“Savoini chi?”. Come il marito di una commedia all’italiana qualsiasi, beccato dalla moglie col rossetto sulla camicia, Matteo Salvini sceglie la strada più grottesca per cercare di cavarsi d’impaccio: nega, nega ancora, continua a negare. Anche di fronte all’evidenza più manifesta, anche affermando l’insostenibile, sicuro (non a torto) che molti suoi fan, Discepoli del Capitano, saranno disposti a concedergli fiducia incondizionata. A credere all’incredibile, agli asini che volano.

Di prove che dimostrano la vicinanza fra il ministro dell’Interno e Gianluca Savoini ce n’è un’infinità. Di fatto, si può sostenere al di là di ogni ragionevole dubbio che negli ultimi anni, ogni volta che doveva incontrare la diplomazia russa, Salvini era sottobraccio a Savoini. In un’intervista del 2014 ad International Affairs, Salvini stesso attribuiva a Savoini la qualifica di suo “rappresentante ufficiale” a Mosca.

Ora però quella relazione va negata a ogni costo. Savoini – indagato dalla Procura di Milano per corruzione internazionale – era uno degli italiani che lo scorso 18 ottobre, all’Hotel Metropol di Mosca, trattava con alcuni emissari russi un presunto finanziamento alla Lega da effettuare nell’ambito di una vendita di carburante all’Eni (l’audio del colloquio è stato rivelato da L’Espresso e diffuso da Buzzfeed). La Procura sospetta che l’obiettivo fosse creare un fondo nero da 65 milioni destinato, almeno in parte, a sostenere la campagna elettorale del Carroccio per le elezioni europee del maggio scorso. Il reato di corruzione internazionale potrebbe essere contestato solo sulla base dell’eventuale accordo, anche se poi il pagamento non si fosse concretizzato. Viceversa, per ipotizzare il reato di finanziamento illecito ai partiti bisogna dimostrare che la Lega i soldi li abbia incassati davvero.

Ora, invece di spiegare agli italiani come sia venuto in mente a Savoini d’intavolare una trattativa del genere, Salvini cerca di scaricare il suo uomo. Anzi, fa addirittura qualcosa di più surreale: cerca di sminuirne il ruolo. Si spinge fino all’assurdo di dipingerlo come un imbucato, uno che per anni è sempre passato di lì per caso. Una vera barzelletta.

Tanto più che Palazzo Chigi attribuisce a Salvini la responsabilità della presenza di Savoini alla cena a villa Madama per la visita di Stato di Putin: “L’invito – si legge in una nota della Presidenza del Consiglio – è stato sollecitato da Claudio D’Amico, consigliere per le attività strategiche del vicepresidente Salvini, il quale ha giustificato l’invito in virtù del ruolo di Savoini di Presidente dell’Associazione Lombardia-Russia”.

Ma non illudiamoci: alla fine il Presidente del Consiglio, così come gli alleati del Movimento 5 Stelle, getteranno di sicuro un salvagente al vicepremier leghista. Lo copriranno, consapevoli che, se il Governo cadesse domani, loro tornerebbero nella folla indistinta dei privati cittadini, mentre per Salvini si spalancherebbero le porte della premiership in un governo di destra con Meloni e, forse, quel che resta di Berlusconi.

Intanto, l’Italia sperimenta nuove vette di umiliazione e di dadaismo. Anche a voler credere a Salvini, bisognerebbe ammettere che il ministro dell’Interno italiano sia solito recarsi ad incontri diplomatici senza sapere da chi è composta la delegazione che lo sta accompagnando. E basterebbe questo per affermare che il ministro in questione è incompetente, inaffidabile e inadatto al ruolo che ricopre.

In questo senso, il “Savoini chi?” pronunciato oggi dal numero uno del Viminale ricorda da vicino lo sproloquio nonsense vergato a suo tempo da Claudio Scajola, l’ex ministro che ricevette una casa in regalo “a sua insaputa”.

Ma ricorda anche il meccanismo del bipensiero, ideato 70 anni fa da uno scrittore in un libro di fantasia e sinistramente familiare ancora oggi. Così George Orwell definiva il bipensiero in una delle pagine più folgoranti di 1984: “Dimenticare tutto quello che era necessario dimenticare e quindi richiamarlo alla memoria nel momento in cui sarebbe stato necessario, e quindi dimenticarlo da capo: e soprattutto applicare lo stesso processo al processo stesso. Questa era l'ultima raffinatezza: assumere coscientemente l'incoscienza, e quindi da capo, divenire inconscio dell'azione ipnotica or ora compiuta. Anche per capire il significato della parola bipensiero bisognava mettere, appunto, in opera il medesimo”.

Il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, sarà in queste ore negli Stati Uniti. Per farlo sentire come a casa incontrerà il Vicepresidente Mike Pence e il Segretario di Stato Mike Pompeo, due tra gli esponenti del fanatismo nazi-evangelico che guida la Casa Bianca. Niente da fare, al momento, per l’incontro con Donald Trump: Salvini non è un pari ruolo (presidente) e, tutto sommato, non è nemmeno miss Italia.

 

Magari le insistenze del capo della Lega per un abbraccio da mandare in versione selfie in giro per il mondo potrebbe essergli concesso: per Matteo Salvini sarebbe comunque un successone poter sbandierare l’icona isolazionista e razzista e un incontro o anche solo una foto sua con Trump verrebbe spacciata come una sorta di patrocinio politico. Ma, Trump o no, sarà comunque ricevuto con tutti gli onori e, soprattutto, con tutti gli oneri. Perché proprio questi ultimi spiccano.

 

Almeno quelli che riguardano il governo italiano che, dopo 74 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, continua a fare professione di filo americanismo oltre ogni decenza. Salvini, insomma, nonostante il bullismo politico che lo contraddistingue, ripete l’anacronistico ma sempre valido rito del bacio della pantofola, ovvero la processione a Washington di ogni presidente del Consiglio o aspirante tale.

 

Alla Casa Bianca si consuma infatti il rito dell’investitura statunitense, un autentico "via libera" da parte del padrone che nell’indicare una persona o un partito come “partner affidabile degli Stati Uniti”, invia ai poteri forti nazionali ed internazionali una sorta di visto che dichiara abile e arruolato il governo italiano di turno.

 

Questa volta le complicazioni nasceranno dalle posizioni di amicizia verso Putin espresse da Salvini, ma l’imbarazzo sarà sciolto rapidamente. Non appena, cioè, si renderanno conto che le posizioni del Ministro dell’Interno sono ad alta variabilità e vengono espresse a seconda della platea ove si trovi. Insomma Salvini non ha nessuna intenzione di mantenere le posizioni di sostegno al dialogo con la Russia o la richiesta di un’altra politica economica alla Ue, come del resto già dimostrato nel momento in cui l’Italia ha votato a favore in sede UE al rinnovo per tutto il 2019 delle sanzioni contro Mosca, benché avesse ripetutamente dichiarato la sua opposizione.

 

L’ex direttore della CIA, Mike Pompeo, chiederà poi a Salvini di appoggiare il tentativo statunitense di inviare in Siria un contingente internazionale di amici degli Usa per dare modo a Trump di ritirare i militari americani, dimostrando così di aver mantenuto le promesse elettorali quando mancano meno di due anni al voto. Ma, soprattutto, Salvini verrà edotto circa l’intollerabilità dell’affronto strategico che la nuova Via della Seta rappresenta per gli interessi degli Stati Uniti e, con il garbo tipico dei due fanatici evangelici, gli sarà fatto presente come la visita dovrà concludersi con una rielaborazione della posizione politica italiana, oggi favorevole o comunque interessata al gigantesco piano di strutture utili all’apertura dei mercati tra Asia, Africa ed Europa del sud.

 

Insomma gli verrà prospettato lo storico bivio con due uscite: una verso la sottomissione agli USA, che garantirà una lunga carriera politica e pochi intralci processuali, oltre al sostegno finanziario e di intelligence per lo sviluppo della sua azione politica; l’altra, quella che vede la ricerca di una maggiore autonomia di Roma in funzione dei suoi interessi nazionali in chiave economica, politica e di sicurezza, è la strada che non viene consigliata, perché si entra rapidamente in rotta di collisione con Washington e determina la nascita di un percorso con luci ed ombre per chi intende percorrerla.

 

Salvini, si può star certi, sceglierà la prima e chiederà agli Stati Uniti di intervenire presso l’Unione Europea affinché non affondi il colpo contro l’Italia e la sua scellerata e improvvisata politica economica. Certo, tanta professione di sovranismo da parte del leader della Lega avrebbe indotto i più ingenui a credere che Salvini si sarebbe smarcato dalla pesante ipoteca statunitense che continua, dopo 74 anni, ad assegnare all’Italia un ruolo di colonia dell’impero.

 

E invece no. Il sovranista Salvini si inginocchierà come tutti i precedenti democristiani e degli esponenti dei governi di centrosinistra e di quelli tecnici. Esattamente come già avvenuto con l’Europa, il bauscia leghista non dirà nulla, perché alza la voce nei comizi ma abbassa la coda e la infila tra le gambe quando si trova al cospetto dei poteri veri. Hai voglia a esibire Borghi e la sua demenza finanziaria: quando c’è la possibilità di sbattere i pugni sul tavolo e rivendicare autonomia nelle scelte di politica economica, interna ed estera, la Lega scompare. E l’Italia torna a dividersi tra chi li ritiene diversi e chi simili agli altri, senza rendersi conto che sono solo i peggiori.

Se Matteo Salvini avesse potuto scrivere i risultati di suo pugno, probabilmente non avrebbe osato tanto. Alla fine, le elezioni europee sono andate come meglio non avrebbero potuto per la Lega, che raddoppia il risultato di un anno fa, passando dal 17 al 34%.

 

In modo speculare, il Movimento 5 Stelle dimezza la sua quota di consensi, scesi al 17% dal 33% delle politiche 2018. I grillini vengono così superati dal Pd, che recupera parte del terreno perduto arrivando a sfiorare il 23% (dal 18%).

 

Chiudono il quadro Fratelli d’Italia, sostanzialmente stabile al 6,5%, e Forza Italia, che si ferma all’8,8% (alle politiche era al 14), nettamente sotto quel 10% che veniva considerato il minimo vitale per non temere la dispersione del partito.

 

A questo punto, per il governo inizia una fase nuova, probabilmente terminale. I rapporti di forza fra Lega e M5S si sono letteralmente invertiti, consegnando lo scettro del potere nelle mani di Salvini. La maggioranza, già traballante, ne esce ancora più destabilizzata.

 

Ma, per il momento, il numero uno del Carroccio sceglie la strada della prudenza. “La lealtà della Lega al contratto e al governo non si discute”, dice lunedì nella conferenza stampa post-voto. Non è una questione di poltrone, ma di programmi. Vista la nuova geografia elettorale, Salvini pretende che i grillini si pieghino al suo volere su tre punti fondamentali: Tav, autonomie regionali e flat tax. Se il Movimento continuerà a ostacolare uno solo di questi provvedimenti, dovrà assumersi anche la responsabilità della crisi di governo.

 

Tutto questo Di Maio lo sa benissimo. Nel suo incontro con la stampa di lunedì il capo politico grillino dribbla la domanda sulla Torino-Lione (“se ne occupa il Presidente del Consiglio da più di un mese”), apre con cautela sulle autonomie (“si faranno, ma rispettando la coesione nazionale”) e abbraccia il progetto generico di “tagliare le tasse”, ben sapendo che la Flat tax non tornerà sul tavolo prima dell’autunno, quando ci sarà da scrivere la manovra 2020. Il ragionamento è semplice: superata l’estate il pericolo di elezioni anticipate calerebbe, perché la nuova legge di Bilancio decreterà quasi certamente un aumento dell’Iva (servirebbero 23 miliardi per scongiurarlo) e nessuno vuole presentarsi davanti agli elettori subito dopo aver causato una sciagura del genere.

 

C’è poi un altro dato che preoccupa Di Maio. Ai suoi, il leader grillino dice di fare attenzione alla somma dei voti di Lega e Fratelli d’Italia, perché se Salvini deciderà di rompere non sarà per tornare con Berlusconi. Su questo ha probabilmente ragione: da mesi il capo del Viminale dice di non voler tornare al vecchio centrodestra, convinto che riabbracciare l’ex Cavaliere significherebbe perdere almeno il 10% dei consensi di oggi.

 

Ecco perché, in fondo, anche per Salvini le elezioni politiche non sarebbero prive di rischi. I dati delle europee dimostrano che, insieme, Lega e FdI riuscirebbero a superare di un pelo il 40%, quota che garantisce la maggioranza assoluta in Parlamento. Se rimanessero sotto questa soglia, sarebbero costretti a tirare dentro anche Fratelli d’Italia, riattaccando la spina a un alleato scomodo e ormai scarico.    

 

D’altra parte, Salvini deve fare i conti anche con l’insofferenza dei suoi ministri e di una larga fetta di elettorato, che vorrebbe tornare alle urne il prima possibile per colonizzare le Camere. E come insegna la parabola del Pd, passato dal 40% delle europee 2014 al 18% delle politiche 2018, aspettare troppo rischia di essere un errore. Fra un anno gli equilibri potrebbero essere diversi da quelli di oggi (riuscirà la Flat tax a compensare l’effetto Iva?) e non è detto che in futuro M5S e Pd non trovino il modo di collaborare per sopravvivere.

 

Insomma, malgrado il trionfo elettorale Salvini deve fare bene i suoi conti. E forse, in cuor suo, spera che i grillini si sbrighino a dargli un pretesto per far saltare il banco.

Fra le tante abitudini sgradevoli di Matteo Salvini, ce n’è una più grottesca delle altre: quella di travestirsi. Intendiamoci, se lo facesse per sollazzo privato non ci sarebbe nulla di male. Il problema è che il ministro dell’Interno indossa divise che non gli competono per rastrellare consensi e cementare la sua immagine di uomo forte, garante dell’ordine. La mascherata più frequente è quella con la divisa della Polizia: e da mesi alcuni dei professionisti chiamati in causa se ne lamentano.

 

“Il ministro dell’Interno fa una cosa sbagliata – ha detto a TPI Daniele Tissone, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil - Si appropria del lavoro e dell’attività di poliziotti, magistrati, carabinieri. Come fossero opera del suo governo”. E come se i poliziotti fossero i suoi pretoriani, pronti a manganellare i dissidenti e a cancellare i murales sgraditi al capo.   

 

Purtroppo questa posizione non è condivisa dal capo della Polizia, Franco Gabrielli, che anzi giustifica l’abitudine di Salvini: “Ne ho parlato spesso con il ministro – spiegava a febbraio il numero uno della Polizia – Lo fa come un gesto di attenzione, come un volersi sentire parte dell'istituzione che, fino a prova contraria, finché non sarà sfiduciato, rappresenta a tutti gli effetti”.

 

Alcuni hanno ipotizzato che, indossando le divise, Salvini violi l’articolo 498 del Codice penale, che disciplina “l’usurpazione di titoli o di onori” e prevede che “chiunque (…) abusivamente porta in pubblico la divisa o i segni distintivi di un ufficio o impiego pubblico, o di un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, ovvero di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato (…) è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da centocinquantaquattro euro a novecentoventinove euro”. Una volta era reato, ma dal 199 è stato depenalizzato ad illecito amministrativo.

 

In realtà, Salvini non è mai stato perseguito perché in punta di diritto non viola questa norma. La Cassazione ha spiegato che quell’articolo del Codice serve a punire chi trae in inganno “la pubblica fede”, cioè, in questo caso, chi si fa passare per Poliziotto senza esserlo. È chiaro che il leader della Lega non punta a presentarsi ufficialmente con una carica che non ricopre, anche perché in Italia lo conoscono tutti. “Come può un ministro dell'Interno ingenerare confusione rispetto al fatto che è il vertice delle forze di polizia?”, chiede bonariamente Gabrielli, a chiosa della sua apologia.

 

Il punto però è un altro. Con quella divisa addosso, Salvini non spaccia se stesso come agente di Polizia, ma usa l’operato di quel Corpo per proprio tornaconto. E qui nasce davvero un inganno per “la pubblica fede”, perché i cittadini meno avveduti saranno indotti a pensare che i successi della Polizia siano merito dell’attuale Esecutivo.

 

Esempio. In una recente intervista al Corriere della Sera, Salvini si è vantato delle ultime statistiche sulla sicurezza - elaborate dal suo stesso ministero - da cui emerge che nei primi mesi del 2019 i reati in Italia sono diminuiti. Una buona notizia, non c’è dubbio. Sennonché, il calo dei reati non è una novità: gli ultimi dati del Viminale sono in continuità con quelli degli anni scorsi, solo che allora - dall’opposizione - Salvini parlava di “situazione fuori controllo” e ignorava le statistiche ufficiali per costruire il clima di paura e rabbia su cui ha edificato il proprio successo. Ora che ha cambiato ruolo, guarda un po’, ha cambiato anche idea sull’affidabilità dei dati ministeriali. E non è un inganno alla “pubblica fede”?

Voleva essere l’atto fondativo di un’Internazionale sovranista, ma è stata la solita baracconata tragicomica. Fiacca, per di più. La manifestazione organizzata sabato dalla Lega a Milano, cui hanno partecipato anche i principali leader sovranisti europei, ha raccolto non più di 30-40mila persone. Una partecipazione assai inferiore alle aspettative - erano attesi in 100mila - e insufficiente anche a riempire Piazza Duomo. Domani facciamo la storia”, aveva annunciato Matteo Salvini alla vigilia. Per fortuna la storia non lo ha ascoltato.

 

Stavolta il leader leghista non è risultato carismatico come al solito, ma sgonfio, affannato, lontano dal piglio volitivo con cui normalmente accumula spacconate e falsità pur di rastrellare fino all’ultimo voto. Tutta la vacuità della faccenda emerge dalla scaletta del comizio salviniano.

 

Curiosamente, il cuore della manifestazione organizzata per le elezioni europee non ha nulla a che vedere con l’Europa, ma ancora una volta con la promessa di tagliare le tasse in Italia. Quando Salvini rilancia la favola dell’Irpef al 15% per tutti, dietro di lui sul palco si alzano decine di cartelli blu con scritto in giallo 15%.

 

“Al referendum del 26 maggio non prendo 20 impegni - scandisce il numero uno del Carroccio - ne prendo uno: cambiare l’Europa da cima a fondo, ma se date alla Lega il primo posto in Italia e in Europa non mollerò finché ciascuno in Italia non pagherà il 15% di tasse”. Com’è ovvio, la questione non riguarda affatto le elezioni del 26 maggio: Salvini la usa a fini di propaganda interna, né più né meno di quanto fece Berlusconi nel 2006 con l’abolizione dell’Ici. L’obiettivo è ottenere un risultato sufficiente a far cadere il governo subito dopo le europee e tornare alle elezioni in autunno.

 

Dopo di che, il capo della Lega ripropone le solite parole d’ordine anti-migranti che tanto piacciono alla sua piazza. Stavolta però ci aggiunge anche un afflato misticheggiante che più contraddittorio di così non si potrebbe. Dopo aver polemizzato con la visione caritatevole di Papa Francesco - al cui nome la folla si produce in un’ondata di fischi - il vicepremier leghista ha la faccia di baciare un rosario, ringraziare i santi patroni d’Europa e affidarsi nientemeno che “al Cuore immacolato di Maria”. Viene da chiedersi di quale Maria parlasse, visto che, quando si tratta di mostrare un minimo d’umanità nei confronti di chi soffre, Salvini chiude le porte e incita all’odio. Insomma, non sembra esattamente illuminato dalla luce della carità.

 

La parte più surreale della giornata è stata però ancora un’altra. E cioè la sfilata di leader sovranisti europei intervenuti sul palco prima del segretario leghista. Da Marine Le Pen a Geert Wilders, tutti si sono sperticati in lodi e auguri a beneficio dell’alleato italiano, per poi sproloquiare come sempre di Islam assassino e invasioni africane.

 

Forse nemmeno loro si sono resi conto dell’assurdità di quel teatrino. La follia alla base di tutto è credere che possa esistere qualcosa di simile a un’Internazionale sovranista. L’espressione stessa è in realtà un ossimoro, perché il sovranismo è una espressione di nazionalismo, che per sua natura è estraneo a qualsiasi forma di cooperazione e solidarietà internazionale.

 

Al “Prima gli italiani!” di Salvini, Le Pen risponderà sempre “Prima i francesi!” e Wilders “Prima gli olandesi!”. Quando noi italiani chiederemo per l’ennesima volta la redistribuzione in Europa dei migranti che salviamo nel Mediterraneo, i sovranisti saranno i primi a urlarci in faccia il loro “No!”. E noi?

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