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Sab
27 Agosto 2016
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L’asse Mosca-Teheran

L’asse Mosca-Teheran

di Fabrizio Casari

L’utilizzo di basi iraniane da parte dei caccia russi per gli attacchi alle postazioni del califfato e di Al-Nusra, ovvero Al-quaeda in Siria, certifica il raggiungimento di un ulteriore stadio delle relazioni tra Mosca e Teheran. La collaborazione militare tra i due paesi, che segue una serie di accordi strategici commerciali ed energetici, preoccupa gli Stranamore della Nato, per i quali la Russia continua ad essere il nemico di sempre. Anche in assenza dello scontro ideologico e sistemico che vide la contrapposizione dei due blocchi dal dopoguerra al 1989, Mosca continua infatti a generare allarme nei palazzi occidentali, primo fra tutti il Pentagono.

Il che si deve non tanto e non solo alla forza politica e militare russa, pure oltremodo considerevole, quanto al suo disegno di ricostruzione politica e strategica, che intende recuperare il ruolo che storicamente gli è appartenuto e che prevede un peso importante nello scacchiere internazionale.

La sua forza militare, economica e politica, l’influenza che esercita e la sua collocazione geografica nel crocevia di tre continenti, fa sì che il Cremlino ritenga giusto, prima che opportuno, partecipare attivamente alla governance mondiale, opponendosi alla riaffermazione inerziale del comando unipolare a guida statunitense.

Anche in questa chiave va letto il patto militare con la Cina, che interrompe decenni di ostilità reciproca e sancisce una nuova fase per gli equilibri militari e politici destinata a sovvertire l’ordine di grandezza precedentemente acquisito.

Questo progetto, così come l’alleanza con l’Iran, vuole difendere anche la stessa integrità della Russia, minacciata ormai da batterie di missili e migliaia di soldati NATO presso le sue frontiere (in aperta violazione degli accordi tra USA e Russia). Ciò viene raccontato dalla pubblicistica occidentale come l’evidenza del disegno egemonico di Putin, mentre provocare e minacciare la Russia viene definito uno schema difensivo.

La NATO tenta di schiacciare Mosca in una posizione puramente difensiva, erodendone costantemente l'area-cuscinetto che dovrebbe salvaguardare la giusta distanza tra le rispettive zone d'influenza, considerando soprattutto che per la Russia si tratta di territori confinanti. A questo scopo la NATO utilizza per un verso il sentimento revanscista di repubbliche con governi nazistoidi (Ungheria e Polonia e Ucraina fra tutte, affiancate da Lettonia, Estonia e Lituania) e per l’altro verso la subrdinazione cieca di Bruxelles verso Washington.

Il risultato è che Mosca viene minacciata militarmente e limitata economicamente con missili, soldati e sanzioni destinate ad accrescerne l’accerchiamento e l’isolamento. Il tutto, sebbene privo di sostegno giuridico, è utile alla strategia NATO di nuova guerra fredda, così necessaria per gli interessi economici statunitensi.

Non tutto funziona però nel dispositivo occidentale. Nella complicata partita a scacchi avvelenati che Washington ha deciso di aprire contro Mosca, Putin appare un giocatore abile, freddo e determinato, difficilissimo da battere. Ha umiliato Obama due volte sulla Siria: in un primo momento quando nel 2015 gli impedì di entrare direttamente nel conflitto contro Assad; successivamente, quando capì che la NATO aveva deciso di sferrare il colpo finale sulla Siria, decidendo di entrare in guerra direttamente. Ribaltando, in pochi mesi, le sorti del conflitto.

Per Putin non si trattava solo di difendere le basi russe in territorio siriano, pure obiettivo fondamentale per Mosca; l’intenzione era quella di dimostrare che la Russia non gioca quando ci sono in ballo i suoi interessi e che nessuna intesa sui nuovi equilibri mediorientali può essere raggiunta senza il suo coinvolgimento, men che mai ai suoi danni, che l’Occidente lo voglia o meno.

Mosca, d’altra parte, nei confronti del radicalismo islamista nutre assoluto interesse anche per i possibili risvolti interni. Proprio dal Caucaso, così come da alcuni territori asiatici, può venire la minaccia islamica di fede sunnita alla sua integrità. Non sfugge al Cremlino come numerosi siano stati i mercenari caucasici arruolatisi nell’Isis e tutto vuole meno che vederseli rientrare con l’intenzione di portare la guerra in Russia. E così come fece in Afghanistan prima ed in Cecenia poi, la Russia - giusto o sbagliato che sia - ritiene di dover affrontare il radicalismo islamico con determinazione militare identica a quella politica.

Anche in considerazione di questo aspetto, oltre che degli equilibri internazionali in un’area di prossimità, Putin è consapevole del ruolo ispiratore di Ryad nei confronti del terrorismo islamico e non ha dunque nessuna intenzione di veder consegnare alla monarchia saudita l’egemonia religiosa, politica e militare dal Golfo Persico fino a Gibilterra.

Dunque, approfittando delle relazioni storicamente positive con l’Iran e il mondo sciita, lavora ormai alacremente alla costituzione di un polo energetico e militare alternativo a quello a guida saudita, in modo da esercitare una pesante ipoteca sugli equilibri di tutto il Medio Oriente.

Dal canto suo, l’Iran ha tutto l’interesse ad una alleanza con Mosca, soprattutto in chiave commerciale. Cessato l’embargo occidentale e in attesa di un netto miglioramento delle relazioni con l’Europa, ha contribuito sensibilmente alla cacciata dell’Isis dall’Irak e si muove ora sullo scacchiere contando sul silenzio americano, che ne riconosce i meriti e contemporaneamente, fa in qualche modo pagare a Netanyahu il conto delle pessime relazioni tra Washington e Tel Aviv.

L’Iran non solo è nemico irriducibile delle monarchie sunnite e wahabite del Golfo, ma per la crisi economica che lo attraversa ha bisogno di recuperare la sua capacità di export petrolifero. Vede però il suo ritorno sul mercato internazionale del greggio limitato proprio dalla politica di sovrapproduzione decisa da Ryad, che agisce con il chiaro intento di avvantaggiare gli emirati e ridurre l’influenza energetica di Russia, Iran, Venezuela ed Ecuador fra gli altri.

Anche per quanto riguarda l’impegno militare iraniano in Siria non si tratta solo di una questione religiosa, ovvero dell’aiuto agli alawiti, che sono parte del mondo sciita. L’intenzione principale è quella di riaffermare il suo ruolo di potenza regionale e di riferimento del mondo sciita, quindi di contrastare il crescente peso dell’Arabia Saudita e delle altre monarchie nel Golfo, che si può vedere delineato anche nella vicenda yemenita.

In questo senso una Siria alawuita, o comunque laica, per Teheran è meglio, molto meglio che una Siria sunnita. Significa, tra le altre cose, il proseguire del sostegno ad Hezbollah in Libano e ad Hamas a Gaza e, oggettivamente, aumentare le difficoltà di Israele e degli Stati Uniti nel controllo della regione.

In questo riposizionamento dei principali attori è semmai inedito il percorso di avvicinamento di Russia e Iran con la Turchia. Sunnita e sponsor dell’Isis, Ankara è il paese che, insieme all’Arabia Saudita, più si è speso per la cacciata di Assad. Oggi il panorama è però sensibilmente mutato.

La certezza del coinvolgimento statunitense ed europeo nel fallito colpo di Stato a Luglio (sembrava la fotocopia di quello contro Chavez in Venezuela altrettanto fallito diversi anni prima ndr) ha avvertito Erdogan circa l’isolamento del suo governo. Del resto, il sultano repressore non ha lesinato ricatti alla UE attraverso i migranti e alla NATO attraverso il sostegno all’Isis (anche quando la NATO aveva deciso di ritirarlo). Gli ammiccamenti di Washington ai curdi, poi, hanno avuto l’effetto di agitare il classico drappo rosso davanti agli occhi del toro del Bosforo e la tensione con Washington è salita alle stelle.

Il destino dei curdi avrà un peso determinante nell’accelerazione o nel rallentamento dei rapporti tra Mosca, Teheran e Ankara ma è quest’ultima che ha fretta di raggiungere un accordo con loro e con l’Occidente sulla questione. Ankara vuole scongiurare una conferenza di pace sulla Siria che preveda la nascita di uno stato curdo o anche solo di un territorio curdo con le caratteristiche giuridiche ed amministrative magari sul modello di quelle esistenti a Gaza. In conseguenza di ciò il sultano si muoverà, avendo però già deciso di giocare in proprio, di trattare da posizioni di forza e di sfidare sul piano dell’imprevedibilità e della spregiudicatezza politica l’Occidente tutto.

E’ presto per capire se l’asse tra Mosca e Teheran potrà contare sull’appoggio di Ankara e, tutto sommato, appare difficile che ciò avvenga per la non trascurabile ragione che la Turchia è il terzo paese NATO per numero di militari e che quindi l’Alleanza, prima di perdere il suo ruolo nel Bosforo e nello stretto dei Dardanelli, ci penserà un milione di volte.

In fondo questo pare l’obiettivo del sultano: dimostrare forza e spregiudicatezza per trattare con UE e USA. Al momento le opzioni di Erdogan sembrano essere due: o l’ingresso in Europa o l’Europa come avversario. Entrambe complesse e irte di ostacoli e compromessi.

Nulla verrà deciso prima dell’avvento della nuova Amministrazione USA, ma nel frattempo Mosca e Teheran (con Pechino sullo sfondo) lavorano compiaciuti all’ultimo fallimento dell’Occidente, che per assegnare ai satrapi medievali delle monarchie del Golfo il ruolo di superpotenza, ne hanno creata un’altra molto più grande e decisamente ostile ai suoi interessi.

 

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