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La giustizia americana ha per l’ennesima volta scagionato un agente di polizia responsabile dell’uccisione ingiustificata di un giovane di colore. L’episodio, interamente ripreso da telecamere, risale al novembre del 2014, quando il poliziotto Timothy Loehmann sparò al dodicenne Tamir Rice letteralmente pochi secondi dopo essere giunto assieme a un collega con la loro auto di pattuglia in un parco pubblico di Cleveland, nell’Ohio.

Il ragazzo ferito mortalmente impugnava una pistola giocattolo e poco prima aveva suscitato l’attenzione di un residente della zona che aveva avvertito la Polizia spiegando chiaramente che con ogni probabilità l’arma non era vera. Dalle immagini di una telecamera di sorveglianza disponibili su YouTube si vede come l’auto dei due agenti si fermi a pochi metri di distanza da Tamir Rice e Loehmann, subito dopo essere sceso, faccia più volte fuoco sul giovane.

Lo stesso filmato smentisce la versione fornita dall’agente dopo i fatti, cioè che a Rice sarebbe stato ordinato per ben tre volte di gettare l’arma e di alzare le mani. Loehmann e il suo collega, inoltre, sono rimasti per alcuni minuti a osservare il ragazzo ferito gravemente senza prestare soccorso, arrestando invece la sorella di quest’ultimo che cercava di raggiungerlo. Tamir Rice sarebbe deceduto in ospedale il giorno successivo.

La morte del giovane afro-americano aveva scatenato proteste a Cleveland, così come all’annuncio del proscioglimento di lunedì scorso. Anche grazie alle manifestazioni, il procuratore della contea di Cuyahoga, Timothy McGinty, aveva alla fine deciso di creare un Grand Jury per decidere l’eventuale incriminazione dell’agente responsabile. Quella della Procura era apparsa però da subito una mossa non per fare giustizia bensì per insabbiare il caso in attesa che svanisse la rabbia popolare e per consentire a Timothy Loehmann di uscire indenne dalla vicenda.

Come sostiene la maggior parte degli esperti legali americani, i Grand Jury seguono praticamente sempre le indicazioni dei procuratori che li hanno istituiti, così che questi ultimi possano manipolare il procedimento a loro piacimento, selezionando quali testimonianze o prove possono essere presentate e analizzate.

La gravità dell’esito del caso di Tamir Rice appare ancora maggiore se si considera che la decisione del Grand Jury non doveva stabilire la colpevolezza dell’agente, bensì soltanto se vi erano elementi sufficienti a garantire l’incriminazione e l’avvio di un processo in aula.

Durante i mesi delle udienze, il procuratore McGinty ha fatto sfilare di fronte ai giurati una serie di esperti o presunti tali che hanno reso testimonianze a senso unico, assicurando cioè che le azioni di Loehmann erano da considerarsi giustificate o ragionevoli viste le circostanze. Alcuni di questi testimoni, tra cui ex agenti dell’FBI ed ex procuratori, erano ad esempio già noti per iniziative o dichiarazioni pubbliche a favore di poliziotti coinvolti in precedenti fatti di violenza ai danni di cittadini americani.

Al Grand Jury era stato inoltre permesso di tenere in considerazione le dichiarazioni non giurate dei due agenti della pattuglia che era intervenuta per gestire la “minaccia” di Tamir Rice e che erano in netta contraddizione con le immagini e con varie testimonianze di persone che erano presenti sul luogo dove sono avvenuti i fatti. Timothy Loehmann non solo aveva sostenuto di avere ingiunto tre volte a Tamir Rice di alzare le mani, una tesi impossibile vista la rapidità con cui aveva fatto fuoco, ma che il ragazzo sembrava un diciottenne che pesava oltre 80 kg.

Il procuratore McGinty ha parlato lunedì in una conferenza stampa per assicurare che la morte di Rice è stata una “tempesta perfetta di errori umani” e non il risultato di una condotta criminale da parte della Polizia. McGinty ha poi affermato che l’analisi di laboratorio di un filmato avrebbe mostrato come Rice stesse estraendo la pistola giocattolo dalla cintola per puntarla contro gli agenti. Poco più tardi il procuratore è sembrato però contraddirsi, quando ha ammesso che Rice aveva “probabilmente” intenzione di consegnare la finta arma o di mostrare ai poliziotti che non era una pistola vera.

Per McGinty, tuttavia, “non c’era modo che gli agenti lo potessero sapere perché gli eventi si stavano svolgendo rapidamente davanti ai loro occhi”. La legge, in questi casi, garantisce “il beneficio del dubbio ai poliziotti che devono prendere decisioni in una frazione di secondo” quando “ritengono ragionevolmente che le loro vite o quelle di passanti innocenti possano essere in pericolo”. La Polizia americana, in definitiva, ha facoltà di sparare e uccidere senza considerare troppo le circostanze, a condizione che gli agenti responsabili invochino una generica percezione di pericolo per la propria sicurezza.

Lo scagionamento dell’assassino di Tamir Rice si è inserito prevedibilmente in una nuova valanga di notizie sulla brutalità della Polizia d’oltreoceano e poco dopo la decisione di un altro Grand Jury di non procedere contro i presunti responsabili di un decesso sospetto.

Quest’ultimo caso riguarda la morte in carcere di Sandra Bland, 28enne di colore trovata impiccata in una cella in Texas nel luglio scorso dopo un arresto seguito a un fermo di Polizia nel quale un agente aveva insultato e usato violenza sulla donna. Il suicidio era stato giudicato altamente improbabile dalla famiglia della vittima e alcuni indizi seguiti alla sua morte avevano suggerito che la donna poteva essere stata presa di mira dagli agenti texani in maniera premeditata perché attiva nel movimento di protesta contro i metodi brutali della Polizia americana.

Solo negli ultimi giorni, poi, svariate uccisioni sono state registrate negli Stati Uniti per mano della Polizia, tra cui a Chicago e a Biloxi, nel Mississippi, dove sono morte in totale tre persone non armate. Complessivamente, secondo il sito web killedbypolice.net, che raccoglie le statistiche sulle vittime della Polizia in base ai resoconti dei giornali, nel 2015 sono state finora uccise in questo modo ben 1.191 persone, contro le 1.108 durante l’intero 2014.

A questi dati sconvolgenti vanno aggiunti quelli altrettanto sconcertanti sulla ridicola percentuale di agenti di polizia incriminati o, ipotesi ancora più remota, condannati. Secondo un’indagine del Washington Post, solo otto agenti di Polizia sarebbero stati incriminati nel corso del 2015. Questi numeri risultano scandalosi alla luce del fatto che in moltissimi casi erano presenti prove evidenti della condotta criminale dei poliziotti, a cominciare da filmati registrati da telecamere di sicurezza o dai dispositivi montati sulle auto di pattuglia.

Da una simile realtà non si può che dedurre che i vertici di Polizia, il sistema giudiziario e quello politico americano si adoperano puntualmente per impedire che i killer in divisa siano chiamati a fare i conti con la giustizia. Ciò è d’altra parte la logica conseguenza del fatto che i poliziotti negli USA – spesso armati con equipaggiamenti militari pesanti forniti dal governo federale – agiscono sempre più come forza di repressione delle classi più disagiate, per difendere un sistema profondamente iniquo e attraversato da tensioni sociali esplosive.

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