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28 Novembre 2014
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Kabul, la guerra per sempre

Kabul, la guerra per sempre

di Michele Paris

L’avventura bellica degli Stati Uniti in Afghanistan non finirà alla fine di quest’anno come promesso qualche mese fa dal presidente Obama ma proseguirà, per il momento nel solo 2015, con “missioni” di ampia portata in appoggio alle forze armate indigene contro la resistenza talebana e di altri gruppi di “militanti” islamici. La fine delle operazioni di combattimento per le forze di occupazione americane e occidentali in genere sarebbe dovuta avvenire con l’inizio del nuovo anno, quando, in virtù di un accordo firmato recentemente dal nuovo presidente afgano, un contingente agli ordini del Pentagono avrebbe avuto i soli incarichi di portare a termine operazioni mirate contro i membri di al-Qaeda rimasti nel paese centro-asiatico e di contribuire all’addestramento dell’esercito locale.

Secondo quanto scritto nel fine settimana dal New York Times, invece, la Casa Bianca nelle scorse settimane avrebbe autorizzato un impegno ben maggiore per i quasi 10 mila soldati USA che rimarranno in Afghanistan a partire dal primo gennaio 2015. I militari potranno partecipare a operazioni contro i Talebani se questi minacceranno lo stesso contingente USA o il governo afgano. Non solo, la nuova “autorizzazione consentirà a jet, bombardieri e droni americani di appoggiare le truppe afgane durante le missioni di combattimento”.

La decisione altera così in maniera sostanziale la natura della presenza degli Stati Uniti in Afghanistan nel prossimo futuro, visto che la sola autorizzazzione relativa a operazioni contro i rimanenti affiliati ad al-Qaeda, se presa alla lettera, si sarebbe risolta con ogni probabilità in modeste attività militari.

Per stessa ammissione del governo e dei vertici militari USA, in Afghanistan sono infatti rimaste al massimo poche decine di jihadisti facenti parte dell’organizzazione fondata da Osama bin Laden. Ad annunciare la precedente politica afgana di Washington era stato lo stesso Obama lo scorso maggio in un’apparizione pubblica nei giardini della Casa Bianca.

In quell’occasione, Obama intendeva avanzare le proprie credenziali di presidente impegnato a portare a termine una guerra ultra-decennale ormai impopolare, ma la svolta rivelata dal Times - avvenuta opportunamente dopo le elezioni di metà mandato - smentisce clamorosamente lo stesso annuncio e prospetta, come in molti sostenevano fuori dalle redazioni dei media “mainstream”, un coinvolgimento ben più profondo degli Stati Uniti nelle vicende afgane.

A livello ufficiale, alla fine del 2015 in Afghanistan dovrebbero comunque restare poco meno di 5 mila soldati USA, i quali scenderebbero poi a mille entro la fine del 2016, con il compito principale di difendere la rappresentanza diplomatica americana a Kabul e la base militare di Bagram. Questa previsione è tuttavia da prendere con le molle, visto che, come conferma il cambiamento di strategia ordinato da Obama per il 2015, ulteriori modifiche potrebbero avvenire anche nei prossimi mesi.

A rendere ancora più inquietante la notizia del fine settimana, peraltro non confermata dal governo, il quotidiano newyorchese ha descritto la decisione come il risultato di profonde tensioni all’interno dell’amministrazione Obama. La promessa del presidente di “terminare” la guerra in Afghanistan si sarebbe cioè scontrata con le richieste del Pentagono di consentire alle “truppe americane di completare con successo le restanti missioni nel paese” occupato, vale a dire di continuare a operare a pieno regime contro l’opposizione armata al governo centrale.

Per i reporter del Times, la discussione sarebbe stata influenzata da quello che è avvenuto in Iraq a partire dalla scorsa primavera, con l’esercito indigeno - ugualmente addestrato dagli americani - scioltosi come neve al sole di fronte all’avanzata dello Stato Islamico (IS) e senza una presenza militare USA significativa per salvare il governo di Baghdad. In definitiva, al termine di questo “confronto” tra l’autorità civile e i vertici militari, questi ultimi “hanno ottenuto quello che volevano” riguardo all’Afghanistan.

Il continuo impiego delle forze statunitensi contro la resistenza dei Talebani è in ogni caso perfettamente in linea con i reali obiettivi della guerra in Afghanistan, al di là dei proclami ufficiali. Per quanto condannabili possano essere i metodi e l’ideologia degli “Studenti del Corano”, la loro battaglia è sempre stata quella di “liberare” l’Afghanistan dall’occupazione occidentale, senza alcuna agenda terroristica al di fuori dei confini di questo paese.

Con la dissoluzione di al-Qaeda in Afghanistan o il ripiegamento dei suoi membri verso altri paesi, la guerra e l’occupazione degli USA sono apparse a tutti non più come uno sforzo per combattere i responsabili degli attacchi dell’11 settembre ma come un impegno per respingere forze che intendono rovesciare un governo fantoccio al servizio dell’Occidente e che all’Occidente, ovvero a Washington, garantisce una presenza a tempo indeterminato in un’area strategicamente cruciale del globo.

Un altro fatto che ha influito sulla decisione di Obama riportata dal New York Times è infine l’ascesa alla presidenza di Ashraf Ghani, il nuovo burattino di Kabul succeduto a un Hamid Karzai che nella fase finale del suo ultimo mandato aveva assunto posizioni più critiche nei confronti degli Stati Uniti.

Il cambio di regime ai vertici dello stato afgano, avvenuto quest’anno sotto forma di controverse elezioni presidenziali, ha dunque favorito il ritorno a relazioni cordiali tra Washington e Kabul, tanto che sarebbe stato lo stesso Ghani a chiedere agli americani di continuare a combattere i Talebani anche nel 2015.

Ghani, inoltre, appena installato al potere aveva subito firmato l’accordo per mantenere sul territorio del suo paese un contigente americano di occupazione almeno per il prossimo decennio, dopo che Karzai si era rifiutato ostinatamente di ratificarlo nonostante lo avesse negoziato in prima persona.

La nuova amministrazione afgana, così come quella precedente, fonda d’altra parte il proprio potere e le proprie ricchezze su basi esilissime ed è ben consapevole che in caso di ritiro totale delle forze di occupazione USA la propria sorte potrebbe essere non molto differente da quella atroce riservata dai Talebani nel 1996 all’ex presidente filo-sovietico Mohammad Najibullah.

Quello che il comandante delle forze di occpazione in Afghanistan, generale John Campbell, ha definito come un cambiamento “dal giorno alla notte”, tra la presidenza Karzai e quella neonata di Ghani nei rapporti con gli USA, è apparso chiaro sempre nei giorni scorsi quando è emersa la notizia che il presidente ed ex funzionario della Banca Mondiale ha annullato il divieto imposto dal suo predecessore ai cosiddetti “raid notturni” delle forze speciali americane.

Queste operazioni risultano particolarmente odiose per i cittadini afgani perché comportano la violazione delle loro abitazioni, nelle quali i reparti speciali degli Stati Uniti fanno irruzione per dare la caccia a presunti terroristi, uccidendo frequentemente donne, bambini e civili innocenti.

La pratica era stata in buona parte vietata da Karzai nel 2013, sia pure consentita se condotta esclusivamente da soldati afgani, i quali non avevano però la possibilità di chiedere nel corso delle operazioni notturne l’intervento del supporto aereo americano. Ciò tornerà invece a essere possibile nel 2015 grazie anche alla decisione di Obama di autorizzare il coinvolgimento delle truppe USA nelle operazioni tout court contro i Talebani.

 

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