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Ven
31 Ottobre 2014
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Siria, la mano di Al-Qaeda

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di Michele Paris

Una serie di articoli apparsi negli ultimi giorni su alcuni giornali anglo-sassoni ha confermato per l’ennesima volta il ruolo fondamentale ricoperto da gruppi terroristici di matrice islamica sunnita nel conflitto in corso ormai da poco meno di due anni in Siria per rovesciare il regime alauita di Damasco. La formazione integralista Jebhat al-Nusra (Fronte Nusra), direttamente legata ad Al-Qaeda, rappresenta in questo scenario la forza d’urto principale utilizzata dall’opposizione ufficiale, dagli Stati Uniti e dai loro alleati in Europa e in Medio Oriente per dare la spallata al governo, senza scrupolo alcuno per le disastrose conseguenze che si prospettano in un ormai sempre più probabile futuro senza il presidente Assad e la sua cerchia di potere.

Sabato scorso, ad esempio, il New York Times ha pubblicato un lungo articolo nel quale descrive il Fronte Nusra come un’autentica succursale di Al-Qaeda in Iraq, l’organizzazione fondamentalista che durante l’occupazione americana ha insanguinato il paese che fu di Saddam Hussein. Questo gruppo attivo in Siria può contare, nonostante le riserve manifestate pubblicamente dall’Occidente, su ingenti somme di denaro, armi e l’afflusso di militanti provenienti dall’estero. I suoi affiliati, sia pure in minoranza rispetto al totale dei ribelli in armi, dispongono delle capacità e del coraggio necessari per mettere in atto rischiose operazioni contro le forze di sicurezza del regime, tanto che nelle ultime settimane avrebbero sottratto a queste ultime il controllo di basi militari e di alcuni pozzi petroliferi.

Il Fronte Nusra ha iniziato a rivendicare azioni terroristiche nei primi mesi del 2012, mettendo il proprio sigillo su esplosioni che hanno causato svariate vittime tra la popolazione civile, in particolare nei quartieri dove vivono minoranze cristiane, druse e alauite, percepite come sostenitrici del regime di Assad. Tra le vittime più recenti del gruppo qaedista vi sono probabilmente anche una trentina tra studenti e insegnanti morti all’inizio della settimana scorsa in seguito al bombardamento di una scuola in un sobborgo di Damasco.

All’interno dell’amministrazione Obama sembra esserci più di una preoccupazione riguardo la presenza del Fronte Nusra in Siria, sia per il possibile danno di immagine, proprio mentre si cerca di propagandare un conflitto nei termini di una feroce repressione del regime ai danni di un popolo inerme che chiede la democrazia, sia per il ruolo futuro che svolgerà questo gruppo estremista, con ogni probabilità ostile a qualsiasi ingerenza degli Stati Uniti.

Per queste ragioni, da qualche giorno i giornali parlano della possibile inclusione del Fronte Nusra alla lista nera statunitense delle organizzazioni terroristiche. L’aggiunta di questa formazione qaedista, se effettivamente verrà decisa, sarebbe però un atto di estrema ipocrisia e una manovra per confondere ulteriormente l’opinione pubblica internazionale con una presa di distanza ufficiale da coloro che rappresentano di fatto uno scomodo alleato nell’avanzamento degli interessi di Washington in Medio Oriente.

Da mesi, infatti, attraverso l’Arabia Saudita e il Qatar, gli Stati Uniti sostengono materialmente gruppi come il Fronte Nusra in Siria per condurre il lavoro sporco nella guerra contro Assad, con la speranza di emarginarli in futuro e installare un regime fantoccio attraverso la promozione dell’opposizione ufficiale nata a Doha poche settimane fa, su ordine di Hillary Clinton, al posto dell’ormai screditato Consiglio Nazionale Siriano.

Questa doppiezza americana è apparsa evidente anche venerdì scorso, quando in Turchia la nuova opposizione ufficiale (Coalizione Nazionale delle Forze della Rivoluzione Siriana e dell’Opposizione) ha creato un nuovo comando militare unificato da presentare al summit dei cosiddetti “Amici della Siria” di questa settimana in Marocco in cambio di nuovi fondi e armamenti.

Opportunamente, alla riunione non sono stati invitati i gruppi jihadisti che operano nel paese per non dare appunto un’impressione “sbagliata” alla comunità internazionale, anche se in realtà sul campo sono proprio queste formazioni che conducono con maggiore successo le operazioni militari contro il regime.

Quanto scritto dal New York Times nel fine settimana era stato sostanzialmente anticipato qualche giorno prima anche da un corrispondente in Siria dell’agenzia di stampa americana McClatchy, secondo la quale Jebhat al-Nusra “è diventato essenziale nelle attività di prima linea dei ribelli anti-Assad”. Il Fronte Nusra, inoltre, “non solo è responsabile di attentati suicidi che hanno ucciso centinaia di persone, ma svolge anche un ruolo cruciale per l’avanzata dei ribelli”.

Molti guerriglieri sono giunti in Siria direttamente dall’Iraq dove hanno combattuto gli occupanti statunitensi e hanno contribuito ad alimentare le violenze settarie negli anni passati. Secondo lo stesso reporter di McClatchy, che ha potuto constatare la presenza di militanti di Jebhat al-Nusra ad ogni fronte di battaglia visitato, anche molti leader delle varie cellule attive nel paese sarebbero iracheni legati ad Al-Qaeda.

Per quasi tutti i giornali americani, l’aggiunta del Fronte Nusra alla lista nera del Dipartimento di Stato potrebbe però trasformarsi in un boomerang per l’amministrazione Obama, visto il contributo fondamentale che il gruppo sta dando al conflitto in corso. La preoccupazione appena celata per l’eventuale venir meno del Fronte Nusra nella lotta contro Assad, così come l’appoggio più o meno esplicito ad esso garantito dagli Stati Uniti, conferma come l’intera guerra al terrore in atto da più di un decennio possa essere considerata, in definitiva, poco più di una tragica farsa.

Infatti, le guerre scatenate dagli Stati Uniti e quelle che sono in preparazione (Iraq, Libia, Siria) hanno avuto come obiettivo regimi secolari che avevano o hanno represso duramente le attività di Al-Qaeda, i cui affiliati sono giunti in questi paesi solo dopo l’intervento diretto o indiretto di Washington. In Libia e in Siria, poi, i gruppi jihadisti legati a quelli che hanno determinato l’invasione dell’Afghanistan nel 2001 sono diventati, almeno temporaneamente, alleati degli americani ed uno strumento determinante per rimuovere regimi che ostacolano i loro interessi imperialistici.

Le conseguenze di questa politica statunitense si sono viste drammaticamente nell’Afghanistan uscito dall’occupazione sovietica e, più recentemente, in Libia, dove in seguito all’intervento NATO e alla fine di Gheddafi il paese è precipitato nel caos, con svariate milizie che controllano il territorio a fronte di un governo centrale del tutto inefficace. In Libia, i gruppi integralisti precedentemente appoggiati dagli Stati Uniti si sono anche resi protagonisti dell’assassinio a Bengasi dell’ambasciatore americano, J. Christopher Stevens, lo scorso 11 settembre.

Proprio la Libia appare, nonostante tutto, il modello seguito dalla Casa Bianca per operare il cambio di regime in Siria, il cui futuro si prospetta minacciosamente simile a quello del paese nord-africano. Mercoledì scorso, sempre il New York Times ha pubblicato un altro articolo basato su fonti diplomatiche estere e del governo americano, nel quale si afferma che le armi fornite ai ribelli libici principalmente dal Qatar, e che l’amministrazione Obama aveva approvato, sono successivamente finite nelle mani di gruppi terroristici di matrice islamica.

Se la rivelazione è tutt’altro che sorprendente, essa è però la conferma da parte di un giornale dell’establishment d’oltreoceano non solo delle apprensioni che pervadono sezioni della classe dirigente americana riguardo il futuro della Siria, ma anche dell’esistenza di legami oscuri tra il governo di Washington e il proprio nemico giurato di questo inizio secolo.

Secondo un rapporto dell’International Crisis Group, in ogni caso, non tutte le formazioni ribelli di ispirazione religiosa in Siria abbraccerebbero la visione legata alla jihad globale del Fronte Nusra, anche se il fondamentalismo sunnita rimane il dato caratterizzante dell’opposizione contro Assad. Ciò conferma l’agenda settaria della rivolta in corso, con buona pace di quanti continuano a credere in una lotta per la democrazia dell’intero popolo siriano, in grandissima parte invece ostile in egual misura sia al regime che ai ribelli.

Significativa in questo senso è un’intervista fatta ancora dal New York Times ad un militante secolare, diventato musulmano osservante dopo essersi unito ai ribelli. Secondo il 35enne siriano, l’obiettivo della formazione in cui milita sarebbe inequivocabilmente quello di “creare uno stato islamico guidato dai principi dell’Islam sunnita”. Per questo, il gruppo fondamentalista “lotterebbe contro qualsiasi governo secolare” e la sua missione “non terminerà con la caduta del regime” di Assad.

I venti di guerra in Siria, intanto, sono stati confermati anche dal Times di Londra, il quale nel fine settimana ha scritto che gli Stati Uniti stanno preparando un’operazione clandestina per fornire armi ai ribelli per la prima volta in maniera diretta e senza l’intermediazione di Arabia Saudita, Qatar o Turchia.

La rivelazione del quotidiano britannico si accompagna a numerosi altri segnali che negli ultimi giorni indicano un sempre più probabile intervento esterno, a cominciare dal dispiegamento di batterie di missili Patriot della NATO in territorio turco e da fantomatici rapporti di intelligence americani che indicherebbero il possibile utilizzo di armi chimiche da parte di un governo di Damasco animato da tendenze suicide.

Il contagio del caos siriano sta mettendo nel frattempo sempre più in crisi anche il delicato equilibrio settario del Libano, dove nella città settentrionale di Tripoli in questi giorni alcuni scontri tra sunniti e alauiti hanno fatto una ventina di morti. Sul fronte diplomatico, invece, l’inviato dell’ONU e della Lega Araba per la Siria, Lakhdar Brahimi, ha incontrato a Ginevra rappresentanti di USA e Russia, affermando che i due paesi ritengono ancora praticabile un processo politico per mettere fine alla crisi.

Le affermazioni del diplomatico algerino non sembrano però avere ormai alcun senso, dal momento che gli Stati Uniti hanno da tempo scartato anche nella retorica l’ipotesi di un’uscita pacifica dal conflitto siriano, puntando tutto su una soluzione militare violenta tramite l’appoggio ai gruppi di opposizione. La legittimazione ufficiale di questi ultimi da parte di Washington come rappresentanti unici del popolo siriano, dalle cui aspirazioni democratiche sono peraltro lontani anni luce, dovrebbe arrivare nei prossimi giorni, aggiungendosi ai riconoscimenti già garantiti dalle monarchie assolute del Golfo Persico, ma anche da Turchia, Gran Bretagna e Francia.

 

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