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22 Ottobre 2017
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Politica

Il razzismo italiano

Il razzismo italiano

di Fabrizio Casari

L’abbandono dello Ius Soli da parte del Partito Democratico certifica l’esaurirsi di ogni più piccolo ruolo di barriera culturale e politica alla barbarie montante. Dimostra la definitiva subalternità di un partito incapace di difendere principi e sostenere interessi che non siano quelli delle banche e delle grandi imprese e consegna con ciò il suo ruolo di collante sociale alla più dannosa inutilità. La scusa è la mancanza di consenso parlamentare, ma si tratta di inizio di campagna elettorale.

Oltre che giusto, approvare lo Ius Soli sarebbe stato un segnale forte ad un paese ormai bersagliato da un odio maniacale iniettato via politica e mediatica nelle sue vene. Vittima silente del sonno della ragione, l’Italia non è invasa dagli stranieri ma da trasmissioni televisive che fingono di esercitare il diritto di cronaca per dare voce a criminali travestiti da giustizieri, ad articoli di giornale che accarezzano gli istinti più bassi, con i social media ormai divenuti palestra dei webeti e degli odiatori a tempo indeterminato.

L’Italia ha in buona parte perso il senso comune del civismo e della solidarietà, del buon senso e della ragione. E' sommersa da razzismo, qualunquismo, spaccio d’odio gratuito e a volte inconsapevole, istintivo spesso, ma in diversi casi voluto e pianificato. Ormai sembra inarrestabile la furia iconoclasta degli ignoranti. Uno stato di simbiosi al servizio di una operazione sociopolitica è in corso.

Ci campano sopra una messe di politicanti ignobili che speculano sulle paure per prendere voti, sospinti dai giornali di destra eccitati dal fascismo che lanciano bufale per vendere copie. E’ così che l’intera vicenda delle migrazioni ha assunto il carattere generale delle fake news.

Le bugie, grossolane e continue, hanno sostituito completamente la verità dei fatti, persino il racconto della cronaca. I numeri vengono artatamente gonfiati a dismisura e alcuni sondaggi inventati servono a cavalcare l’onda, che porta alla totale dicotomia di giudizio nei confronti – persino - della violenza sessuale: la vittima e il carnefice non sono distinguibili per quanto fatto ma dal colore che hanno. L’Italia, dove fino a pochi decenni orsono vigeva il delitto d’onore nel codice penale, è il paese con il più alto numero di femminicidi d’Europa. Sei stupri su dieci sono ad opera di italiani, spesso fidanzati, conviventi o parenti delle vittime, ma solo se è un extracomunitario si fa cenno con aggiunta di rabbia alla nazionalità del carnefice. Il colpevole, insomma, non è una storia di odio verso le donne ed ignoranza, ma è il colore.

Nulla risponde al vero di quanto viene spacciato nella propaganda razzista: solo per citare un esempio, le case ai clandestini non esistono: per il semplice fatto che sono clandestini non possono essere soggetti riconoscibili e destinatari di qualunque diritto. Ovvero: se non sappiamo chi sono e dove sono, come facciamo a dar loro alloggi?

Migranti che ci tolgono il lavoro, dicono, ma anche questo è falso. Semmai ci permettono di non mandare l’Inps al collasso con i loro contributi. Precario, con paghe ignobili e orari indegni, il lavoro è ridotto a schiavitù, ma piuttosto che chiedere il ripristino della civiltà del lavoro, la sue centralità nella vita quotidiana, ce la prendiamo con chi è più schiavo di noi. Basta essere padri o figli adulti per sapere che i ragazzi italiani non vengono assunti nel commercio: si preferiscono gli extracomunitari, ricattabili e soggiogabili, cui assegnare ruoli, orari, paghe e inquadramenti (quando ci sono) da schiavi moderni, tenendosi al riparo da vertenze e altro. Ma noi, invece di accusare e colpire i commercianti evasori e assetati di profitti illegittimi, accusiamo i migranti di toglierci il lavoro.

Allora si passa alla criminalità, come se la nazione che ha dato vita a mafia, ndrangheta, camorra, sacra corona unita, mafia del Brenta e banda della Magliana, prima dell'arrivo dell'immigrazione fosse stata un'oasi di legalità. Poi c’è il denaro: ci si riferisce ai famosi 35 euro giornalieri in carico all’amministrazione dello Stato per ogni migrante dei CIE. Ma che arrivino ai migranti è totalmente falso: i migranti non vedono un euro e quei 35 (quando ci sono) vanno nelle tasche delle strutture che stipulano contratti che poi si guardano bene dall’onorare.

Sarebbe naturale chiedere sanzioni per i titolari di quelle strutture, ma dato che spesso sono legate ai politici di turno, se ne fa a meno, preferendo incolpare i migranti delle ruberie delle italianissime cooperative o società di servizi. L’importante è spararla grossa, trasformare l’informazione in disinformazione, costruire consenso su bugie conclamate che servono all’innesco di un clima da fascismo sociale che tornerà utile sul terreno elettorale.

Del resto i partiti che dovrebbero contrastare sul piano politico la diffusione del morbo razzista si guardano bene dal farlo per interessi elettorali. Piuttosto che svolgere la funzione pedagogica che gli è propria, preferiscono accarezzare il pelo al clima in voga, rinunciando al sacrosanto Ius soli, appunto.

L’Italia è un paese di tradizione razzista. Lo è per storia, visto che i nazisti appresero dal fascismo le leggi razziali. Lo stesso colonialismo italiano fu tra i più feroci ed inutili, non lasciò tracce di nulla se non di sangue e venne cacciato a calci dall’Africa, tanto era ridicola la sua aspirazione di conquista. Quella, per capirci, che spinse un fascista travestito da benpensante, come Indro Montanelli, a comprarsi una bambina africana di 13 anni per soddisfare le sue porche voglie.

Fu la rincorsa alla “quarta sponda” di una nazione che, colonizzata da tutti, volle improvvisarsi colonizzatrice, è rimasto un desiderio latente del cialtronismo nazionale, esperto in “armiamoci e partite”. Toccò ai partigiani antifascisti riscattare l’onore dell’Italia ma la vergogna non venne sufficientemente sepolta e, come un fiume carsico, riaffiora sotto le spoglie di personaggi da operetta, più ridicoli che tragici ma non per questo meno pericolosi.

A completare il quadro di un malinteso senso della nazione arriva la follia della rinuncia allo Ius soli. Pensare che sia “il sangue” a determinare il diritto è follia razzista. Come se il sangue di un essere umano avesse bandiere, come se il diritto a nascere fosse riconoscibile solo a chi ha generazioni di parentela locali. Pensare che ci sia un diritto basato sulle discendenze familiari o sul colore della pelle è un’interpretazione etnica del diritto di cittadinanza, dunque razzismo. Questo è lo Ius sanguinis: un sottoprodotto ideologico dell’idea di una superiorità della razza, culla consolidata del peggior orrore conosciuto nel 900.

Ma ora l’Italia, oltre 70 anni dopo la liberazione dall’orrore fascista, sembra voler rimettere indietro le lancette della sua follia ideologica, che ha nel razzismo una precondizione e una conseguenza al tempo stesso. Riproponiamo un diritto distorto, che ha nella consanguineità l’elemento premiante. Un esempio? Abbiamo concesso il voto agli italiani all’estero, molti dei quali in Italia non sono mai venuti nemmeno in vacanza, forse avevano un bisnonno partito negli anni 30 per le Americhe.

Sono persone che ormai non hanno nessun interesse verso il nostro paese, non parlano la nostra lingua, non hanno idea della nostra Costituzione e dell’impianto giuridico sul quale lo stato si sostiene. Non lavorano qui, non contribuiscono al nostro PIL, né alla nostra fiscalità, eppure eleggono deputati nel nostro Parlamento. A chi invece è nato qui, figlio di immigrati che vivono e lavorano qui, che pagano contributi e imposte e che partecipano al nostro PIL, non viene riconosciuto il diritto di potersi dire cittadino italiano.

Gli applausi, la generale percezione dei migranti come pericolo apre il cerchio della rappresentazione che si chiude con l’odio e la rabbia distillati sapientemente. Ovvero, la rimozione della ragione in favore degli impulsi, che più bassi sono e più legittimi sembrano. E’ la più grande vittoria del capitalismo sul piano sociologico: la precarietà assoluta del lavoro, l’inutilità di fatto dei percorsi accademici, la morte della scuola e insicurezza sociale, la disperazione dei giovani e la fine del sistema pensionistico non sono il risultato del modello capitalista in vigore dal 1989, ma sono invece colpa dei migranti.

Per impedirci di rivolgere la rabbia verso i centri di potere interni ed internazionali ci viene proposta la ricetta più semplice: pensare che sia quello più povero e con meno diritti di te il destinatario della tua ribellione. E’ davvero la chiusura del cerchio di una società smarrita e priva di riferimenti, instupidita e affetta da sindrome di Stoccolma.

C’è un clima di odio che va contrastato con ogni sforzo. Le strategie elettorali non possono e non devono negare alla radice il senso più profondo della politica: quello di educare al civismo un popolo ancora preda del suo egoismo dai tratti criminali, di legittimare il progresso con la civiltà. Per questo allo Ius Soli non si deve rinunciare. In fondo, a questo serve la politica e l’idea di comunità che gli appartiene: a dedicare il tempo della propria vita per lasciare un paese migliore di quello in cui si è nati.

 

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