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4 Dicembre 2016
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Hillary, Obama e il ricorso controvoglia

Hillary, Obama e il ricorso controvoglia

di Michele Paris

Nei prossimi giorni, in almeno due o forse tre stati americani partirà un riconteggio dei voti espressi nelle presidenziali dell’8 novembre scorso in conseguenza dei ricorsi presentati dalla candidata alla Casa Bianca per i Verdi, Jill Stein, a cui si è unita in maniera riluttante anche Hillary Clinton. La revisione delle schede e la verifica dell’integrità delle apparecchiature per il voto elettronico non dovrebbero modificare il risultato finale favorevole a Donald Trump, ma la vicenda appare ugualmente interessante per via della reazione alle richieste di riconteggio manifestata dai vertici del Partito Democratico, a cominciare dal presidente uscente Obama.

Già il fatto che l’idea di contestare il risultato del voto in stati come Wisconsin, Michigan e Pennsylvania non sia scaturita da un’iniziativa del Partito Democratico è piuttosto significativo. Infatti, non solo sarebbe ovviamente Hillary a beneficiare di un ipotetico ribaltamento dei risultati, ma l’esiguità del margine di vantaggio nei tre stati rende del tutto legittima una richiesta di riconteggio.

Ancor più, la vigilia delle presidenziali era stata animata da ripetuti avvertimenti al limite dell’isteria da parte della squadra di Hillary e dei suoi sostenitori circa il pericolo di un’intrusione nei sistemi informativi elettorali americani di hacker al servizio del governo russo che avrebbero potuto alterare l’esito del voto a favore di Trump.

Queste preoccupazioni hanno invece lasciato spazio alla conciliazione nei confronti del presidente eletto all’indomani dell’8 novembre, a conferma che la retorica anti-russa delle settimane precedenti serviva soltanto ad alimentare un clima da caccia alle streghe, utile per preparare il campo a nuove provocazioni nei confronti di Mosca.

In ogni caso, le pratiche per il riconteggio delle schede sono state avviate in Wisconsin e in Michigan, dove, secondo i dati ufficiali, Trump ha ottenuto rispettivamente circa 22 mila e 10 mila voti in più di Hillary Clinton su 2,9 milioni e 4,8 milioni di consensi espressi. In entrambi gli stati, tradizionalmente orientati a votare per il candidato Democratico alle presidenziali, il governatore e il procuratore generale sono Repubblicani.

In Pennsylvania, Trump ha invece un vantaggio relativamente più consistente - 68 mila voti su 6 milioni - ma proprio in questo stato sono da tempo segnalati i maggiori rischi di brogli o errori di conteggio, visto che le macchine elettroniche utilizzate non stampano, come altrove, una copia cartacea che riporti il voto espresso dagli elettori. A livello puramente teorico, un ribaltamento dei risultati in tutti e tre gli stati e la consegna dei loro “voti elettorali” a Hillary Clinton sarebbe sufficiente a cambiare l’esito delle presidenziali.

Dubbi sulla regolarità del voto in questi stati erano stati sollevati da un docente di informatica dell’Università del Michigan, Alex Halderman, il quale, pur sostenendo di non disporre di alcuna prova di brogli o manipolazioni, in Wisconsin aveva rilevato uno schema anomalo nei risultati. Nelle contee di questo stato che utilizzano macchine per il voto elettronico, Hillary Clinton aveva infatti ricevuto il 7% di consensi in meno rispetto a quelle dove sono previste schede cartacee e scanner ottici.

Mentre in Wisconsin e in Michigan sono già state completate le procedure per l’attivazione del riconteggio, così come sono stati depositati i fondi per il pagamento delle spese a esso connesse, a carico di coloro che fanno ricorso, in Pennsylvania le norme previste sono più complesse, tanto da mettere in dubbio la possibilità di ottenere una verifica complessiva del voto. Secondo la legge americana, qualsiasi riconteggio deve comunque essere ultimato entro 35 giorni dalle elezioni, in questo caso il 13 dicembre, poiché sei giorni più tardi i “grandi elettori”, che negli USA votano materialmente per il presidente, si riuniscono nei rispettivi stati per ratificare la decisione popolare.

Come già anticipato, l’aspetto più rilevante dal punto di vista politico della questione dei ricorsi è legato però all’atteggiamento dei leader Democratici. Hillary e il suo staff avevano inizialmente ignorato le richieste di riconteggio promosse dalla candidata alla presidenza dei Verdi. La decisione di prendere parte al procedimento è stata presa solo dopo che la vicenda ha assunto carattere nazionale ed è stata ripresa con una certa frequenza dai principali media.

In sostanza, Hillary e i suoi si sono visti quasi costretti a unire le forze con quelle dei sostenitori di Jill Stein per evitare che il movimento popolare anti-Trump, ovviamente favorevole a un riconteggio delle schede negli stati più equilibrati, sfuggisse di mano al Partito Democratico, con il rischio di incanalarsi verso un percorso di protesta alternativo.

Anche se formalmente gli avvocati di Hillary avranno un ruolo nelle pratiche legali in atto, l’ex segretario di Stato e il suo entourage continuano a mostrare freddezza nei confronti della vicenda. Le prese di posizione dell’ormai ex candidata alla Casa Bianca sono affidate per lo più a dichiarazioni stringate, spesso espresse sui social media, del consulente legale, Marc Elias, mentre ciò che prevale negli ambienti Democratici, come ha scritto lunedì la testata on-line Politico, è un senso di “irritazione” nei confronti di Jill Stein e dei Verdi.

Ancora più indicativa, e per certi versi sconcertante, è stata poi la reazione del presidente uscente. Attraverso un esponente della sua amministrazione, Obama qualche giorno fa ha di fatto condannato i ricorsi in Wisconsin, Michigan e Pennsylvania, per affermare la fermezza con cui la Casa Bianca intende accettare “i risultati delle elezioni”, i quali “riflettono accuratamente la volontà del popolo americano”.

Quest’ultima dichiarazione è particolarmente straordinaria, sia per la manciata di voti che separa Trump da Hillary in alcuni stati decisivi sia per il fatto che, in definitiva, solo un quarto degli elettori americani ha alla fine votato per il candidato Repubblicano. Soprattutto, però, la dichiarazione del portavoce di Obama legittima l’agenda di estrema destra del presidente eletto malgrado la sua rivale abbia ottenuto qualcosa come 2,2 milioni di voti in più su scala nazionale.

Un dato simile è decisamente senza precedenti nella storia elettorale americana. Anzi, il margine di vantaggio di Hillary nel voto popolare risulta addirittura superiore a quello fatto registrare da sette candidati vincenti a partire dal 1900 (McKinley nel 1900, Taft nel 1908, Wilson nel 1912 e 1916, Truman nel 1948, Kennedy nel 1960, Nixon nel 1968 e Carter nel 1976).

Se il sistema elettorale americano - antiquato e innegabilmente antidemocratico - consente un esito di questo genere, visto che a decidere sono i “voti elettorali” assegnati da ogni singolo stato, con il risultato di penalizzare quelli più popolosi, un divario simile a favore del candidato perdente dovrebbe quanto meno spingere il partito di quest’ultimo a chiedere al presidente eletto di tenere in seria considerazione la volontà di quella che, a tutti gli effetti, è la volontà della maggioranza numerica degli elettori.

Al contrario, i vertici Democratici si sono affrettati a garantire piena legittimità all’agenda ultra-reazionaria di Trump, a sua volta sentitosi libero di nominare individui di estrema destra a cariche importanti nella sua nuova amministrazione.

Il comportamento di Obama, in particolare, è tanto più incredibile se si considera che solo all’inizio di ottobre l’ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale e il Dipartimento della Sicurezza Interna avevano preso la decisione senza precedenti di accusare ufficialmente un governo straniero - quello russo - di interferire in maniera deliberata nel processo elettorale americano per favorire un candidato alla presidenza (Trump).

L’indifferenza e l’ostilità verso le richieste di riconteggio mostrata dai leader Democratici, anche senza entrare nel merito delle effettive possibilità di successo, rivela dunque un aspetto fondamentale che caratterizza la classe dirigente americana, vale a dire la paura di favorire un qualche movimento di opposizione nel paese diretto contro il sistema politico di Washington.

Un timore che, come dimostra il voltafaccia di Obama sulla possibile manipolazione delle elezioni, supera di gran lunga quello di vedere insediarsi alla Casa Bianca un’amministrazione con chiare tendenze fasciste. Obama, d’altra parte, alla chiusura delle urne ha fatto di tutto per garantire una transizione senza scosse, mentre in una conferenza stampa aveva definito lo scontro pre-elettorale tra Democratici e Repubblicani, considerato dai media americani tra i più duri della storia, come una mera “disputa tra le mura domestiche”.

Nelle considerazioni post-voto di Obama, ma anche della stessa Hillary, fermo restando lo shock per una sconfitta che in pochi si attendevano, sugli scrupoli democratici ha prevalso così la necessità di garantire la continuità e la salvaguardia dei grandi interessi che rappresentano l’unico riferimento della politica americana, al di là degli schieramenti.

Le prove di questa realtà sono state molteplici nelle ultime settimane, a cominciare dalle parole della responsabile della campagna elettorale di Trump, Kellyanne Conway, la quale in una recente intervista alla CNN ha rivelato come Trump e Obama stiano “discutendo regolarmente su svariate questioni”.

Ancora più significative sono inoltre due iniziative prese nei giorni scorsi dal presidente uscente per garantire al suo successore fondamenta più solide nella costruzione di uno stato autoritario e la facoltà di espandere l’impegno militare americano all’estero senza troppi vincoli.

Nel quasi disinteresse generale, Obama ha da un lato assegnato maggiore libertà d’azione alle Forze Speciali, svincolandole dal controllo dei vari comandi regionali delle Forze Armate e trasformandole di fatto in squadre clandestine della morte al servizio diretto del Pentagono, e dall’altro ha scartato l’ipotesi di adottare regole più stringenti per l’utilizzo dei droni, consegnando in maniera intatta a Trump uno strumento ben collaudato per proseguire la campagna di assassini mirati virtualmente in ogni angolo del pianeta, incluso il territorio americano.

 

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