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Mer
22 Febbraio 2017
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USA, killer in uniforme

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di Michele Paris

Gli omicidi compiuti da agenti di polizia negli Stati Uniti continuano a susseguirsi a un ritmo vertiginoso, senza che praticamente nessuno dei responsabili sia oggetto di seri provvedimenti disciplinari nonostante le vittime risultino frequentemente disarmate e relativamente inoffensive. I casi più recenti sono stati registrati all’indomani della decisione presa dal Dipartimento di Giustizia americano - cioè dall’amministrazione Obama - di non incriminare formalmente l’agente Darren Wilson della polizia di Ferguson, responsabile dell’assassinio del 18enne di colore Michael Brown lo scorso mese di agosto.

Brown era disarmato al momento della sua morte e la vicenda aveva scatenato pacifiche manifestazioni di protesta nella cittadina del Missouri, puntualmente accolte dalla reazione violenta delle forze dell’ordine.

Nuove manifestazioni contro i metodi della polizia sono andate in scena mercoledì a Madison, nel Wisconsin, dove già un paio di giorni prima alcune centinaia di persone avevano occupato la sede del parlamento statale in seguito alla morte lo scorso venerdì del 19enne Tony Terrell Robinson.

La tragedia era avvenuta in seguito a una chiamata al 911 per segnalare la presenza di un uomo di colore che stava creando una situazione di potenziale pericolo lanciandosi nel traffico delle auto in corsa. Robinson era stato allora inseguito da un agente all’interno di un’abitazione, dove è poi avvenuto uno scontro che si è concluso con l’esplosione di colpi di arma da fuoco e con la morte del giovane disarmato dopo essere stato trasportato in ospedale.

Sempre venerdì scorso, in un sobborgo di Atlanta, in Georgia, è stato registrato un altro decesso per opera della polizia. Qui la vittima è stata identificata in Anthony Hill, 27enne con problemi mentali. L’uomo era un veterano dell’aviazione militare ed era conosciuto e apprezzato dagli abitanti del suo quartiere.

Anche in questo caso all’assassinio sono seguite proteste e richieste di chiarimenti da parte dei residenti della località di Chamblee, in particolare riguardo la possibilità del poliziotto responsabile di utilizzare metodi non letali per contrastare la presunta minaccia rappresentata da Hill.

L’uomo, in stato confusionale, aveva bussato alla porta di varie abitazioni ed era stato visto contorcersi sul terreno completamente nudo. All’arrivo della polizia, Hill si trovava in un parcheggio e, secondo la ricostruzione ufficiale, avrebbe cercato di aggredire un agente, il quale ha estratto la sua arma e ha fatto fuoco uccidendolo sul colpo.

Secondo alcuni testimoni citati dai giornali americani, invece, Hill è stato ucciso mentre aveva le mani alzate e non ci sarebbe stata alcuna minaccia di contatto fisico tra lui e l’agente di polizia. Per ammissione del dipartimento della contea di DeKalb, lo stesso agente era equipaggiato con strumenti alternativi per fermare un uomo evidentemente disarmato, incluso un “taser” e dello spray urticante.

La terza vittima registrata venerdì 6 marzo è stato un altro uomo di colore, Naeschylus Vinzant, 37 anni e residente a Aurora, nel Colorado. I dettagli della sua morte non sono del tutto chiari ma sarebbe stato colpito dal fuoco di una squadra di agenti dei corpi speciali (SWAT) con l’incarico di notificare all’uomo un ordine di arresto per rapina e sequestro di persona.

Per la portavoce della polizia di Aurora, Vinzant era “armato e pericoloso”, tuttavia non è stata in grado di descrivere il tipo di arma che avrebbe avuto con sé né le ragioni che hanno portato alla sua morte.

Questi e altri episodi hanno portato il totale dei decessi per mano della polizia negli Stati Uniti dall’inizio dell’anno a ben 210, almeno secondo le statistiche raccolte dal sito web killedbypolice.net e che non fanno distinzione tra uccisioni “motivate” o per uso eccessivo della forza. Dall’uno all’11 marzo le morti sono state già 34, di cui 7 solo nel primo giorno del mese. La stessa fonte indica per l’anno 2014 un totale addirittura di 1.102 vittime della violenza della polizia USA, mentre dal primo maggio al 31 dicembre dell’anno precedente erano state 768.

Scorrendo l’elenco dei morti seguiti a un intervento della polizia appaiono innumerevoli i casi nei quali l’uso della forza appare chiaramente sproporzionato rispetto alla pericolosità della situazione. Sconcertante era stato ad esempio il caso di un senzatetto ucciso a Los Angeles il primo marzo scorso.

L’aggressione da parte di alcuni agenti di polizia ai danni di Charley Keunang, detto “Africa”, era stata ripresa da un video girato da un testimone e successivamente circolato in rete. “Africa” era stato prima ammanettato, poi scagliato a terra e colpito da una raffica di colpi di arma da fuoco.

Le indagini interne alla polizia sono ancora in corso, anche se la presenza di immagini molto chiare che descrivono l’accaduto non fanno sperare in un esito diverso dai precedenti casi, chiusi con lo scagionamento degli agenti responsabili.

Filmati girati dai testimoni di vari episodi di violenza non hanno infatti portato a nulla in passato, come nel caso di Eric Garner, un venditore abusivo di sigarette a Staten Island, New York, soffocato da un agente di polizia nel luglio dello scorso anno nel corso di un tentativo di arresto.

Un’altra ripresa di una telecamera di sorveglianza aveva poi mostrato nel mese di novembre la morte del 12enne Tamir Rice a Cleveland, nell’Ohio. Questa vicenda aveva causato parecchio scalpore non solo negli Stati Uniti. Il ragazzino di colore stava maneggiando una pistola giocattolo in un parco pubblico della città ed è stato ucciso esattamente un secondo dopo l’arrivo di un agente di polizia chiamato a intervenire con la propria auto di pattuglia.

Incredibilmente, nei documenti depositati in tribunale dalle autorità della città di Cleveland in risposta alla causa legale intentata dalla famiglia della vittima non solo veniva respinta qualsiasi responsabilità da parte della polizia, ma si sosteneva nero su bianco che lo stesso ragazzo di 12 anni era responsabile della propria morte. Tamir Rice, cioè, non aveva prestato “sufficiente attenzione al fine di evitare danni a suo carico” e, perciò, “i danni richiesti dalla sua famiglia erano stati causati dalle sue stesse azioni”, così che la città di Cleveland risulterebbe “legalmente immune” da ogni responsabilità.

I numerosissimi episodi di questo genere confermano dunque come la violenza molto spesso indiscriminata della polizia americana non sia dovuta alla semplice presenza di “mele marce” all’interno di alcuni dipartimenti del paese.

Questa versione viene propagandata dagli stessi vertici della polizia quando si verificano decessi come quelli descritti in precedenza, ma anche dall’amministrazione Obama, come è accaduto la scorsa settimana quando il Dipartimento di Giustizia ha diffuso un rapporto sugli abusi e gli eccessi del dipartimento di Ferguson, commessi soprattutto ai danni dei cittadini di colore.

Un fenomeno così diffuso e in aumento riflette in realtà una situazione sociale esplosiva negli Stati Uniti, per controllare la quale le forze dell’ordine ricorrono sempre più a metodi repressivi e sommari - sperimentati dai militari nelle avventure belliche oltreoceano - con la certezza che gli agenti responsabili saranno protetti da un sistema giudiziario fin troppo compiacente.

Le morti causate dalla polizia avvengono d’altra parte in larghissima maggioranza in località o quartieri degradati e popolati dalle classi più colpite dalla crisi economica e posizionate irrimediabilmente alla base di una piramide sociale che vede allontanarsi sempre più il proprio ristrettissimo vertice.

Il fattore razziale, infine, è indubbiamente da tenere in considerazione nell’analizzare gli assassini commessi dalla polizia, le cui vittime sono infatti prevalentemente di colore o ispanici. L’elemento più importare per comprendere l’ondata repressiva che vede protagoniste le forze dell’ordine americane rimane però un altro e molto meno discusso pubblicamente, vale a dire le colossali differenze di classe prodotte dalla crisi del capitalismo a stelle e strisce.

 

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