Nella polemica con la Ue sulla manovra, Matteo Salvini e Luigi Di Maio non cercano in alcun modo rientrare nel solco della diplomazia. Al contrario, incattiviscono ogni giorno gli attacchi contro Juncker & Co, lasciandosi andare anche al dileggio più triviale (“parlo solo con gente sobria”, ha detto il vicepremier leghista in riferimento al presidente della Commissione europea, accusato di essere un ubriacone). Ma perché si è arrivati a tanto?

 

La strategia dei due vicepremier sembra avere un duplice scopo. Innanzitutto, lo scontro con Bruxelles è la più potente arma propagandistica nelle mani di Lega e M5S in vista delle europee di maggio. I due partiti di governo puntano tutto sul dopo elezioni, scommettendo che il voto stravolgerà gli equilibri nell’Europarlamento e consegnerà ai sovranisti – alleati con il Ppe – le redini dell’Unione. Salvini sogna di piazzare su poltrone importanti quattro commissari euroscettici, di cui uno leghista e altri tre provenienti da Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca.

 

In secondo luogo, l’artiglieria verbale che i gialloverdi sganciano quotidianamente sull’Europa viene impiegata come arma di distrazione. Le schermaglie con Bruxelles distolgono l’opinione pubblica dal fatto che con la manovra il Governo sta combinando disastri su due fronti: viene meno alle promesse scritte nel contratto e al tempo stesso espone il paese al tiro a segno dei mercati.

 

L’accordo di governo prevedeva misure per un costo totale di circa 125 miliardi, che ovviamente rimarranno nel mondo dei sogni. La flat tax originaria, quella a due aliquote (15 e 20%), si è ridotta all’estensione degli sgravi fiscali previsti per le partite Iva più piccole. La dotazione del reddito di cittadinanza, invece, si è praticamente dimezzata nel passaggio dalla fantasia alla realtà (da 17 a 8-10 miliardi), il che implica una forte riduzione della platea dei beneficiari.

 

Ma non è finita: per finanziare questi interventi – anche nelle versioni depotenziati – non basterà nemmeno l’extra-gettito garantito dall’aumento del deficit/Pil 2019 al 2,4%. Serviranno anche aumenti delle tasse e tagli di spesa, a cominciare da quelli già previsti per scuola e università: il ministero dell’Istruzione ha calcolato una perdita di 100 milioni di euro, di cui 65 arriveranno dal ridimensionamento dell’alternanza scuola lavoro e 35 da fondi non spesi.

 

Tutto questo per ottenere cosa? Un impatto minimo sull’economia reale e un potenziale disastro sui mercati finanziari, dove i rendimenti dei Btp a 10 anni sono già ai massimi dal 2014 e lo spread è in continua ascesa. L’Italia deve rifinanziare un debito da oltre 2.300 miliardi di euro e la fiducia degli investitori nei confronti di questo governo è sempre più bassa. Non è servita a niente nemmeno la revisione in extremis dei target di deficit per il 2020 e il 2021 dal 2,4% su entrambi gli anni al 2,1% e all’1,8%.

 

Il sospetto, sui mercati come a Bruxelles, è che i conti della manovra non tornino. Secondo vari osservatori, il Governo italiano avrebbe inserito nel Def alcuni trucchi contabili per tenere in piedi le promesse di abbattere il debito di quattro punti percentuali in tre anni e di ridurre progressivamente il deficit.

 

Le furbate sarebbero tre: crescita sovrastimata del Pil 2019 (+1,5%), 2020 (+1,6%) e 2021 (+1,1%), in modo da alzare il denominatore e ridurre i rapporti deficit/Pil e debito/Pil; cancellazione delle clausole Iva solo per l’anno prossimo (gli stanziamenti per 2020 e 2021 vengono rinviati a provvedimenti successivi); una stima altissima (e inverosimile) del gettito garantito dalle privatizzazioni: 10 miliardi nel biennio 2019-2020.

 

Di fronte a timori del genere, la fuga degli investitori è inevitabile e sappiamo già quali saranno le conseguenze. L’aumento dei tassi e dello spread si rifletterà sul costo di finanziamento per le banche, che a loro volta ridurranno il credito a famiglie e aziende, rallentando l’economia del Paese. Ma tutto questo, per fortuna di Lega e M5S, non farà in tempo a realizzarsi prima delle elezioni di maggio.

Più del cosa conta il come, anche quando si parla di deficit. Il problema più grave dell’Italia è la scarsità di lavoro, soprattutto fra i giovani: su questo punto - banale, ma difficilmente discutibile - sono tutti d’accordo, eppure anche il “governo del cambiamento” non sta facendo nulla per affrontare la questione. La bozza di manovra che emerge dal Documento di economia e finanza approvato giovedì in Consiglio dei ministri non contiene alcun intervento in grado di aumentare la produttività e creare posti di lavoro.

 

Invece di puntare il dito contro questa voragine, la maggior parte delle critiche ai progetti legastellati - anche da sinistra - si è concentrata sull’aumento del deficit Pil al 2,4% (il triplo rispetto allo 0,8% previsto dall’esecutivo Gentiloni e un terzo in più rispetto all’1,6% voluto dal ministro del Tesoro, Giovanni Tria). Ma in economia fare debito non è sicura fonte di sventura: dipende da cosa si fa con i soldi spesi in deficit.

 

Diversi esponenti della maggioranza hanno parlato negli ultimi giorni di “investimenti pubblici”, peccato che la loro manovra non ne contenga. Al di là dell’opinione che si può avere sulle singole misure, è indubbio che le risorse impiegate per reddito di cittadinanza, flat tax e quota 100 siano spese correnti. La differenza non è un tecnicismo: gli investimenti pubblici studiati a dovere innescano un meccanismo di crescita (perciò, alzando il denominatore, abbassano i rapporti deficit/Pil e debito/Pil), mentre le spese previste dal Governo porteranno al massimo un modesto ed effimero aumento dei consumi.

 

Anche se ovviamente non basteranno a parlare di “scomparsa della povertà assoluta”, come ha fatto Di Maio, i soldi del reddito di cittadinanza saranno di sicuro un aiuto per molte persone che vivono in condizioni di estrema difficoltà. Ma giusta o sbagliata che sia, questa è una forma di assistenzialismo che lenirà i sintomi invece di curare la malattia. Non c’è a monte alcun progetto di politica economica, nessuna visione di quale sarà o dovrebbe essere il futuro produttivo e occupazionale del Paese.

 

Se l’Italia lanciasse un grande programma di investimenti pubblici – ad esempio, con l’obiettivo di ridurre al minimo il rischio idrogeologico – allora indebitarsi avrebbe senso. È il principio base dell’economia keynesiana (che molti stanno riscoprendo di fronte ai disastri dell’austerità): lo Stato interviene per creare lavoro e sostenere la domanda interna, incentivando la risalita di redditi e consumi, che a loro volta producono un aumento delle entrate fiscali, compensando gli effetti negativi dell’indebitamento. L’obiezione principale contro questo modello è che rischia di generare inflazione (il Freddy Kueger che infesta i sogni della Germania dal 1923), sennonché al momento abbiamo il problema opposto: i prezzi non riusciamo a farli salire abbastanza.

 

Purtroppo, il deficit del governo gialloverde non produrrà nulla di tutto questo. A ben vedere, la manovra che si prospetta non solo non aumenterà la crescita, non garantirà nemmeno una redistribuzione dei redditi, perché eviterà di toccare i grandi patrimoni e le rendite finanziarie.

 

Quanto al lavoro, sembra proprio che il ministro Di Maio non abbia alcuna idea originale né per creare nuova occupazione né per ridurre i contratti a termine. Il Decreto Dignità doveva essere la “Waterloo del precariato”, ma anziché incentivare le assunzioni sta spingendo molte aziende a non rinnovare i contratti a tempo determinato in essere e a sostituirli con contratti nuovi, sempre a termine. È il turn over del precariato.

 

Finora il governo del cambiamento ha semplicemente ritoccato ciò che già esisteva. A cominciare dal bonus assunzioni varato dal governo Gentiloni l’anno scorso: sempre il Decreto Dignità stabilisce che l’incentivo - contributi dimezzati per tre anni alle imprese che assumono - varrà per gli under 35 anche nel 2019 e l’asticella non scenderà a 29 anni (com’era previsto in origine e come accadrà dal 2020 in poi, visto che la misura è permanente). Sennonché, il bonus Gentiloni non sta funzionando come previsto, soprattutto perché impone una serie di requisiti rigidi (ad esempio, il giovane non deve aver mai avuto un contratto a tempo indeterminato).

 

Ci sono poi due strumenti coperti con fondi Ue e in scadenza a dicembre: il bonus occupazione collegato al programma di Garanzia Giovani e il bonus Sud. Dovrebbero essere rifinanziati entrambi, ma quello che sta più a cuore a Di Maio è il secondo, essendo il meridione il primo bacino di voti per i 5 Stelle. Anche in questo caso nessuna visione, nessuna strategia. Solo calcoli elettorali. Fatto così, il deficit serve solo a scaricare i benefici accordati oggi sulle tasse di domani.

Con l’imposizione di nuovi dazi sulle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti per un valore di 200 miliardi di dollari, l’amministrazione Trump ha impresso una pericolosa accelerazione alla guerra commerciale in atto da mesi tra le prime due potenze economiche del pianeta.

 

La decisione è stata condannata da un fronte molto ampio di critici della Casa Bianca, ma il ricorso a misure estreme in ambito commerciale continua a essere uno dei punti cardini del programma dell’amministrazione repubblicana, nonostante i riflessi negativi che esse rischiano di produrre su scala globale.

 

Queste ultime tariffe doganali saranno introdotte il 24 settembre prossimo e peseranno per il 10% fino alla fine dell’anno, in modo da limitare l’incidenza sui beni di consumo negli USA durante il periodo delle festività. Il primo gennaio saliranno però al 25%. I dazi si aggiungono a quelli già adottati quest’anno su 50 miliardi di beni importati dalla Cina, così che a breve quasi la metà di quanto esportato annualmente da Pechino verso il mercato americano sarà gravato da tariffe punitive.

 

Trump ha avvertito inoltre che il suo governo potrebbe preparare altre misure sul resto dell’export cinese negli USA se Pechino non dovesse accogliere le richieste di Washington. In tal caso, si tratterebbe di altri dazi su quasi 270 miliardi di dollari di beni. La Cina, che nel 2017 ha importato merci dagli USA per circa 130 miliardi di dollari, non sarebbe così più in grado di replicare in pari misura sul fronte dei dazi, ma potrebbe adottare provvedimenti di diversa natura, penalizzando ad esempio l’attività delle compagnie americane operanti entro i propri confini.

 

L’altro fronte su cui Pechino minaccia di intervenire è quello delle forniture di componenti, soprattutto elettronici, limitandone l’esportazione verso gli Stati Uniti e quindi minacciando la “catena di approvvigionamento” delle compagnie americane. Per il momento, il ministero del Commercio cinese ha risposto con propri dazi su 60 miliardi di prodotti importati dagli USA.

 

Nel messaggio che ha accompagnato la decisione di questa settimana, il presidente americano Trump ha spiegato che il suo paese ha dato “tutte le possibilità” alla Cina per correggere il proprio comportamento in materia di commercio, ma, a suo dire, il governo di Pechino “non è stato disponibile a cambiare le sue pratiche”. Trump ha anche espresso la volontà di continuare a discutere con la Cina per risolvere lo scontro commerciale, facendo riferimento tra l’altro al presunto rapporto amichevole costruito con il presidente Xi Jinping.

 

L’annuncio dei nuovi dazi è però arrivato alla vigilia del nuovo round di colloqui commerciali che i due paesi stanno conducendo da qualche tempo, così da far pensare a un’intenzione deliberata, da parte della Casa Bianca, di far saltare il tavolo della trattativa, magari dandone la colpa a Pechino. I leader cinesi hanno infatti sempre avvertito di non essere disposti a negoziare sotto pressione.

 

Al di là degli auspici di Trump e della eventuale disponibilità cinese a fare concessioni agli Stati Uniti, il confitto in corso tra le due potenze è di difficilissima soluzione perché le questioni commerciali, come il deficit della bilancia americana, sono solo una parte del problema. Anzi, esse nascondono un conflitto che ha a che fare con la stessa posizione di dominio internazionale degli USA e con la crescita e la conseguente minaccia rappresentata dalla Cina.

 

A conferma di ciò, va ricordato che lo scorso mese di giugno, nelle fasi iniziali della guerra commerciale, il governo cinese si era offerto di aumentare le importazioni dagli USA per 70 miliardi di dollari all’anno come primo passo per ridurre quegli squilibri che Trump continua a denunciare. La Casa Bianca aveva tuttavia respinto la proposta e dunque chiarito implicitamente come le vere ragioni dell’offensiva contro Pechino fossero da ricercare altrove.

 

A questo proposito, è utile riportare quanto ha scritto in questi giorni il New York Times nel riassumere le richieste americane fatte alla Cina. L’amministrazione Trump auspica in primo luogo “una forte riduzione dei dazi cinesi e delle restrizioni agli investimenti” stranieri, ma, spiega il giornale americano, “particolare attenzione” viene dedicata dal governo di Washington al tentativo di “fermare il piano industriale cinese conosciuto con il nome di Made in China 2025”.

 

Questo progetto punta allo sviluppo ultra-tecnologico cinese nei prossimi anni, tanto da competere o superare il primato degli Stati Uniti. Ciò ha evidentemente delle implicazioni gravissime per la classe dirigente americana, visto che i piani di Pechino in questo settore minacciano la supremazia internazionale del capitalismo e della macchina militare degli USA.

 

La guerra commerciale dichiarata da Trump contro Pechino va letta da questa angolazione, essendo una delle armi con cui contrastare la crescita di un paese che il più recente documento del Pentagono dedicato alle minacce future per gli Stati Uniti ha definito un “rivale strategico” e, quindi, un potenziale nemico.

 

A livello razionale, chiedere a un paese sovrano di rinunciare al proprio sviluppo economico e industriale indipendente sembra quanto meno assurdo. Ancora più incomprensibile appare a prima vista anche la determinazione dell’amministrazione Trump nel procedere con l’escalation di dazi commerciali a fronte delle resistenze di quasi tutto il mondo degli affari americano.

 

Gli ambienti di potere nazionalisti e “neo-con” che ruotano attorno alla Casa Bianca sono comunque decisi a proseguire sulla strada del confronto con Pechino, proprio perché il processo di crescita cinese rappresenta una minaccia mortale al già declinante primato americano nel pianeta. L’ambito tecnologico è in questo scenario di primaria importanza, come dimostrano i ripetuti inviti a mettere fine alla pratica, sempre negata da Pechino, che imporrebbe alle compagnie americane operanti in Cina di far conoscere e consegnare le proprie tecnologie ai loro partner locali.

 

A convincere la Casa Bianca a insistere con la linea dura è probabilmente anche la sostenuta crescita economica che gli Stati Uniti stanno attraversando, nella speranza che ciò limiti l’impatto dell’imposizione reciproca di tariffe doganali. La scommessa potrebbe tuttavia essere perdente e produrre conseguenze rovinose, dal momento che la crescita risulta estremamente precaria e basata in larga misura su una corsa artificiosa verso l’alto dei mercati finanziari.

 

Sulla stampa internazionale, negli istituti di ricerca e tra l’industria finanziaria sono sempre di più infatti gli analisti e i commentatori che predicono, nel prossimo futuro, un possibile nuovo tracollo sistemico che, anzi, proprio la guerra dei dazi lanciata da Trump potrebbe finire per accelerare in maniera determinante.

I destini del reddito di cittadinanza e della flat tax dipendono in larga parte da un solo numero: quello che il governo scriverà nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza - attesa per il 27 settembre - alla voce rapporto deficit-Pil 2019.

 

Nella bozza del Def che il Tesoro ha distribuito al Presidente del Consiglio e ai due Vicepremier, il numero magico è stato fissato all’1,6%. Oltre questa soglia il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, non ha intenzione di spingersi. Per un motivo preciso.

 

L’1,6% non è un dato casuale: rappresenta la flessibilità massima che l’Europa può concedere all’Italia senza essere costretta ad aprire una procedura d’infrazione. Cioè un intervento punitivo che abbatterebbe la fiducia dei mercati e innescherebbe la speculazione, facendo lievitare gli interessi sul debito pubblico e costringendo il nostro Paese, già a corto di soldi, a fare nuovi tagli per liberare nuove risorse. Tutto questo ha una motivazione tecnica.

 

Trattati alla mano, l’anno prossimo l’Italia dovrebbe ridurre il deficit strutturale (ossia il dato al netto del ciclo economico e delle misure una tantum varate dal governo) dello 0,6%. È già sicuro che non lo faremo, ma la procedura d’infrazione scatterà soltanto se la correzione non avverrà affatto. Basterà cioè un miglioramento dello 0,1% perché Bruxelles si limiti a un semplice richiamo nei confronti del governo di Roma (com’è accaduto quasi sempre negli ultimi anni). E il deficit-Pil all’1,6% corrisponde proprio a una correzione del deficit strutturale pari allo 0,1%. Un po’ come le bombe dei film, disinnescate sempre a un secondo dall’esplosione.

 

La strada dello scontro frontale con Bruxelles e con i fondi speculativi non è percorribile. A malincuore, Salvini e Di Maio se ne sono resi conto e – dopo aver “fatto danni” con “tante parole”, per dirla con Mario Draghi – da qualche settimana hanno moderato i toni, riuscendo a raffreddare lo spread. Il problema ora è capire quali saranno le conseguenze sulla prossima legge di Bilancio, visto che fra la cancellazione degli aumenti Iva (12,4 miliardi) e le spese correnti, lo spazio per rimanere entro l’1,6% non è molto.

 

La Lega ha già accantonato il progetto originario della flat tax. Il mostro da 50 miliardi che avrebbe permesso ai ricchi di pagare le stesse tasse dei poveri non vedrà mai la luce. Ora si punta a ridurre le aliquote Irpef da cinque a tre, ma solo nel 2020. I leghisti hanno rinunciato anche all’ipotesi di tagliare l’aliquota Irpef più bassa dal 23 al 22%, misura che sarebbe costata 4 miliardi e che avrebbe portato ai contribuenti in media 150 euro in più all’anno. Resta invece sul tavolo l’estensione del regime forfettario a tutte le partite Iva che fatturano fino a 100mila euro l’anno (il limite attuale è di 25-50mila euro, a seconda dell’attività). Il costo sarebbe di un miliardo e mezzo. Altro che 50.

 

Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, la situazione è più complessa. I grillini si sono rassegnati a restringere il perimetro della misura: la proposta iniziale prevedeva di concedere 780 euro al mese ai 2,8 milioni di famiglie italiane che vivono sotto la soglia di povertà relativa, ma poi Di Maio ha parlato in un’intervista di “5 milioni di persone”, cioè i singoli individui che vivono in condizioni di povertà assoluta.

 

Il costo dell’intervento scende così da 17 a 9 miliardi l’anno, che si ridurrebbero a 4-5 se la misura diventasse operativa da luglio (i pentastellati preferirebbero maggio, mese in cui si terranno le elezioni europee). Il governo ha già in tasca i 2,6 miliardi stanziati dall’esecutivo Gentiloni per il reddito di inclusione, perciò al Tesoro non resterebbe che racimolare un altro paio di miliardi.

 

La maggioranza ha valutato anche l’ipotesi di cancellare gli 80 euro renziani e di far scattare gli aumenti dell’Iva per avere a disposizione una ventina di miliardi in più. Ma entrambe le idee sono state accantonate: la prima perché colpirebbe 11 milioni di contribuenti, la seconda perché un rincaro della tassa sui consumi sarebbe percepita dagli elettori come alto tradimento. L’unica alternativa, perciò, è cambiare il contratto di governo fingendo che nulla cambi.

“No, per favore, questa roba degli 80 euro no. Sono una cazzata. Sono soldi pagati a chi lavora da chi non lavora. È il pensionato che paga gli 80 euro in busta paga”. Queste le parole pronunciate da Matteo Salvini nel marzo del 2015, durante un dibattito con Roberto Speranza a diMartedì, su La7.

 

Nell’aprile del 2014, sulla stessa rete, Luigi Di Maio era intervenuto a Bersaglio Mobile per dire che gli 80 euro erano “una grande operazione elettorale, altrimenti non si spiegherebbe perché tu trovi un tot di miliardi e decidi di destinarli con questo bonus alle buste paga. Abbiamo un Presidente del Consiglio che aggiunge una voce in busta paga che si chiama bonus e ci mette 80 euro, a una categoria di persone che, per fortuna, ha una busta paga. Facevano prima a scrivere, al posto di bonus, Vota PD”.

 

Ora che sono entrambi vicepremier, Salvini e Di Maio hanno cambiato idea. “Il Governo non pensa di togliere gli 80 euro”, ha assicurato la settimana scorsa il leader della Lega. “Non metteremo le mani in tasca ai cittadini”, gli ha fatto eco il capo politico pentastellato, usando - forse involontariamente - una delle espressioni più berlusconiane della storia.

 

Ma quindi gli 80 euro sono buoni o cattivi? In questi quattro anni hanno spinto davvero i consumi in modo significativo? Li ricevono sul serio tutte le persone a cui erano stati promessi? Il fatto è che rispondere a queste domande non interessa a nessuno. Il bonus Irpef a beneficio della classe media fu introdotto nel 2014 dal governo Renzi con una tempistica elettorale perfetta: subito dopo il primo aumento nelle buste paga arrivarono le europee e il Pd trionfò con quel famoso 40% che oggi si è ridotto a meno della metà.

 

Lega e Movimento 5 Stelle - che all’epoca latravano con la bava alla bocca contro il Pd, Renzi e gli 80 euro - oggi si ritrovano nella stessa situazione. Ironia del destino, nel 2019 si terranno nuovamente le elezioni europee e i due partiti di governo non hanno alcuna intenzione di arrivarci esponendosi all’accusa di aver impoverito gli italiani. Perciò gli 80 euro, che quattro anni fa facevano ribrezzo, oggi non si toccano. La politica, a volte, è una partita di giro.

 

Il problema è che il bonus in questione vale 9 miliardi di euro l’anno e il governo deve trovare una montagna di soldi per la prossima legge di Bilancio. Di base, la manovra 2019 costa già più di 22 miliardi di euro: 12,4 per evitare l’aumento dell’Iva, 3,5 per le spese indifferibili, 2,5 per i costi aggiuntivi legati al rallentamento del Pil e più o meno altri quattro per l’aumento degli interessi sul debito prodotto dalla risalita dello spread. Se ci fermassimo qui, avremmo comunque raggiunto il valore di una normale finanziaria.

 

Poi però ci sono le misure-bandiera inserite nel contratto gialloverde. È già chiaro che Salvini e Di Maio dovranno accontentarsi di una versione light della flat tax e del reddito di cittadinanza, che seguendo i progetti originari avrebbero avuto un costo rispettivamente di 50 e 17 miliardi. Ma anche se alleggerite rispetto ai piani iniziali, le due misure costeranno comunque alcuni miliardi, che al momento nessuno sa dove pescare.

 

Senza contare che, nel frattempo, leghisti e grillini premono anche per una contro-riforma delle pensioni. L’accordo di governo prevede di stanziare a questo scopo 5 miliardi, ma secondo Tito Boeri, presidente dell’Inps, “il superamento della riforma Fornero attraverso quota 100 tra età e contributi o con 41 anni di contributi a qualunque età avrebbe un costo immediato di 15 miliardi e a regime di 20 miliardi l’anno”.

 

Di fronte a numeri del genere, il ministro del Tesoro, Giovanni Tria, ha avanzato un paio di ipotesi estreme per far quadrare i conti: lasciare che dall’anno prossimo l’Iva aumenti, almeno in parte, e cancellare il bonus da 80 euro. Ma la stabilità dei conti che tanto allarma i mercati e Bruxelles (oltre al Quirinale) è messa in secondo piano dai due vicepremier, che insistono con Tria per un aumento del rapporto deficit/Pil 2019 dallo 0,9% programmato fino all’1,7-1,8%.

 

Se andrà così, arriveremmo probabilmente allo scontro frontale con la Commissione europea. Che però non sarebbe impopolare, anzi: qualche sano scambio di insulti con Juncker and Co. rafforzerebbe senz’altro la popolarità di Lega e M5S. E sappiamo già che questo fenomeno è troppo complesso per essere compreso dai vertici delle istituzioni europee, che ormai da anni fanno campagna elettorale ai loro nemici senza rendersene conto.

 

L’unica certezza, fin qui, è che gli 80 euro, come l’Iva, non saranno toccati. A quanto pare, quando un bonus nasce come misura elettorale, poi è impossibile da estirpare, anche se il governo cambia colore. Il bonus diventa ineluttabile, irrinunciabile, fatale. In questo senso, gli 80 euro ricordano un po’ la Gertude dei Promessi sposi. Quella che disse sì, “lo ripeté, e fu monaca per sempre”.

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