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Mar
26 Settembre 2017
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Usa, l’economia dei tagli

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di Michele Paris

L’anno 2013 si è chiuso negli Stati Uniti con un atto di estrema crudeltà nei confronti della sezione più debole della popolazione da parte di una classe politica che nei mesi precedenti era stata protagonista di iniziative senza precedenti per ridimensionare drasticamente i livelli di spesa pubblica. Per questa ragione, la mancata proroga dei sussidi straordinari di disoccupazione sembra essere soltanto un’anticipazione dei nuovi assalti alle condizioni di vita delle classi più povere che si annunciano in un nuovo anno nel quale, come in quello appena terminato, a brindare alla “ripresa” economica negli USA come altrove sarà soltanto una ristrettissima élite economica e finanziaria.

Tre giorni dopo il Natale, dunque, 1,3 milioni di americani senza lavoro da mesi hanno visto interrompersi l’unica modesta fonte di reddito a loro disposizione dopo che qualche settimana prima democratici e repubblicani al Congresso avevano deciso di lasciare fuori dall’accordo sul nuovo bilancio l’estensione dei benefit addizionali di disoccupazione che il governo federale aveva sempre prolungato a partire dall’esplosione della crisi finanziaria del 2008.

La spesa totale per il prolungamento di questi sussidi, che hanno finora sopperito a quelli di minore durata offerti dai singoli stati, sarebbe stata di appena 25 miliardi di dollari, vale a dire meno dell’1 per cento dell’intero bilancio federale ed una cifra irrisoria di fronte ai 633 miliardi stanziati per il Pentagono dal Congresso per l’anno 2014.

Nel corso dei prossimi mesi, inoltre, senza un intervento legislativo, i benefit federali per i disoccupati a lungo termine cesseranno per altri 3,6 milioni di americani, traducendosi, se si considerano i loro familiari, nell’eliminazione di qualsiasi entrata per circa 15 milioni di persone.

Come hanno messo in luce svariati studi, una simile decisione da parte del Congresso non è mai stata presa nel dopoguerra in presenza di livelli di disoccupazione come quelli odierni. Al di là del tasso ufficiale - attualmente al 7 per cento - ci sono altri dati che dipingono una realtà ancora peggiore per i lavoratori d’oltreoceano. Innanzitutto, la percentuale di disoccupati è scesa costantemente nei mesi scorsi grazie soprattutto all’uscita dal mercato del lavoro di oltre 5 milioni di persone che hanno smesso di cercare un impiego.

Inoltre, la quota di popolazione che ha oggi un lavoro - 58,6 per cento - è praticamente invariata da quattro anni, nonché la più bassa dal 1983 e al di sotto di oltre 4 punti percentuali rispetto al periodo immediatamente precedente il crollo finanziario del 2008. Per quanti hanno trovato un posto di lavoro dopo averlo perso, poi, la nuova realtà ha significato molto spesso precarietà e stipendi da fame.

Alcuni parlamentari democratici, con il sostegno della Casa Bianca, stanno preparando in questi giorni un provvedimento di legge per reintrodurre i sussidi straordinari. Tuttavia, se anche dovesse essere approvata, la nuova versione garantirebbe un reddito ai disoccupati appena per tre mesi e, con ogni probabilità, si accompagnerebbe a tagli in altri ambiti per compensare l’aumento della spesa pubblica.

Come già ricordato, la fine dei sussidi di disoccupazione è solo l’ultima di una serie di misure anti-sociali negli Stati Uniti che hanno segnato tutto il 2013. Già a marzo, il mancato accordo sul debito pubblico tra democratici e repubblicani al Congresso aveva fatto scattare una serie di tagli automatici alla spesa (“sequester”) pari a 85 miliardi di dollari solo per l’anno in corso ed altrettanti per un altro decennio. Con questo meccanismo sono stati ridotti gli stanziamenti, tra l’altro, per i buoni alimentari destinati ai più poveri, per i sussidi agli affitti e allo studio, mentre decine di migliaia di dipendenti pubblici sono stati costretti a periodi di congedo forzato senza retribuzione.

Misure come quest’ultima si sono poi ripetute durante le prime due settimane di ottobre, quando un altro scontro al Congresso ha impedito l’approvazione del bilancio per il nuovo anno fiscale, provocando la chiusura di molti uffici federali (“shutdown”). A livello statale, inoltre, svariate assemblee sia a maggioranza democratica che repubblicana hanno provveduto a “ristrutturare” i fondi pensione dei dipendenti pubblici, ad aumentare i contributi di questi ultimi ai loro piani sanitari e a tagliare i servizi offerti alla popolazione.

La situazione spesso precaria delle finanze statali e municipali, provocata sia dalla deindustrializzazione e il conseguente crollo delle entrate fiscali che dal ricorso a pericolosi strumenti finanziari promossi dalle grandi banche, viene così puntualmente utilizzata per liquidare benefit conquistati in decenni di lotte dai lavoratori, come sta accadendo con il più grande procedimento di bancarotta di una città americana, attualmente in corso a Detroit con la completa approvazione dell’amministrazione Obama.

Di nuovo a livello federale, infine, il mese di novembre si era aperto con un’altra iniziativa senza precedenti negli USA, cioè la riduzione dei fondi federali destinati ai buoni alimentari che ha privato di almeno due pasti al mese circa 46 milioni di americani in difficoltà economiche.

Queste e molte altre misure simili si inseriscono in una tendenza globale volta a stravolgere i rapporti di classe consolidati e negli Stati Uniti si è concretizzata in un’annata fatta di enormi soddisfazioni solo per coloro che hanno beneficiato del colossale e deliberato trasferimento di ricchezza verso il vertice della piramide sociale.

Gli indici di borsa, negli USA come in Europa e in Giappone, hanno sfondato qualsiasi record nel corso del 2013 nonostante una crescita anemica dell’economia reale. Ad alimentare la speculazione di Wall Street è stato in primo luogo il proseguimento del programma di “quantitative easing” della Federal Reserve, con il quale, a fronte di una presunta mancanza di denaro per finanziare i programmi pubblici, sono stati regolarmente immessi nel sistema finanziario più di 80 miliardi di dollari ogni singolo mese.

Proprio in concomitanza con la mancata proroga dei sussidi di disoccupazione, la stessa Fed del governatore uscente Bernanke aveva annunciato qualche settimana fa la prosecuzione delle politiche a favore delle grandi banche con una lieve riduzione nei prossimi mesi della quantità di denaro stampato per l’acquisto di titoli legati ai mutui e bond del Tesoro e, soprattutto, con il mantenimento dei tassi di interesse attorno allo zero fino almeno al 2015.

Questa fortuna, oltre a gettare le basi per una nuova crisi rovinosa, si è tradotta negli ultimi giorni dell’anno nel consueto banchetto di bonus milionari a Wall Street, dove sono in pochi a doversi preoccupare della stagnazione o della netta riduzione degli stipendi della gran parte dei lavoratori. Secondo un recente articolo del Wall Street Journal, ad esempio, gli unici ad avere avuto un anno relativamente “duro” sarebbero i trader di bond, mentre quelli che operano in azioni e i banchieri di investimento otterranno un aumento medio dei loro compensi rispettivamente del 12 e del 6 per cento rispetto al 2012.

Complessivamente, secondo alcune stime, la quota di ricchezza inviolabile messa da parte dai giganti di Wall Street nel 2013 soltanto per i bonus di fine anno ammonterebbe a più di 90 miliardi di dollari. Una cifra, questa, cinque volte superiore al debito totale della città di Detroit in bancarotta o, ad esempio, due volte e mezzo la somma necessaria a garantire la prosecuzione per il 2014 dei sussidi di disoccupazione e dei buoni alimentari appena tagliati dalla politica di Washington.

 

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