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4 Dicembre 2016
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Pakistan, l’altro fronte della Jihad

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di Michele Paris

Il bilancio del gravissimo attentato che il giorno di Pasqua ha colpito un parco di divertimenti di Lahore, la capitale della provincia pakistana del Punjab, ha superato ormai le 70 vittime, tra cui una trentina di bambini. A rivendicare il crimine è stata una fazione dissidente dei Talebani pakistani (Tehrik-e-Taliban, TTP), chiamata Jamaat ul-Ahrar, distintasi nell’ultimo periodo per una serie di operazioni violente e per avere espresso il desiderio di trasformarsi in un affiliato dello Stato Islamico (ISIS).

La strage, che ha colpito principalmente pakistani di fede cristiana, ha segnato l’irruzione della violenza fondamentalista su vasta scala nella provincia più ricca e popolosa del paese centro-asiatico, nonché base di potere del primo ministro in carica, Nawaz Sharif, e del suo partito, la Lega Musulmana del Pakistan (PML-N).

Il comunicato di un portavoce di Jamaat ul-Ahrar per rivendicare l’attentato ha fatto riferimento proprio al premier e al fatto che il gruppo integralista è ormai “entrato a Lahore”.  Secondo la stampa pakistana e internazionale, il massacro indiscriminato del fine settimana rientrerebbe nella strategia dei Talebani e dei gruppi che ruotano attorno a essi, volta a destabilizzare il governo di Islamabad con l’obiettivo di creare un regime fondamentalista basato sulla legge islamica (Sharia).

Se la violenza, diretta soprattutto contro le minoranze religiose da parte del terrorismo di matrice sunnita, non è mai venuta meno in Pakistan in questi anni, è però vero anche che l’attentato di Lahore giunge in un frangente nel quale il governo Sharif stava tentando di stabilizzare il paese (ri)costruendo legami economici e strategici con paesi come Cina e Iran. Questo percorso, ancora in fase poco più che embrionale, deve avere suscitato più di un malumore nei due principali alleati di Islamabad, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita.

La condanna dell’attentato proveniente da Washington ha d’altra parte lasciato intendere che il Pakistan trarrebbe maggiori vantaggi nel consolidare l’alleanza con gli USA. Il portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale del presidente Obama, Ned Price, ha infatti assicurato che gli Stati Uniti continueranno a lavorare con il Pakistan per “sradicare la piaga del terrorismo”.

In realtà, proprio l’impegno americano in questa parte del continente asiatico ha contribuito e continua a contribuire alla destabilizzazione del Pakistan a causa del proliferare di formazioni integraliste. All’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, l’amministrazione Bush costrinse di fatto il regime dell’allora presidente-dittatore Pervez Musharraf a tagliare, almeno ufficialmente, ogni legame con i Talebani in Afghanistan e a procedere con la repressione dei militanti fondamentalisti attivi in territorio pakistano, soprattutto nelle aree tribali di confine.

Una serie di spedizione delle forze armate pakistane contro questi gruppi armati, assieme alla campagna di bombardamenti con i droni condotta da Washington, ha così radicalizzato l’opposizione contro il governo di Islamabad, traducendosi in un’ondata di attentati sia contro obiettivi militari che civili. Allo stesso tempo, però, soprattutto i potenti servizi segreti militari (Inter-Services Intelligence, ISI), hanno mantenuto rapporti quanto meno ambigui almeno con alcune di queste formazioni, consentendo loro di rimanere attive non solo nel vicino Afghanistan ma anche all’interno dei confini pakistani.

La violenza settaria scatenata da queste manovre strategiche orchestrate da Washington è andata così aumentando in Pakistan e tutti i primi segnali seguiti all’attentato di domenica a Lahore indicano che difficilmente ci sarà un’inversione di rotta nel prossimo futuro.

Il governo pakistano, l’apparato militare e dell’intelligence si sono infatti riuniti nei giorni scorsi per decidere il lancio di una nuova offensiva anti-terrorismo, questa volta nel Punjab. Un ministro del governo di quest’ultima provincia ha annunciato martedì che quella già in corso è un’operazione che coinvolge tutte le forze politiche, religiose e militari del paese e solo nelle prime ore migliaia di raid sono stati portati a termine, risultanti in oltre 5 mila arresti.

L’iniziativa decisa da Islamabad comporterà quasi certamente nuove violazioni dei diritti civili e democratici su larga scala, determinati in primo luogo dall’attribuzione di poteri speciali alle forze armate. Un’evoluzione simile era già stata registrata in seguito all’attentato dei Talebani pakistani (TTP) che nel dicembre del 2014 uccise 133 giovani in una scuola di Peshawar.

In quell’occasione, erano stati tra l’altro introdotti tribunali militari per processare civili accusati di terrorismo, anche tramite procedimenti segreti, così come venne ripristinata la pena di morte. Varie organizzazioni umanitarie avrebbero poi documentato il puntuale abuso dei nuovi poteri assegnati ai militari.

L’emergere di Jamaat ul-Ahrar, ad ogni modo, ha riaperto in maniera dolorosa la piaga del settarismo che colpisce il Pakistan, a sua volta connessa alle manovre strategiche accennate in precedenza e basate sull’islamizzazione della società, principalmente in funzione di contenimento delle tensioni sociali in un paese dove la povertà è dilagante.

Questa situazione risulta chiara ad esempio dal caso ampiamente riportato dai media occidentali di Aasia Bibi, la donna cristiana in carcere con l’accusa di blasfemia per avere insultato il profeta Muhammad. Questo mese, alcuni manifestati avevano paralizzato alcuni quartieri della capitale, Islamabad, chiedendo alle autorità di procedere con l’impiccagione della donna.

Nel 2011, inoltre, l’allora governatore del Punjab, Salman Taseer, era stato assassinato da una sua guardia del corpo, Mumtaz Qadri, dopo avere espresso pubblicamente la sua opposizione all’utilizzo della legge sulla blasfemia nella condanna di Aasia Bibi. Lo stesso Qadri è stato poi giustiziato a fine febbraio per l’assassinio, ma dopo l’esecuzione centinaia di persone sono scese per le strade di Islamabad e delle altri principali città del Pakistan per protestare e chiedere addirittura la sua proclamazione a “martire”.

Come ha spiegato il giornalista pakistano Salman Rafi questa settimana sulla testata on-line Asia Times, le radici degli attacchi settari contro le minoranze religiose, a cominciare da quelli che prendono di mira i cristiani, non sono cosa nuova in Pakistan e vanno anzi ricercati in parte nella promozione di questo paese da parte della sua classe dirigente come “bastione dell’Islam” e “terra dei puri” già all’indomani dell’indipendenza nel 1947.

Più di recente, secondo lo stesso autore, questo processo di natura fortemente reazionaria appare evidente anche nella “graduale trasformazione delle università più prestigiose  in luoghi dove viene predicato l’estremismo [religioso]”, mentre, con l’approvazione di fatto delle autorità, “gli elementi progressisti vengono emarginati”.

Il problema del settarismo e dell’estremismo religioso in Pakistan, perciò, “non è semplicemente ed esclusivamente limitato a certi gruppi Talebani” in “zone remote” del paese, bensì è ormai penetrato “nei centri urbani” e coinvolge molti degli appartenenti alle classi “più educate”.

Quel che è certo, tuttavia, è che il governo e gli altri centri di potere pakistani continuano a mantenere quanto meno un atteggiamento ambivalente nei confronti di quella che da decenni considerano come un’arma utile al perseguimento dei propri obiettivi. Ugualmente, una soluzione che metta fine alla violenza rimarrà fuori dalla portata e, anzi, il problema rischia di aggravarsi, se si ricorrerà soltanto a “operazioni militari e di intelligence”, esattamente come quella appena lanciata dal governo in risposta alla strage di Lahore.

 

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