Fino a che punto intende spingersi il presidente americano uscente Donald Trump nella sua battaglia contro i presunti brogli che lo avrebbero privato di un secondo mandato alla Casa Bianca? Le cause legali intentate in quasi tutti gli stati persi di misura e alcuni avvicendamenti di personale nel suo gabinetto stanno realmente preludendo a un colpo di mano per restare in carica o si tratta di manovre per ricavare un qualche vantaggio politico per il futuro? Questi interrogativi appaiono legittimi, alla luce del persistente rifiuto di Trump a riconoscere la sconfitta, ma le risposte dipenderanno dagli sviluppi dei prossimi giorni o delle prossime settimane e, probabilmente, da decisioni prese al di fuori dell’amministrazione repubblicana.

 

Il comportamento di Trump e dei suoi fedelissimi sta già causando problemi concreti, di natura economica e logistica, all’amministrazione entrante. In particolare, con una decisione senza precedenti, l’ufficio federale incaricato di assegnare le risorse e gli spazi necessari per le pratiche previste dal passaggio di consegne tra i presidenti (“General Services Administration”), non ha ancora dato la propria approvazione all’avvio di questo processo, verosimilmente dietro indicazione della Casa Bianca.

La strategia di Trump si basa da un lato sul lavoro dei propri avvocati e dall’altro sull’utilizzo degli organi e del personale di governo, a tutti gli effetti sotto il controllo del presidente uscente fino al 20 gennaio prossimo. Nel primo caso, praticamente a partire dalla chiusura delle urne il 3 novembre scorso, i legali di Trump hanno provato a fare intervenire i tribunali a proprio favore, cominciando con il tentativo, sempre fallito, di fermare il conteggio dei voti espressi per posta negli stati dove era evidente che avrebbero fatto evaporare il suo vantaggio iniziale su Biden.

I ricorsi si sono poi moltiplicati e altri arriveranno nei prossimi giorni. In Michigan, uno degli stati riconquistati dai democratici dopo il flop di Hillary Clinton nel 2016, Trump vorrebbe impedire la certificazione della vittoria di Biden fino a che non verrà appurato che tutti i voti sono stati espressi in maniera “legale”. In sette contee della Pennsylvania, invece, un altro procedimento appena intentato dal presidente si basa sulla tesi della creazione, a fini di brogli, di due sistemi di conteggio paralleli per i voti espressi di persona e per quelli “a distanza”. Lo stesso sistema è però in uso anche in tutte le altre giurisdizioni dello stato, incluse quelle vinte da Trump.

Altre cause ancora sono state già state respinte, ma in Georgia le autorità elettorali hanno autorizzato giovedì il riconteggio manuale di tutte le schede. Qui, Biden ha un vantaggio di circa 14 mila voti sui quasi 5 milioni espressi. Oltre a ciò, a favore di Trump si stanno mobilitando assemblee statali e funzionari locali del Partito Repubblicano, a dimostrazione che le manovre del presidente non sono del tutto isolate e prive di coordinamento con altri soggetti. In Wisconsin, infatti, il presidente del Congresso statale ha fatto sapere che saranno create commissioni speciali per indagare sui brogli, anche se al momento non è emersa alcuna prova concreta.

Nello specifico, le accuse che circolano negli ambienti repubblicani riguardano, tra l’altro, il cattivo funzionamento o l’utilizzo deliberatamente scorretto delle macchine scanner addette alla registrazione delle schede elettorali ricevute per posta e che avrebbero assegnato a Biden un certo numero di voti espressi a favore di Trump. Sarebbero inoltre emerse testimonianze di funzionari postali e addetti ai conteggi che hanno raccontato di schede arrivate a destinazione oltre i tempi consentiti per essere processate ma che sono state retrodatate illegalmente.

Sull’attendibilità di queste accuse è difficile esprimere un parere definitivo, ma è molto probabile che eventuali irregolarità, in alcuni casi effettivamente documentate, siano state limitate al massimo a qualche decina di voti e sembrano rientrare nella casistica riscontrata in ogni altra elezione. L’affluenza è stata inoltre massiccia quest’anno, così come la presenza ai seggi di osservatori, sostenitori e membri dei due partiti. Eventuali brogli di vaste proporzioni, perciò, sarebbero con ogni probabilità venuti subito alla luce. Al contrario, le denunce di Trump e del Partito Repubblicano sono in larga misura generiche e indeterminate, mentre quelle teoricamente più circostanziate sembrano circolare per lo più su siti alternativi o cospirazionisti.

Per contro, i media ufficiali continuano a scartare in maniera fermissima l’ipotesi di brogli. Il New York Times ha pubblicato mercoledì un’indagine condotta in tutti gli stati del paese. Ai funzionari responsabili delle elezioni è stato chiesto se avessero riscontrato irregolarità di qualsiasi genere, ma nessuno degli intervistati ha riferito di situazioni tali da influenzare i risultati finali ormai quasi del tutto acquisiti.

Le stesse notizie che trapelano dagli ambienti del presidente e della leadership del Partito Repubblicano descrivono scenari contraddittori. Negli ultimi giorni, è aumentato il numero degli esponenti repubblicani che hanno preso una posizione pubblica a favore delle manovre di Trump. Qualcuno, tuttavia, sostiene che queste dichiarazioni sono in larga misura di facciata e nascondono ormai una presa d’atto della sconfitta. L’obiettivo in questo caso sarebbe quello di accumulare un certo capitale politico da spendere poi nelle future trattative con la nuova amministrazione democratica, sia per quanto riguarda l’agenda politica sia per ottenere incarichi nel gabinetto Biden.

Trump sembra essere comunque intenzionato a fare sul serio, anche se potrebbe in realtà essere in gioco una futura leadership “populista” che porti a una candidatura dello stesso presidente o di un suo protetto nel 2024 sull’onda di un movimento di estrema destra alimentato dalle battaglie di questi giorni. In ogni caso, Trump non solo continua a proclamarsi vincitore su Twitter, ma ha ad esempio dato mandato al suo ministro della Giustizia, William Barr, di prendere un provvedimento, anche in questo caso senza precedenti, che rischia come minimo di ingolfare il processo di transizione. Barr ha emesso cioè una direttiva che autorizza, per non dire incoraggia, i procuratori di tutto il paese ad aprire indagini sulle potenziali irregolarità del voto, quasi dovessero essere azioni preventive da intraprendere anche in assenza di indizi.

Il tentativo pare essere di innescare un procedimento che finisca dritto alla Corte Suprema, in modo da ottenere una sentenza simile a quella che nel 2000 fermò il riconteggio delle schede in Florida e consegnò la presidenza a George W. Bush. D’altra parte, alla vigilia del voto, Trump aveva fatto di tutto per ottenere la conferma della nomina della giudice ultra-reazionaria Amy Coney Barrett alla Corte Suprema, con conseguente consolidamento di una maggioranza conservatrice, proprio in previsione di un intervento di questo tribunale per dirimere il possibile stallo delle presidenziali.

Significativa è stata anche la presa di posizione del segretario di Stato, Mike Pompeo, nel corso di una conferenza stampa. In risposta a una domanda sulla situazione attuale, Pompeo ha assicurato che si verificherà una transizione “morbida”, ma verso una seconda amministrazione Trump. L’intervento dell’ex direttore della CIA è suonato come una sorta di chiamata al compattamento del fronte trumpiano, da collegare forse ad altri provvedimenti, decisamente inquietanti, presi di recente dal presidente uscente.

Il primo è il licenziamento del segretario alla Difesa, Mark Esper, sostituito dal capo dell’anti-terrorismo ed ex colonnello delle Forze Speciali, Christopher Miller. La resa dei conti con Esper, in tempi normali molto insolita visto il tempo che separa Trump dall’addio alla Casa Bianca, va collegata allo scontro che il numero uno del Pentagono e il presidente avevano avuto la scorsa estate sull’opportunità di inviare l’esercito nelle strade delle città americane attraversate dalle proteste contro la brutalità della polizia.

Cambiamenti di personale con l’installazione di propri fedelissimi sono stati decisi in svariate altre agenzie governative, tra cui quella per la Sicurezza Nazionale (NSA) e ancora il Pentagono. L’ipotesi peggiore relativa al motivo di queste mosse è la necessità di avere vicini funzionari pronti a eseguire l’eventuale ordine di reprimere le proteste popolari che scoppierebbero nel caso Trump dovesse eseguire un piano per ribaltare i risultati delle elezioni.

Che questi scenari siano fantasiosi o meno resta da vedere. Di certo, dell’esistenza di un complotto trumpiano per modificare l’esito delle presidenziali si discute da ben prima dell’election day, alla luce anche del livello di mobilitazione delle milizie di estrema destra favorevoli a Trump. I meno preoccupati sembrano essere però proprio i democratici. Per Biden, il comportamento del presidente sarebbe tutt’al più sconveniente per la reputazione dell’America, mentre ha garantito che le manovre non avranno alcun impatto sulla transizione.

L’apparente imperturbabilità del presidente-eletto può dipendere da svariati fattori. Il primo è il timore di scatenare una reazione popolare contro il complotto di Trump che potrebbe sfuggire di mano anche ai democratici, vista la situazione sociale esplosiva degli Stati Uniti. Un altro è la rassicurazione che i democratici potrebbero avere ottenuto che i poteri forti dello stato, dalle forze armate all’intelligence e a tutto l’apparato della “sicurezza nazionale”, si adopereranno per impedire colpi di mano di Trump e garantire il regolare ingresso alla Casa Bianca di Joe Biden il 20 gennaio prossimo.

A supporto di questa ipotesi c’è anche la notizia dello scontro in atto dietro le quinte tra il presidente e i vertici militari e dell’intelligence USA. Secondo l’opinionista del Washington Post, David Ignatius, Trump sarebbe intenzionato a rendere pubblici documenti riservati che dimostrerebbero l’infondatezza delle accuse rivolte nei suoi confronti nell’ambito del “Russiagate”. Un’iniziativa che, invece, la CIA e il Pentagono stanno cercando in tutti i modi di impedire, così da evitare imbarazzi e qualsiasi futuro allentamento della caccia alle streghe contro la Russia di Putin.

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