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22 Ottobre 2017
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Olanda: Rutte e l'illusione della vittoria

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di Michele Paris

La corsa verso destra delle principali forze politiche olandesi nelle elezioni legislative di mercoledì è stata vinta dal Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD) dell’attuale primo ministro, Mark Rutte. I liberali al governo avevano fatto propria buona parte dell’agenda di estrema destra del Partito per le Libertà di Geert Wilders (PVV), considerato il vero sconfitto del voto, puntando sulla promozione di sentimenti xenofobi anti-islamici per contenere i riflessi negativi delle politiche di austerity adottate negli ultimi cinque anni.

I sondaggi avevano correttamente anticipato una certa flessione del PVV dopo le previsioni di qualche mese fa che sembravano doverlo trasformare nel primo partito d’Olanda. Alla fine, Wilders e i suoi hanno aggiunto appena 5 seggi ai 15 che già occupavano nella “Tweede Kamer”, ovvero la camera bassa elettiva del parlamento de L’Aia.

Con poco più del 13% dei voti, il PVV è comunque il secondo partito olandese, dietro al VVD di Rutte. Quest’ultimo, nonostante i toni trionfalistici dei suoi leader e le reazioni sollevate di quelli europei, ha fatto segnare una netta flessione, passando dal 26,6% del 2012 al 21,3% odierno e da 41 a 33 seggi sui 150 totali.

Il VVD è sembrato beneficiare in maniera relativa dell’allontanamento dal PVV di Wilders di una parte di elettori orientati vero la destra estrema, grazie anche alla radicalizzazione del messaggio politico del primo ministro e, nei giorni che avevano preceduto l’apertura delle urne, agli effetti dello scontro con il governo della Turchia sul divieto imposto ad alcuni ministri di Ankara a tenere comizi in Olanda.

Ciò ha limitato parzialmente i danni per un partito che ha in ogni caso perso un numero importante di elettori. Il prezzo più caro per il sostegno al governo uscente lo ha pagato però il Partito Laburista di centro sinistra (PvdA), crollato dal 25% al 6%, con una perdita netta di ben 29 seggi.

La fuga degli elettori dai due partiti che formavano la coalizione di governo ha regalato qualche seggio in più a varie formazioni moderate e centriste, alcune delle quali si erano peraltro allineate al clima populista e di ostilità verso i migranti che ha dominato la campagna elettorale olandese. Così è stato soprattutto per i Cristiano Democratici (CDA), i quali hanno guadagnato 6 seggi grazie a un progresso di circa 4 punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni.

Il CDA è stato a lungo forza di governo negli scorsi decenni e, da ultimo, tra il 2010 e il 2012 sotto la guida di Rutte. Vista la frammentazione del quadro politico olandese dopo il voto di mercoledì, è probabile che i Cristiano Democratici possano tornare a far parte dell’esecutivo olandese nell’immediato futuro.

In generale, anche in Olanda si è confermata la tendenza alla dispersione del voto, con i tradizionali partiti più importanti sempre meno in grado di intercettare la maggioranza dei consensi. Secondo alcuni dati riportati dalla stampa internazionale, nel 1986 i primi tre partiti olandesi raccoglievano complessivamente l’85% dei voti, mentre nel 2003 questa quota era scesa al 74% ed è oggi al 45%.

Se il clima di intolleranza che ha prevalso nelle scorse settimane ha finito per premiare con due seggi un altro partito di estrema destra da poco fondato, l’ultra-nazionalista e anti-europeista “Forum voor Democratie” (FvD), i segnali provenienti dagli elettori sono stati anche di segno diametralmente opposto.

La frustrazione nei confronti dell’establishment e del pensiero unico neo-liberista non ha infatti preso solo la strada del populismo di destra, ma ha premiato anche qualche formazione di (centro-)sinistra. Il Partito Socialista ex maoista (SP) ha aumentato di un solo seggio la sua delegazione in parlamento, ma i Verdi-Sinistra (GL) hanno più che triplicato i loro consensi, passando da 4 a 14 seggi.

L’immagine di modernità proiettata dal leader di quest’ultimo partito, il 30enne di origine marocchino-indonesiana Jesse Klaver, ha contribuito al raggiungimento di questo risultato, anche se ancora più determinanti sembrano essere state le posizioni anti-razziste e a favore dell’accoglienza di immigrati e rifugiati promosse dal suo partito in campagna elettorale.

L’aspetto più singolare dell’esito del voto in Olanda è stato però probabilmente l’entusiasmo manifestato dal partito del primo ministro Rutte e dai leader di molti governi europei per avere scongiurato l’ondata populista e xenofoba con la relativa sconfitta del PVV di Wilders.

L’euforia e l’auto-compiacimento che hanno caratterizzato le reazioni post-voto sono totalmente ingiustificate. I liberali olandesi, pur avendo vinto le elezioni, hanno visto una netta erosione dei consensi e, soprattutto, si sono confermati la prima forza politica dopo avere impostato una campagna elettorale nei termini dell’estrema destra. Ciò ha spinto il baricentro politico di questo paese ancor più verso destra e ha fatto in modo che la voce di Wilders rimanga influente nei prossimi cinque anni.

Pur nel riconoscere il mancato sfondamento, il leader del PVV ha espresso una certa soddisfazione, spiegando che il suo partito è tutto fuorché sconfitto e giocherà anzi un ruolo di spicco nella legislatura entrante, sia pure dall’opposizione. Soprattutto, l’estrema destra olandese sarà in grado di capitalizzare la debolezza di un governo che risulterà probabilmente debole, vista la necessità di mettere assieme una coalizione di almeno tre-quattro partiti, e che manterrà la stessa rotta di quello uscente per quanto riguarda le politiche economiche.

Archiviato il voto, Mark Rutte inizierà a breve i sondaggi e le trattative per la formazione della nuova maggioranza di governo. Secondo la stampa olandese, i partiti che hanno le maggiori probabilità di entrare in una nuova coalizione sono quelli cristiano-democratici, il CDA ma anche il più piccolo CU (“Unione Cristiana), seguiti dai social-liberali” Democratici 66 (D66), anch’essi in netta ascesa dopo il voto di mercoledì.

Il numero relativamente esiguo di seggi rimasti al partito del premier richiede un appoggio piuttosto ampio per far nascere il nuovo governo, così che i negoziati potrebbero essere lunghi e complicati. Il VVD parte infatti da una posizione più debole rispetto a cinque anni fa. Inoltre, a complicare il quadro sono anche le differenze ideologiche tra i partiti cristiani e i D66, nonché la prudenza di tutti questi ultimi nell’abbracciare un progetto di governo che rischia di tradursi in un rapido deterioramento della loro popolarità appena ritrovata.

Le esperienze dei due gabinetti guidati da Rutte dopo il voto del 2010 e quello del 2012 si sono infatti concluse in una disfatta per i partner di governo del VVD – rispettivamente il CDA e, appunto, il Partito Laburista – a causa delle politiche impopolari adottate. Le forze che accetteranno di entrare nella nuova maggioranza chiederanno perciò con ogni probabilità garanzie e concessioni non indifferenti, così da rendere particolarmente incerto il cammino del gabinetto che nascerà a L’Aia.

 

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