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Sab
4 Febbraio 2012
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London river

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di Roberta Folatti

London river è un’opera sofferta, dolorosa ma al tempo stesso molto vicina a ciascuno di noi. Ci rende simili, da qualunque punto del globo proveniamo, fragili e indifesi di fronte alla violenza cieca. Un destino incomprensibile complotta alle spalle dei due protagonisti, una donna inglese e un uomo di origini africane che si ritrovano uniti nella ricerca dei loro figli scomparsi. La storia è narrata con grande umanità, con una comprensione che giustifica anche le debolezze.

Chi non si sarebbe comportato come la signora Sommers, chi non avrebbe avuto gli stessi moti di stupore e sconcerto proseguendo la ricerca di una figlia che appare sempre più sconosciuta? Le sue convinzioni vacillano, costringendola a confrontarsi con una realtà molto più complessa di quella alla quale è abituata.

La donna vive sola su un’isola inglese, coltivando ortaggi e accudendo i suoi asini. Ha perso il marito nella guerra delle Falkland ma il suo lavoro, a contatto con la terra, la rasserena, riappacificandola col mondo. Da qualche tempo sua figlia si è trasferita a Londra per motivi di studio; con lei non ha un rapporto di grande confidenza, si limita a volerle bene e a rispettare la sua libertà. Il film è ambientato nel luglio 2005, quando una serie di attentati di matrice islamica sconvolse Londra causando decine di morti.

La ricerca della signora Sommers comincia proprio in coincidenza con questo tragico avvenimento e con il fatto che non riesce a mettersi in contatto telefonico con la figlia. C’è anche un padre africano che è arrivato dalla Francia a cercare suo figlio, un figlio che conosce ancora meno perché non lo vede da quando aveva 6 anni. Le strade dei due genitori, ogni giorno più angosciati, inaspettatamente s’incrociano quando si viene a sapere che i due ragazzi avevano una relazione.
 
Da principio la signora Sommers - un’intensa, umanissima, toccante Brenda Blethyn (l’attrice è convinta che questa sia la sua migliore interpretazione) - fatica ad accettare che la figlia si sia messa con un musulmano: in famiglia sono di religione protestante, ma tutti gli indizi lasciati dai due giovani fanno intuire che si tratti di un’intesa profonda. Ousmane, il padre del ragazzo, è un uomo ieratico, in Francia si occupa di curare gli olmi, alberi minati dall’inquinamento e dalle modificazioni climatiche, le sue reazioni sono sempre filtrate da una sorta di fatalismo che ha qualcosa di sacrale.

Dopo l’iniziale, ostinata diffidenza, la signora Sommers in qualche modo si affida alla paziente determinazione dell’uomo, capace di assorbire la sua ansia, a tratti intollerabile, rendendole la permanenza a Londra meno solitaria e angosciante.

Non è giusto raccontare di più, perché il film del regista di origine algerina Rachid Bouchareb è una pellicola che si svela a poco a poco; non è un giallo, ma la tensione della ricerca si accumula e contagia lo spettatore. Non ci sono veri colpi di scena alla maniera dei thriller, ugualmente i pezzi del puzzle sono sparsi in giro, seminati nel quartiere arabo di Londra. E la dolorosa ricomposizione, che alterna speranze a scoramenti, risulta estremamente coinvolgente.

London river (Algeria, Francia, Gran Bretagna, 2009)
Regia: Rachid Bouchareb
Sceneggiatura: Olivier Lorelle, Zoé Galeron, Rachid Bouchareb
Fotografia: Jerome Almeras
Montaggio: Yannick Kergoat
Cast: Sami Bouajila, Brenda Blethyn, Sotigui Kouyaté
Distribuzione: BIM

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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