La fantascienza ha preso possesso della programmazione economica italiana. Nel contratto di governo che Lega e Movimento 5 Stelle stanno negoziando, un ruolo centrale è occupato dalla flat tax, ossia l’appiattimento delle aliquote Irpef su uno o due livelli validi per tutti i redditi.

 

Costa un patrimonio, aumenta le disuguaglianze, è incostituzionale e tecnicamente irrealizzabile, considerando che nemmeno i repubblicani più fondamentalisti sono mai riusciti a varare qualcosa di simile negli Stati Uniti. Insomma, è una boutade da campagna elettorale, non una proposta seria. Eppure se ne parla come fosse una prospettiva concreta.

 

Stando alla bozza di accordo anticipata ieri da Repubblica, i grillini avrebbero accettato la formulazione leghista della tassa piatta. Sembra che preveda due aliquote: al 15% sui redditi fino a 80mila euro e al 20% sopra questa soglia. Lo stesso Di Maio, al termine dell’incontro di venerdì scorso con Salvini, aveva parlato di “ampie convergenze” con il neo-alleato su una serie di punti, compreso questo. Una posizione che ha sollevato le proteste di molti esponenti M5S: “Costa troppo. Dove li troviamo 48 miliardi?”.

 

In effetti, la posizione ufficiale del Movimento sulla flat tax si è ribaltata in poco più di tre mesi. Lo scorso 7 febbraio, infatti, era comparso sul Blog delle Stelle un post dal titolo piuttosto eloquente: Le cinque bufale della Flop Tax. Nell’articolo, i grillini facevano notare (a ragione) che la tassa piatta è incostituzionale perché vìola il principio della progressività delle imposte stabilito dall’articolo 53 della Carta. Chi ha di più deve pagare di più: è questa la regola fondamentale. Qualsiasi taglio indiscriminato delle tasse avvantaggia i ricchi a discapito dei poveri e aumenta le disuguaglianze.

 

Il Movimento affermava poi che la flat tax scasserebbe i conti dello Stato, perché, oltre a costare una cifra spropositata, non garantisce alcun gettito certo dal recupero dell’evasione. Peraltro, “la tassa più evasa in Italia non è l'Irpef, ma l'Iva, che non c'entra nulla con questa riforma”.

 

Non solo: c’è anche il rischio di danneggiare il già traballante welfare italiano, visto che in alcune versioni fin qui proposte della flat tax si è parlato di compensare la spesa “con la revisione delle pensioni di reversibilità o del contributo alla sanità”, si legge ancora sul blog pentastellato.

 

Infine, i grillini facevano notare che Silvio Berlusconi, pur avendo promesso d’introdurre questa forma di tassazione del reddito fin dal 1994, non è mai riuscito a mettere in pratica il suo proposito. E dire che ha governato tre volte, di cui una per cinque anni.

 

Il post del M5S non fa una piega. Demolisce la flat tax con le argomentazioni giuste. E allora come si spiega la piroetta degli ultimi giorni? Peraltro, l’articolo di febbraio si riferiva alla versione della tassa proposta all’epoca da Forza Italia, che prevedeva un’aliquota unica al 23%. Cioè: tre mesi fa i grillini giudicavano “pura follia” la formulazione meno estrema di questo provvedimento. Oggi registrano “ampie convergenze” sulla tassa piatta in salsa leghista, che è ancora peggio di quella concepita dai berlusconiani. Una capriola davvero pericolosa, che rischia di sacrificare l’uguaglianza sociale e i conti dello Stato sull’altare del compromesso politico.

 

E la situazione è ancora più preoccupante perché, nel frattempo, nessuno parla dell’Iva. In autunno il nuovo governo dovrà trovare 12 miliardi e mezzo per sterilizzare la clausola di salvaguardia che dal primo gennaio 2019 innescherebbe il rialzo delle aliquote sui consumi. Soldi che andranno inseriti nella legge di bilancio attraverso nuove imposte o tagli di spesa, non certo facendo ricorso al deficit (Bruxelles non lo permetterebbe). Senza contare che l’anno prossimo il gruzzolo da mettere insieme per evitare l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto salirà a 19 miliardi e 200 milioni.

 

Il pericolo è reale, concreto, alle porte. Ne va dei consumi degli italiani e dell’andamento del Pil. La questione Iva dovrebbe essere centrale nel dibattito politico italiano, invece non rientra nemmeno fra i temi discussi nelle trattative per la formazione del governo. Preferiscono dedicarsi alla flat tax. Come chi ha paura del mondo reale e si rifugia nella fantascienza.  

Il nuovo governo ancora non c’è, ma su Palazzo Chigi e sul Tesoro già aleggia un fantasma: quello dell’Iva. Lo scorso 26 aprile il Consiglio dei ministri uscente (uscente?) ha approvato il Documento di economia e finanza, che traccia il percorso per la legge di Bilancio da varare entro fine anno. Stavolta però la situazione è diversa rispetto al passato. Non essendoci un governo nella pienezza dei poteri, l’ultimo Def è un semplice schema tecnico che riassume il quadro dei conti pubblici senza prendere impegni politici. A quelli penserà il prossimo esecutivo, se e quando arriverà.

L’ultimo rapporto sulle disuguaglianze globali presentato da Oxfam non presenta dati particolarmente significativi rispetto a quelli degli ultimi anni. L’oscena concentrazione della ricchezza nelle mani dell’uno per cento della popolazione, che possiede il 45% della ricchezza globale, determina per conseguenza la caduta di livello per il resto del 99 per cento degli abitanti del pianeta. Ci sono 795 milioni di persone che soffrono la fame, altri 817 milioni che non riescono a fare tre pasti al giorno e 750 milioni di persone che non hanno accesso all’acqua potabile.

Il consueto appuntamento super-esclusivo del World Economic Forum (WEF) di Davos, in Svizzera, si sta svolgendo questa settimana in uno spirito di apparente ottimismo, giustificato dal continuo accumulo di ricchezze tra le élite planetarie e, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti, dalle prospettive che lascia intravedere il pacchetto di tagli alle tasse per i più ricchi recentemente approvato dal Congresso di Washington.

I problemi delle banche italiane sono manifesti e noti a tutti, mentre quelli degli istituti francesi e tedeschi rimangono nell’ombra. Nessuno ne parla, neppure la Vigilanza Bce. Eppure, il pericolo in agguato è altrettanto grave. Parliamo dei titoli tossici, o “titoli illiquidi”, per chi preferisce l’eufemismo. Nel linguaggio contabile, comunque, si chiamano “Level2” e “Level3”, L2 e L3.

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