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31 Agosto 2014
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Parigi, provincia di Berlino

Parigi, provincia di Berlino

di Mario Lombardo

La dissoluzione del governo francese nella giornata di lunedì e la nascita di un nuovo Esecutivo il giorno successivo sono soltanto le più recenti manifestazioni delle crescenti divisioni interne alle élites francesi, ed europee in genere, attorno alle politiche economiche da perseguire in una situazione di persistente affanno economico dovuto alla profonda crisi del capitalismo occidentale.

Le dimissioni del primo ministro Manuel Valls e il nuovo incarico assegnatogli da François Hollande si sono tradotti in un governo ancora più spostato a destra di quello uscente. Se dodici ministri hanno conservato i loro incarichi, tra cui Laurent Fabius agli Esteri e Jean-Yves Le Drian alla Difesa, le nuove entrate appaiono significative, a cominciare dal nuovo ministro dell’Economia, il 36enne Emmanuel Macron. Ex banchiere d’affari e già consigliere economico del presidente, Macron è uno dei rappresentanti della destra del Partito Socialista, discepolo, come il premier Valls, del rigore e del libero mercato.

La nascita del terzo governo in soli due anni di presidenza Hollande è stata dovuta alla rivolta interna all’esecutivo Valls, nato appena cinque mesi fa, a causa delle politiche di austerity che hanno fatto precipitare i livelli di popolarità dei leader socialisti ai minimi storici.

Le parole pronunciate nel fine settimana dagli ormai ex ministri dell’Economia, Arnaud Montebourg, e dell’Educazione, Benoît Hamon, hanno portato alla luce del sole e in maniera clamorosa le resistenze di una parte della classe dirigente d’oltralpe al percorso scelto dall’Eliseo per cercare di portare la Francia fuori da una crisi economica sempre più preoccupante.

Per Montebourg, “la marcia forzata verso la drastica riduzione del defcit pubblico è un’aberrazione economica, un’assurdità finanziaria e un disastro politico”. Simili giudizi, difficilmente contestabili, hanno pesato come macigni sulla sorte di un governo creato in seguito alla svolta a destra di Hollande dopo il tracollo dei socialisti nelle elezioni amministrative di primavera ma che ancora includeva qualche esponente dell’ala “sinistra” del partito al governo.

Hamon, da parte sua, in un’intervista pubblicata sul quotidiano Le Parisien, ha criticato il sostanziale appiattimento di Parigi sulle posizioni di Berlino, sostenendo che “la Merkel non può essere l’unica persona a fissare l’agenda europea”, visto che “la Germania persegue i propri interessi individuali” e non quelli dell’Unione. Altrettanto correttamente, entrambi i ministri uscenti hanno poi attribuito la costante crescita di partiti di estrema destra come il Fronte Nazionale (FN) precisamente alle impopolari politiche di rigore del governo a guida Socialista.

Inevitabilmente, le bordate di Montebourg e Hamon hanno portato alla loro sollevazione dai rispettivi incarichi, sia pure sotto forma di dimissioni, dopo le dure reazioni di Hollande e Valls nella giornata di lunedì. A lasciare il governo è stata anche il ministro della Cultura, Aurélie Filippetti, ugualmente protagonista nei giorni precedenti di critiche aperte alla fissazione per l’austerity del presidente e del primo ministro.

L’emersione della diatriba interna al governo francese è coincisa con le recenti affermazioni dello stesso presidente Hollande, il quale aveva pubblicamente ribadito i propositi di risanamento forzato delle finanze di Parigi, pur ammettendo le difficoltà incontrate e la quasi certa impossibilità di centrare per quest’anno - e probabilmente anche per il prossimo - gli obiettivi fissati per l’eurozona in assenza di una significativa crescita economica.

A pesare sulla situazione francese sono, tra l’altro, i 50 miliardi di euro di tagli alla spesa pubblica voluti da Hollande entro la fine del suo mandato nel 2017 e i 40 miliardi in tagli al carico fiscale delle aziende transalpine, ufficialmente per favorire investimenti e assunzioni.

Le sezioni della classe dirigente francese a cui fanno riferimento personalità come i tre ex ministri Socialisti nutrono un profondo risentimento verso Hollande per avere perso l’occasione, dopo il suo ingresso all’Eliseo, di mettere il proprio paese alla guida di un fronte europeo che avrebbe dovuto opporsi ai diktat tedeschi sul rigore, destinati ad intensificare le tensioni sociali nel continente, e promuovere invece politiche di crescita.

Un allentamento dell’austerity allo scopo di arginare le derive populiste viene tuttora richiesto a gran voce da vari governi dell’Unione - tra cui quello di Renzi in Italia - ma, a ben vedere, ricette come quelle promosse senza successo da Montebourg in Francia hanno una portata progressista decisamente marginale.

Il modello a cui queste forze di “sinistra” fanno riferimento, d’altra parte, è sostanzialmente quello seguito dagli Stati Uniti dopo la crisi e la brevissima stagione di aumento della spesa pubblica per rilanciare in maniera diretta la crescita economica, basato cioè principalmente su un’aggressiva politica monetaria della Fed che ha contribuito ad alimentare una nuova pericolosa bolla speculativa.

Ciò ha beneficiato solo una fascia ristretta della popolazione, più che altro in seguito ad un vero e proprio boom artificiale dei listini di borsa, senza peraltro dare una scossa all’inflazione e determinando una crescita dell’economia reale poco più che anemica. Gli effetti sul mercato del lavoro sono stati inoltre trascurabili, dal momento che la riduzione del livello ufficiale di disoccupazione è stata determinata in larga misura dalla rinuncia da parte di milioni di americani alla ricerca di un’occupazione.

Le proposte di mettere in atto simili politiche di “stimolo”, oltretutto, sembrano spesso rappresentare una sorta di copertura per far digerire altre “riforme” come quella del lavoro, inesorabilmente destinato alla totale flessibilizzazione come strumento in apparenza imprescindibile della crescita economica.

Sul fronte francese, le tensioni manifestatesi in questi giorni rivelano anche le crescenti preoccupazioni per il rafforzamento della posizione economica e politica della Germania dovuto al percorso rigorista intrapreso dall’Unione Europea. Il mantenimento di livelli di competitività relativamente solidi del sistema tedesco costituisce infatti per molti a Parigi una minaccia alla posizione della seconda economia europea, al contrario in piena stagnazione.

Le questioni economiche, in questo caso, si intrecciano con quelle strategiche, come dimostra la vicenda ucraina e il complicarsi dei rapporti con la Russia, e hanno portato in Francia all’intensificarsi delle voci che chiedono una politica estera indipendente e che fanno appello a un nazionalismo più spinto, non solo tra le fila del Front National.

Lo stesso Montebourg, dopo la nomina a ministro dell’Industria nel primo governo della presidenza Hollande guidato da Jean-Marc Ayrault, aveva ad esempio proposto l’imposizione di tasse sulle importazioni per proteggere l’industria domestica. Le sue battaglie in questo senso non avevano comunque impedito la chiusura di importanti impianti, come quelli di Peugeot-Citroën nei pressi di Parigi e del colosso dell’acciaio ArcelorMittal in Lorena, nonostante le minacce di nazionalizzazione di quest’ultimo.

La formazione del governo Valls bis testimonia dunque della profonda crisi del Partito Socialista francese, confermata dall’allontanamento sempre più evidente di Hollande dalla base elettorale che aveva consentito il suo successo su Sarkozy nel 2012.

Questa realtà potrebbe riflettersi ben presto in Parlamento, soprattutto in vista della legge di bilancio per il 2015, che sarà introdotta a partire dal mese di ottobre, e della prossima discussione sulla liberalizzazione del settore dei servizi, puntualmente definito dai media come “altamente regolamentato”. Una quarantina di deputati socialisti di “sinistra”, sentendosi emarginati all’interno del nuovo esecutivo, potrebbe così opporre una qualche resistenza alle prossime iniziative del governo, rendendo ancora più complicato il futuro del presidente.

Le divisioni e i malumori, tuttavia, secondo la maggior parte dei commentatori difficilmente esploderanno ulteriormente a breve, soprattutto in presenza di numeri che condannerebbero il Partito Socialista nel caso di nuove elezioni.

Lo stesso ministro dimissionario Filippetti, infatti, ha ad esempio già escluso possibili fratture alla “sinistra” del partito, affermando il proprio supporto per il nuovo governo, orientato ancora più a destra dopo il reincarico al primo ministro Valls.

 

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