La tregua in Libia non segna solo la sospensione (temporanea) del conflitto, ma anche la definitiva sconfitta dell’Italia in una regione decisiva su più fronti, dall’energia all’immigrazione. La vera notizia non è infatti il cessate-il-fuoco, ma il riassetto diplomatico che ha portato a questo risultato. Ossia l’accordo fra Turchia e Russia: la prima schierata con Serraj, la seconda con Haftar.

Non a caso, il generale di Bengasi - impegnato dallo scorso aprile nell’assalto a Tripoli - ha accettato di abbassare le armi solo perché a chiederglielo è stato Vladimir Putin, da cui finora ha ricevuto non pochi aiuti economici e militari. Di recente, le truppe di Haftar sono state rafforzate dall’arrivo dei mercenari di Wagner, società di Yevgheni Prigozhin, uomo d’affari molto vicino a Putin.

Quanto a Erdogan, l’azione in Libia risponde a una doppia logica, politica ed economica. Sul primo fronte, il Sultano vuole creare un punto d’irradiazione per l’Islam politico in Nord Africa ed espandere ulteriormente la propria area d’influenza (che già comprende Siria e Somalia), dando respiro al progetto propagandistico volto a recuperare la perduta grandezza ottomana. Il tutto, naturalmente, attraverso l’alleanza fra Ankara e i Fratelli Musulmani a Tripoli.

Sul versante economico, a preoccupare Erdogan è il recente accordo fra Cipro, Grecia e Israele per la realizzazione del gasdotto East-Med, che entrerebbe in concorrenza con il Turkish Steam, altra pipeline realizzata, guarda caso, da Turchia e Russia. Proprio quest’ultimo gasdotto è il simbolo della disfatta italiana: in origine doveva chiamarsi South Stream e a costruirlo doveva essere Saipem, che però fu bloccata da Usa e Ue per sanzionare la Russia a causa della vicenda ucraina. Peccato che in seguito Bruxelles e Washington non abbiano avuto nulla da dire quando la Germania ha raddoppiato il North Stream con Mosca, né quando la Turchia - da membro della Nato - si è accordata con Putin sul gas e perfino sul commercio di armi.

Ma non è finita. Visto che le violazioni alle regole internazionali non erano ancora abbastanza, di recente il Sultano ha fatto firmare a Sarraj un accordo per lo sfruttamento del gas offshore nel Mediterraneo orientale e a Cipro (dove peraltro Ankara non riconosce legittimità al governo greco-cipriota e per questo è stata sanzionata dall’Europa). Il rilancio piace a Mosca, ostile all’East-Med non solo perché abbatterebbe i profitti del Turkish Stream, ma soprattutto perché ridurrebbe in generale la dipendenza dell’Europa dal gas russo. 

È chiaro quindi che, per quanto schierate su fronti opposti, Russia e Turchia hanno sempre avuto tutto l’interesse a raggiungere un accordo sulla Libia, esattamente come hanno fatto in Siria. Il risultato sarà più o meno questo: la Cirenaica e il Fezzan rientreranno nell’orbita di Mosca - che ha dalla propria parte anche Egitto, Emirati Arabi e Francia - mentre la Tripolitania finirà nella sfera turca, con Misurata come punto di riferimento.

Questo significa che Erdogan ha sostanzialmente scalzato l’Italia dal Paese nordafricano. È proprio in Tripolitania, infatti, che si trovano i giacimenti Eni da cui dipende buona parte del nostro approvvigionamento energetico. Per non parlare della costa, da cui parte il gasdotto Greenstream (che arriva a Gela), oltre alla solita pioggia di barconi con migliaia di migranti. Tutti fronti su cui in futuro l’Italia dovrà trattare con i turchi. Senza avere una sola arma negoziale a suo favore.

Fra Stati Uniti e Iran rischia di scoppiare la guerra, ma in Italia non ce ne siamo accorti. La strategia è sempre la stessa: rimanere fermi, silenziosi, come gechi al sole. In attesa che qualcun altro decida anche sui nostri interessi. È lo stesso approccio che ci sta portando al disastro in Libia, dove Erdogan si prepara a soppiantarci in Tripolitania.
Ma torniamo alla cronaca più recente: l’omicidio del generale iraniano Qasem Soleimani, ucciso venerdì scorso all’aeroporto di Baghdad da un drone americano su ordine di Donald Trump. Un atto di guerra potenzialmente capace d’innescare una spirale di sangue: Teheran, oltre che intenzionata, è praticamente costretta a vendicarsi e il rischio di escalation è molto alto.

Lo aveva annunciato e lo ha fatto. Il ministro della Pubblica amministrazione – Lorenzo Fioramonti, del Movimento 5 Stelle – ha rassegnato le dimissioni quasi in sordina, mentre tutto il Paese (compreso il resto del Governo) era impegnato a festeggiare il Natale. Lo ha fatto con una lettera al presidente del Consiglio, in cui lamenta l’insufficienza dei fondi per la scuola stanziati nella legge di Bilancio 2020 appena varata dal Parlamento.

Con questo gesto Fioramonti dà prova di coerenza. Dal primo giorno di mandato aveva detto che per l’istruzione servivano almeno tre miliardi di euro e che avrebbe lasciato l’incarico se non fossero arrivati. Così è stato: “Nella manovra - ha spiegato il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri - abbiamo destinato due miliardi alla scuola. Avremmo voluto fare di più, ma lo faremo nella prossima legge di bilancio”. Quest’anno perciò i fondi saranno inferiori del 33% rispetto al fabbisogno stimato da Fioramonti, che quindi ha dato seguito alla promessa e se n’è andato. 

Ora, nel Paese che ha fatto del poltronismo uno sport olimpico, di per sé parlare di dimissioni è cosa rara. Tanto più quando si tratta di incarichi da ministro, che portano con sé una gran quantità di soldi, potere e relazioni. Chi mai rinuncerebbe a tutto questo (di propria iniziativa) per tornare nell’anonimato dei privati cittadini?

Ci sono voluti 50 anni per stabilire con chiarezza che la bomba fatta esplodere nella Banca dell’Agricoltura a Milano fu posta dalla cellula veneta fascista di Ordine Nuovo e che i mandanti della strage furono settori deviati dei servizi segreti italiani. A rafforzare ulteriormente la verità sul quadro complessivo di responsabilità, dopo mezzo secolo di furbate, ci ha pensato il Presidente della Repubblica Mattarella, che in una seduta straordinaria del Consiglio Comunale di Milano, ha puntato l’indice contro “l’attività depistatoria di alcuni apparati della nostra sicurezza doppiamente colpevoli”. Più precisamente, Presidente, ci permettiamo di far notare come siano stati settori legati mani e piedi all’atlantismo duro, quello che organizzò Gladio, la più grande organizzazione militare clandestina operante in Italia dal dopoguerra ad oggi e il cui obiettivo era l’organizzazione di un colpo di Stato nel caso in cui il Partito Comunista avesse vinto le elezioni.

Anche se da quattro mesi ha salutato la maggioranza, Claudio Borghi non solo è deputato, ma perfino presidente della commissione Bilancio della Camera. Significa che ha delle responsabilità in più rispetto ai privati cittadini: quando apre bocca, in teoria, non può darle fiato come Pino Tre Dita al bar sotto casa. Borghi però - come buona parte dei suoi compagni di partito – non ha le idee chiare su cosa significhi ricoprire un ruolo istituzionale. E spara le sue bombe come gli scendono dal cervello, senza filtro. L’ultima è arrivata la settimana scorsa, quando su Rai3 ha detto che l’uscita dall’euro “non è un tabù” e che nella maggioranza gialloverde “c’era un accordo di governo per non parlarne”.

Borghi non si rende conto che con questa rivelazione ha massacrato da solo la sua credibilità. Cosa dovremmo pensare di un politico che ammette di non esprimersi apertamente, ma sulla base di intese scritte? E tutti gli altri argomenti che non siano l’uscita dall’euro? Borghi dice davvero quello che pensa, o anche in quei casi dissimula le sue reali opinioni a seconda della convenienza politica? In futuro, sarà lecito sospettare di qualsiasi sua posizione. 

Certo, visto il clima da campagna elettorale permanente – l’unico habitat in cui Matteo Salvini può sopravvivere – e soprattutto con l’approssimarsi delle regionali in Emilia-Romagna e in Calabria, è probabile che le sparate di Borghi vadano archiviate nel cassetto della propaganda. Come sempre, i leghisti fanno leva sugli italiani più arrabbiati e meno informati, disposti a credere in qualsiasi spiegazione purché sia semplice e identifichi chiaramente un nemico su cui rovesciare rabbia, frustrazione e aggressività. Il bersaglio, naturalmente, cambia a seconda delle necessità di partito: gli immigrati, gli omosessuali, gli stranieri in generale, l’Unione europea, l’euro, la Nutella.   

Il problema è che anche la propaganda – se di questo si tratta – ha degli effetti collaterali. Ora sappiamo che, quando era al governo, Borghi fingeva di non pensare all’uscita dall’euro, ma ci pensava eccome. È proprio un argomento che lo appassiona. E se un domani il nostro eroe tornasse nelle fila della maggioranza – com’è probabile, visti i sondaggi – tutti gli italiani pagherebbero il prezzo delle sue sparate di oggi. Forse non usciremo davvero dall’euro, ma la sola presenza nell’esecutivo di un individuo così manifestamente contrario alla moneta unica ci esporrà alle cannonate della speculazione internazionale. Torneremo quindi a parlare del pericolo spread, che non è un mostro immaginario, ma il valore che qualsiasi investitore guarda per capire la credibilità di un Paese sui mercati. Se sale, vuol dire che gli interessi sui Btp sono diventati più cari, perciò quando verrà il momento di pagarli serviranno più soldi. Soldi non di Borghi, ma di tutti noi.

Fin qui però non abbiamo considerato lo scenario più nero, quello in cui Borghi dà veramente seguito ai suoi progetti. Per il momento è fantapolitica, anche perché la maggioranza degli italiani è contraria e i leghisti lo sanno, ma proviamo a immaginare che un ritorno alla lira sia davvero possibile. Cosa accadrebbe?

Innanzitutto, dovremmo fare i conti con una svalutazione monetaria furibonda (si pensa intorno al 50%) e l’inflazione sarebbe così alta da abbattere il potere d’acquisto di stipendi e pensioni. Milioni di famiglie avrebbero difficoltà ad acquistare cibo e medicine. Le imprese dedite all’export farebbero buoni affari, in compenso quelle che si reggono sull’importazione di materie prime (e sono tante) cadrebbero in rovina, perché la debolezza della nuova moneta renderebbe carissimo qualsiasi acquisto in dollari o in euro.

In questo discorso rientrano anche le bollette: l’Italia non è autosufficiente dal punto di vista dell’energia, perciò deve comprare dall’estero parecchio gas. Pagarlo in lire sarebbe un salasso mortifero che farebbe schizzare i costi per gli utenti.

Al contempo, i muti diventerebbero quasi impagabili per via dei tassi d’interesse alle stelle e dell’effetto cambio, mentre i risparmi in banca perderebbero dalla sera alla mattina circa la metà del loro valore, sempre a causa della svalutazione della moneta. Ma non è finita: l’elenco delle sciagure è ancora lungo e comprende fuga dei capitali, crollo degli investimenti, aziende che chiudono, disoccupazione alle stelle, tioli di Stato che diventano carta straccia, banche da nazionalizzare per evitare default a catena. E il debito pubblico sempre meno sostenibile, con la prospettiva della bancarotta che si fa ogni giorno più inevitabile.

Ora, ragionare seriamente di tutto questo, secondo Borghi, non dovrebbe essere un tabù. Ma allora, forse, sarebbe utile partire da un quesito preliminare: esattamente, cosa abbiamo fatto di male per meritarci Borghi alla presidenza della commissione Bilancio della Camera?

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