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29 Maggio 2016
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Il ritorno dell’Iran

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di Carlo Musilli

Dopo nove anni di congelamento, a Teheran inizia il disgelo. Unione europea, Stati Uniti e Onu hanno revocato le sanzioni contro l’Iran, che torna così ad avere un ruolo di peso sulla scena economica e politica mondiale. La decisione è arrivata dopo che l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) ha dato il via libera all'applicazione degli accordi di Vienna, certificando che le autorità iraniane hanno rispettato gli impegni sul nucleare sottoscritti lo scorso 14 luglio con sei potenze (i cinque membri del Consiglio di Sicurezza Onu - Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina - più la Germania). Rimangono in vigore solo le sanzioni Usa legate alla sperimentazione dei missili balistici e al rispetto dei diritti umani.

L’accordo sul nucleare iraniano prevede che Teheran fornisca garanzie sul fatto che non si doterà dell’arma atomica. L’Occidente, in cambio, revocherà gradualmente le sanzioni adottate a partire dal 2006, tra cui il congelamento dei beni di individui e società collegate al programma di arricchimento.

Dal 2013, a causa degli embarghi internazionali, l’Iran ha perso qualcosa come 5 miliardi di dollari al mese. A fronte di una popolazione di oltre 77 milioni di persone, sotto le sanzioni il Pil del Paese ammontava a poco più di 400 miliardi di dollari (per avere un termine di paragone, basti pensare che l’Italia ha circa 60 milioni di abitanti e un Pil da 2.150 miliardi). A questo punto, perciò, davanti a Teheran si spalancano le porte della crescita, che naturalmente passerà per la ripresa delle esportazioni di petrolio e gas naturale, di cui l’Iran detiene rispettivamente il 9,3% e il 18,2% delle riserve mondiali.

Dal greggio, Teheran ricava già l’80% del proprio export e a breve conta di poter esportare mezzo milione di barili in più ogni giorno. Il problema è che dovrà reinserirsi in un mercato dominato da sovrapproduzione e prezzi bassissimi.  La prima responsabile di questo scenario è l’Arabia Saudita - nemica dell’Iran a livello economico, politico e religioso -, che ha interesse a tenere il barile a prezzi stracciati per danneggiare i principali concorrenti (su tutti i produttori americani di shale oil) e conquistare così quote di mercato a livello globale.

L’egemonia di Riyadh sullo scacchiere del petrolio è però fortemente minacciata dal ritorno sulla scena di Teheran (non a caso ieri l'indice Tasi della Borsa saudita, che è aperta la domenica, ha chiuso in calo del 5,44%, scivolando ai minimi dal marzo 2011). Per questa ragione, oltre che per la contesa in Iraq e in Siria, dove l’Iran è alleato di Assad e di Putin, nelle ultime settimane la tensione fra i due Paesi è salita alle stelle. L’Arabia di re Salman - fondamentalista sunnita - ha dato inizio all’escalation con l’esecuzione dell’Imam sciita Nimr al-Nimr, cui hanno fatto seguito l’assalto all’ambasciata saudita nella capitale iraniana e la decisione di Riyadh d’interrompere le relazioni diplomatiche con il Paese rivale.

L’Arabia non è però riuscita a mettere in discussione l’applicazione degli accordi di Vienna e a questo punto è prevedibile che continuerà ancora a lungo la battaglia sul prezzo del barile, nel tentativo sempre più affannoso di rimanere il dominus internazionale del petrolio. L’Iran, dal canto suo, punta a indirizzare nel più breve tempo possibile il proprio greggio verso i mercati asiatici (in particolare India e Cina, visto che Giappone e Corea del Sud già compravano petrolio iraniano, con gli Stati Uniti che chiudevano un occhio). Secondo alcuni osservatori internazionali, 13 super petroliere sarebbero già pronte a partire.

L’eccesso di petrolio sul mercato, perciò, aumenterà ancora invece di ridursi e ciò avrà conseguenze di varia natura per l’Europa. Da una parte, il prezzo dei carburanti sempre più basso rallenterà ancora l’inflazione, riducendo l’efficacia delle misure monetarie espansive varate dalla Bce. Dall’altra, molte aziende che hanno già incrementato i propri guadagni grazie al minor costo dell’energia beneficeranno del ritorno sulla scena dell’Iran anche perché - una volta ritirate tutte le sanzioni - Teheran ha le carte in regola per diventare il più grande mercato del Medio Oriente per l’export occidentale.

La settimana scorsa il ministro dei Trasporti iraniano ha annunciato l’intenzione di comprare 114 aerei Airbus, mentre il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha tolto il bando per l’export verso l’Iran di aerei civili. Quanto all’Italia, la Sace, società che si occupa di assicurare le operazioni di export delle nostre aziende, stima che la fine delle sanzioni contro l’Iran potrebbe portare a un incremento dell’export italiano nel Paese fino a tre miliardi di euro nei prossimi quattro anni. Con l’eccezione dell’Arabia Saudita, perciò, il disgelo di Teheran conviene a tutti.

 

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