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30 Aprile 2017
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Arkansas, la fabbrica della morte

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di Michele Paris

Le autorità dello stato americano dell’Arkansas sono impegnate da qualche settimana in una serie di dispute legali nel tentativo disperato di portare a termine una raffica di esecuzioni capitali nell’arco di appena una decina di giorni, in un programma di morte che non ha precedenti nella storia moderna degli Stati Uniti.

Il piano delle condanne a morte che avrebbe dovuto iniziare all’inizio di questa settimana era stato stilato a febbraio dal governatore Repubblicano, Asa Hutchinson, e prevedeva appunto otto esecuzioni entro la fine di aprile. L’estrema urgenza era dettata dall’imminente data di scadenza delle scorte del sedativo “midazolam” a disposizione dello stato.

Il “midazolam” è il primo dei tre farmaci somministrati ai condannati a morte secondo la procedura adottata dall’Arkansas. Esso è seguito da una seconda sostanza che paralizza il detenuto, fermandone la respirazione, e da una terza che induce l’arresto cardiaco e il decesso.

Come molti altri stati americani, anche l’Arkansas sta faticando a reperire i medicinali che servono per mettere a morte i detenuti, poiché le aziende farmaceutiche e i governi europei hanno da tempo bloccato la vendita di questi prodotti se destinati a essere usati nelle esecuzioni capitali.

Questa carenza ha spinto alcuni stati sia ad approvare metodi alternativi cruenti, come la fucilazione o la camera a gas, sia ad autorizzare rifornimenti da aziende non certificate o a ricorrere a sostanze di dubbia efficacia che possono provocare atroci sofferenze ai condannati, in violazione dell’Ottavo Emendamento della Costituzione Americana.

Proprio il “midazolam” è una delle sostanze incriminate, responsabile di almeno quattro esecuzioni finite male dall’ottobre del 2013, data in cui è stato usato per la prima volta nelle condanne a morte in America. Questo medicinale, se non somministrato in maniera corretta, può non sedare del tutto il condannato, lasciandolo cosciente o semi-cosciente fino al sopraggiungere della morte.

L’uso del “midazolam” aveva suscitato una contesa legale finita alla Corte Suprema degli Stati Uniti, la quale nel 2015 aveva stabilito che questo sedativo può essere comunque incluso nei protocolli degli stati che prevedono la pena capitale. Malgrado la sentenza, l’inaffidabilità del “midazolam” ha spinto gli stati di Arizona, Florida e Kentucky a escluderlo dai rispettivi cocktail letali.

Per quanto riguarda l’Arkansas, le vicende legali degli ultimi giorni si sono per ora risolte nel rinvio definitivo di tre condanne a morte delle otto fissate per il mese di aprile dal governatore Hutchinson. Tre condannati nel braccio della morte per omicidio – Don Davis, Bruce Ward e Jason McGehee – hanno visto accolti i ricorsi dei rispettivi avvocati e per loro l’appuntamento con il boia è per lo meno rinviato, secondo alcuni anche di anni.

Davis era ad appena 15 minuti dalla sua esecuzione nella serata di lunedì, quando, dopo che gli era stato servito l’ultimo pasto, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato la sospensione della condanna precedentemente disposta dalla Corte Suprema statale dell’Arkansas.

A fare ricorso al tribunale costituzionale di Washington era stata la procuratrice generale dello stato, Leslie Rutledge, la quale contestava la tesi degli avvocati di Davis che sostengono come, durante il processo per omicidio, a quest’ultimo fosse stato negato l’accesso a una consulenza legale indipendente per presentare le prove del suo grave ritardo cognitivo.

La Corte Suprema dell’Arkansas aveva fermato in precedenza anche l’esecuzione di Bruce Ward, prima di annullare il proprio ordine ed emetterne un secondo nella giornata di lunedì. Anche la contesa legale sul caso Ward riguarda le facoltà mentali del condannato, a cui è stata tra l’altro diagnosticata una forma di schizofrenia.

Per le autorità giudiziarie dell’Arkansas non è possibile eseguire le condanne di Davis e Ward prima che la Corte Suprema degli Stati Uniti si esprima su un caso che riguarda proprio l’accesso degli imputati per omicidio a consulenze legali indipendenti che certifichino eventuali ritardi mentali. Le audizioni sul caso dovrebbero iniziare nei prossimi giorni a Washington e una decisione del supremo tribunale è attesa per il mese di giugno.

Con una sentenza del 2002 e un’altra del 2014, la Corte Suprema USA ha stabilito che la condanna a morte di individui a cui venga riconosciuto un ritardo mentale viola la Costituzione americana. In questi pareri non era però specificato quali debbano essere i criteri esatti per valutare i disturbi mentali dei detenuti che determinino l’esonero dalla pena capitale. Ai singoli stati viene lasciata perciò una certa discrezione, così che anche dopo la sentenza del 2014 sono state registrate, ad esempio in Texas e in Georgia, esecuzioni di condannati con Q.I. nettamente al di sotto della media.

Se le prime tre esecuzioni previste per il mese di aprile in Arkansas sono state dunque fermate e anche le autorità dello stato hanno ammesso che non potranno essere rimesse in calendario a breve, quelle degli altri cinque detenuti dovrebbero essere invece confermate.

I giornali americani hanno raccontato di una corsa contro il tempo degli avvocati dei condannati per fermare la vera e propria catena di montaggio della morte decisa dal governatore Hutchinson. Doppie esecuzioni sono previste sia per giovedì 20 che per lunedì 24, mentre l’ultima è in programma tre giorni più tardi.

Nonostante i molti esempi della natura brutale e vendicativa del sistema giudiziario americano, i casi in cui la camera della morte negli USA è stata così affollata sono molto rari. Una doppia esecuzione nello stesso giorno era stata programmata per l’ultima volta nel 2014 dallo stato dell’Oklahoma.

In quel caso, però, finì in tragedia, con il primo dei due condannati che aveva patito un’agonia di quasi tre quarti d’ora a causa delle difficoltà del personale carcerario nell’individuare una vena per la somministrazione dei farmaci letali. Il condannato era alla fine deceduto per un arresto cardiaco e la seconda esecuzione era stata cancellata.

L’ultima doppia esecuzione portata a termine “con successo” risale invece al 2000 in Texas, ma sempre in Arkansas due detenuti erano stati giustiziati nello stesso giorno circa un anno prima. Dopo il già ricordato caso del 2014 in Oklahoma, un’agenzia di questo stato aveva raccomandato uno spazio di almeno sette giorni tra un’esecuzione e l’altra, anche per evitare problemi legati agli altissimi livelli di stress accumulati dal personale addetto alle condanne a morte.

A questo proposito, qualche settimana fa una ventina di agenti delle carceri dell’Arkansas aveva inviato una lettera al governatore Hutchinson per criticare le esecuzioni multiple in programma, a causa proprio dello stress mentale ed emotivo che comportano le procedure di condanna a morte.

Secondo i dati riportati dai media americani, in Arkansas circa i due terzi della popolazione sarebbe tuttora favorevole alla pena capitale. Le condanne a morte continuano d’altra parte a essere promosse dalla classe politica USA, soprattutto negli stati più conservatori del sud, come strumento di controllo sociale nel quadro di un sistema giudiziario spietato e che colpisce in larga misura gli appartenenti alle classi più oppresse e disagiate.

In generale, però, la sensibilità degli americani è relativamente cambiata negli ultimi anni e la pena di morte sembra essere sempre meno “popolare”, in seguito anche a svariati casi di detenuti nel braccio della morte che hanno visto annullare le loro condanne a causa di errori o abusi giudiziari.

Le decisioni prese dai tribunali nei giorni scorsi per fermare o rallentare la macchina della morte in Arkansas possono essere perciò in parte anche il riflesso di questa evoluzione, nel timore che l’orrore di condanne a morte in serie provochi ancora maggiore opposizione alla pena capitale negli Stati Uniti.

I leader politici favorevoli alla pena di morte, come il governatore Hutchinson, continuano comunque a invocare l’accelerazione delle esecuzioni, come se ciò fosse un modo per rendere giustizia ai famigliari delle vittime e non, piuttosto, di incoraggiare tendenze reazionarie tra la popolazione e di generare assuefazione a un sistema giudiziario fondamentalmente violento e oppressivo.

 

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