Houthi. Questi ultimi erano stati accusati di avere lanciato missili contro la nave da guerra americana “Mason”, di cui almeno uno proveniente proprio da Hodeida.

Il fatto che il primo passo verso un possibile allargamento dell’impegno militare USA abbia come teatro quest’area dello Yemen testimonia dell’importanza strategica del tratto di mare che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e quest’ultimo con l’Oceano Indiano. Da qui transita infatti una quota consistente dei traffici mondiali, in particolare quelli relativi ai prodotti petroliferi.

L’interesse delle potenze regionali e di Washington per un paese impoverito come Yemen dipende in generale proprio da questo fatto e ciò si intreccia con il ruolo che viene attribuito all’Iran nel sostenere la ribellione degli Houthi.

Gli Stati Uniti e le monarchie assolute del Golfo continuano a puntare il dito contro la Repubblica Islamica, responsabile di volere estendere la propria influenza sullo Yemen, alimentando parallelamente il sentimento anti-sunnita. Con ogni probabilità, il ruolo di Teheran in Yemen descritto da Riyadh è però decisamente esagerato, ma l’amministrazione Trump ha da subito sposato la versione saudita, nel quadro della promessa di annullare i timidi passi fatti dall’amministrazione Obama verso una relativa distensione dei rapporti tra USA e Iran.

Gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita avevano più volte chiesto un maggiore impegno agli Stati Uniti nell’aggressione contro lo Yemen, ma Obama aveva sempre limitato il contributo del proprio paese. Le motivazioni dell’ex presidente non erano dovute a scrupoli umanitari, viste anche le numerose stragi commesse negli ultimi due anni e mai condannate da Washington, ma al tentativo di limitare al minimo il coinvolgimento americano in un conflitto visto con orrore dall’opinione pubblica internazionale, malgrado il sostanziale disinteresse dei media.

Questi timori, e la possibilità sia pure remota di un’imputazione per crimini di guerra, sembrano dividere anche l’amministrazione Trump, nonostante l’allentamento delle restrizioni ai militari americani in Yemen sarebbe coerente con iniziative simili già prese dalla Casa Bianca in altri teatri di guerra internazionali. Fonti governative citate dal Washington Post sostengono infatti che all’interno dell’amministrazione Repubblicana ci sia “certamente un ampio disaccordo” sulla nuova strategia yemenita.

Il conflitto in Yemen era stato scatenato nel marzo del 2015 dall’Arabia Saudita per fermare l’avanzata dei ribelli Houthi che nel settembre precedente avevano preso possesso della capitale, Sana’a, costringendo alla fuga il presidente, Abd Rabbuh Mansour Hadi. Gli Houthi denunciavano da tempo la loro esclusione dal quadro politico del paese, creato grazie a un accordo negoziato da Washington e Riyadh per mettere fine all’instabilità seguita alle proteste popolari di massa del 2011.

Alle questioni settarie, evidenti dalle rivendicazioni degli Houthi, si sono poi sovrapposte le lotte di potere all’interno della classe politica indigena. La rivolta degli Houthi aveva costretto alla fuga in Arabia Saudita il presidente Hadi e il suo gabinetto, mentre a fianco dei nuovi padroni dello Yemen si era schierato il deposto presidente, Ali Abdullah Saleh, anch’egli ex burattino di Washington e Riyadh.

Dopo due anni di guerra segnati da disparità apparentemente enormi tra le parti in conflitto, gli Houthi continuano a conservare il controllo di ampie parti del paese arabo. Non solo, l’aggressione saudita e i numerosi massacri di civili che sono seguiti hanno consentito ai ribelli sciiti di raccogliere consensi in fasce più ampie della popolazione yemenita.

Proprio in coincidenza con il secondo anniversario dell’inizio delle operazioni militari, domenica centinaia di migliaia di manifestanti anti-sauditi si sono riversati nelle strade della capitale per chiedere la fine dei bombardamenti. A conferma poi che il processo di pace promosso dalle Nazioni Unite è ormai in uno stato comatoso, un tribunale istituito dai ribelli Houthi ha decretato la condanna a morte in absentia per alto tradimento del presidente Hadi in esilio e di altri sei membri del suo governo.

La guerra in Yemen continua anche a suscitare l’allarme di numerose organizzazioni umanitarie, sia per i crimini commessi da entrambe le parti sia per le condizioni di una popolazione allo stremo. Senza dubbio, gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e i loro alleati che partecipano alle operazioni militari hanno le responsabilità maggiori delle stragi registrate in questi due anni e della situazione interna di crisi assoluta. Washington, soprattutto, fornendo sostegno alle monarchie del Golfo impedisce di fatto l’avvio di un serio negoziato di pace, così come una qualche de-escalation delle violenze e l’accesso nel paese di quantità adeguate di cibo, medicinali e aiuti umanitari.

Le Nazioni Unite hanno definito l’emergenza in Yemen come la più grave tra quelle odierne nel mondo, con milioni di persone senza accesso a beni di prima necessità. Per l’organizzazione umanitaria Oxfam, una carestia di massa è più che probabile nei prossimi mesi, dovuta soprattutto al blocco navale imposto dall’Arabia Saudita, ufficialmente per impedire che forniture di equipaggiamenti militari giungano agli Houthi.

Un recente rapporto di UNICEF ha evidenziato infine come già oggi 2,2 milioni di bambini soffrano di “malnutrizione acuta” in Yemen e abbiano perciò bisogno di urgente assistenza, mentre il numero di minori uccisi nel conflitto è aumentato del 70% nell’ultimo anno. I dati ufficiali parlano di oltre 1.500 bambini uccisi a causa della guerra, cui vanno aggiunti 2.450 feriti o mutilati, 235 vittime di rapimento e più di 1.570 reclutati come combattenti.

 

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