Trump e l’offensiva contro i migranti

di Mario Lombardo

Gli attacchi populisti contro gli immigrati negli Stati Uniti continuano a essere un tratto caratteristico dell’amministrazione Trump. Alle parole si aggiungono frequentemente i fatti, con una lunga serie di provvedimenti xenofobi e reazionari messi in atto a partire dal gennaio scorso, l’ultimo dei quali ha riguardato questa settimana quasi 60 mila haitiani residenti provvisoriamente negli...
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Di Battista, fuga per la vittoria?

di Fabrizio Casari

L’annuncio è stato un fulmine a ciel sereno per i supporters del Movimento. Alessandro Di Battista non si ricandiderà alle prossime elezioni politiche per scelta sua. Continuerà a stare dentro al Movimento (anche se non è chiaro se seguirà a far parte del cosiddtto "direttorio") ma senza svolgervi la funzione di Deputato della...
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di Michele Paris

Gli attacchi contro l’amministrazione Trump nell’ambito del cosiddetto “Russiagate” sono aumentati sensibilmente negli ultimi giorni con l’evolversi della nuova “rivelazione” del New York Times su un incontro, avvenuto nel giugno del 2016, tra il figlio maggiore del presidente americano – Donald jr. – e un avvocato russo con presunti legami con il governo di Mosca. L’escalation contro la Casa Bianca sarebbe giustificata dalla pubblicazione di alcune e-mail scambiate tra lo stesso Donald Trump jr. e l’intermediario di nazionalità britannica che aveva favorito la riunione avvenuta alla Trump Tower tredici mesi fa.

La ferocia con cui le pressioni sulla Casa Bianca stanno aumentando non sono in nessun modo giustificate dal contenuto delle e-mail, ma si spiegano soltanto con la determinazione della stampa ufficiale e di buona parte della classe politica di Washington di far naufragare sul nascere l’intesa tra Washington e Mosca prospettata dal vertice di settimana scorsa ad Amburgo tra Putin e Trump.

Il passaggio cruciale dello scambio di messaggi tra Trump jr. e l’intermediario, ovvero il promotore musicale Rob Goldstone, consisterebbe in una frase scritta dal figlio del presidente in risposta a una dubbia offerta di materiale “ufficiale” che poteva screditare la candidata democratica alla Casa Bianca, Hillary Clinton, nel quadro “dell’appoggio del governo russo” a Donald Trump.

Trump jr. scriveva cioè che, se effettivamente esistevano documenti di questo genere, sarebbe stato interessato ad averli ed essi sarebbero tornati utili “soprattutto alla fine dell’estate”, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali.

La disponibilità di Trump jr. a valutare l’aiuto della Russia proposto in questi termini sarebbe per la stampa “mainstream” americana la prova dell’intenzione che aveva manifestato lo staff del presidente di collaborare con Mosca per ostacolare la campagna di Hillary Clinton.

La vicenda presenta però svariati aspetti tutt’altro che chiari. Per cominciare, l’avvocato russo che avrebbe poi effettivamente incontrato Trump jr., Natalia Veselnitskaya, non era in possesso di nessuna informazione relativa alla Clinton, tanto che il figlio del futuro presidente degli Stati Uniti l’avrebbe messa alla porta dopo pochi minuti.

Lo stesso Trump jr. ha rilasciato una dichiarazione al New York Times per spiegare la sua versione dei fatti. L’avvocato russo, facendo seguito alle promesse contenute nell’e-mail di Goldstone, aveva effettivamente sostenuto di avere informazioni relative a finanziamenti destinati a Hillary provenienti da cittadini russi, ma le sue affermazioni apparivano “vaghe, ambigue e senza senso”. Natalia Veselnitskaya, secondo Trump jr., sarebbe poi passata in fretta ad altri argomenti che sembravano essere il vero motivo della sua visita.

All’incontro erano presenti anche il genero di Trump e ora consigliere della Casa Bianca, Jared Kushner, e l’allora direttore della campagna elettorale, Paul Manfort, ma entrambi avevano abbandonato quasi subito la riunione, evidentemente non interessati a quanto l’avvocato russo aveva da riferire.

Il governo russo ha negato inoltre di avere legami con Natalia Veselnitskaya, la quale intendeva in realtà sollevare la questione della cosiddetta “legge Magnitsky” del 2012 che, approvata per penalizzare cittadini russi sospettati di avere violato i diritti umani, creava più di un ostacolo al business di alcuni suoi clienti a Mosca.

Non essendoci prove del fatto che l’incontro sia andato diversamente da questa ricostruzione, è innanzitutto impossibile affermare che, al di là delle loro intenzioni, Trump jr. o gli altri partecipanti all’incontro del giugno 2016 abbiano complottato o semplicemente discusso con emissari del Cremlino per gettare fango sulla candidata alla presidenza del Partito Democratico.

Già questo sarebbe sufficiente a liquidare come insignificante la presunta “bomba” pubblicata a inizio settimana dal New York Times. Per quanto riguarda poi la frase di Rob Goldstone citata in precedenza sull’appoggio russo alla campagna di Trump, va ricordato che essa è stata espressa da un cittadino britannico che non rappresentava né pretendeva di rappresentare il governo di Mosca.

Goldstone era in contatto con Trump jr. in qualità di agente della pop star russa Emin Agalarov, il cui padre era in rapporti d’affari con il futuro presidente americano, mentre la sua impresa di costruzioni aveva ottenuto importanti appalti dal governo di Mosca.

In ogni caso, continuano a non esserci prove che la predilezione del Cremlino per il candidato repubblicano alla Casa Bianca si sia concretizzata in qualsiasi modo, se non in commenti e prese di posizione che, comprensibilmente, lasciavano intendere vantaggi politici e strategici per Mosca in caso di successo di Trump.

Nell’analizzare la storia proposta dal New York Times è indispensabile sottolineare anche come non ci sia alcun riferimento al cuore dell’accusa rivolta a Mosca di avere interferito nelle elezioni del novembre scorso, vale a dire la violazione dei sistemi informatici del Comitato Nazionale Democratico e del computer del numero uno della campagna di Hillary, John Podesta.

Se pure la proposta sottoposta da Rob Goldstone a Trump jr. si fosse materializzata nei termini promessi, è bene ricordare che Natalia Veselnitskaya avrebbe messo a disposizione, come spiegava appunto l’agente inglese, documenti “ufficiali” provenienti dal Cremlino che rivelavano azioni illegali della candidata democratica.

Ciò avrebbe reso improbabile eventuali manovre segrete per penalizzare Hillary, visto anche che la pubblicazione dei fantomatici documenti sulla ex first lady ne avrebbe necessariamente mostrata l’origine. Soprattutto, qualunque sia il giudizio sull’entourage di Trump, appare giustificabile che il figlio di quest’ultimo fosse interessato a mettere le mani su del materiale, oltretutto sanzionato ufficialmente da un governo, che poteva mostrare operazioni illegali della rivale per la presidenza.

Nel mese di giugno e ancora fino a ridosso del voto, Trump appariva infatti in grave ritardo nei sondaggi e, visto anche il clima tossico della campagna, non è difficile credere che membri del suo staff vedessero con favore l’ipotesi di reperire, non necessariamente in maniera illegale, informazioni screditanti su Hillary.

L’inconsistenza delle accuse a Trump jr. che, secondo molti negli Stati Uniti, rappresenterebbero una qualche svolta nel “Russiagate”, risulta evidente proprio quando viene fatto notare come il comportamento del primogenito del presidente sia stato di dubbia legalità.

Un’editoriale del New York Times al limite del delirante sostiene ad esempio che Trump jr. potrebbe finire in guai legali poiché, a causa della corrispondenza con Rob Goldstone e forse dell’incontro con Natalia Veselnitskaya, avrebbe violato le leggi elettorali federali che proibiscono a membri delle campagne dei candidati di “sollecitare” qualsiasi “cosa di valore” a cittadini stranieri, incluse informazioni dannose.

Per quanto faziosa – o fantasiosa – possa essere l’interpretazione degli ultimi sviluppi del “Russiagate”, è estremamente difficile leggere nel comportamento di Trump jr. una qualche richiesta di materiale utilizzabile contro Hillary Clinton. Di ciò non vi è certo traccia nelle e-mail scambiate con Rob Goldstone né, quanto meno, esiste finora traccia che questo sia stato l’argomento di discussione durante il breve incontro con l’avvocato russo alla Trump Tower.

La questione da approfondire sarebbe piuttosto relativa alla discrepanza tra le promesse di Goldstone e quanto riferito effettivamente da Natalia Veselnitskaya a New York. La spiegazione più semplice è che il primo fosse stato convinto dalla seconda a ingigantire l’importanza delle informazioni da esporre a Trump jr. nella speranza di ottenere un incontro.

Oppure, come ha ipotizzato qualche commentatore filo-russo, l’intermediario inglese avrebbe potuto essere assoldato da qualcuno interessato a colpire Trump lanciando un’esca al figlio di quest’ultimo per convincerlo a incontrare un avvocato legato al governo di Mosca. A supporto di questa tesi, come a quella persecutoria degli accusatori del presidente, non vi sono tuttavia prove, ma è pur vero che già nel mese di giugno dello scorso anno stavano circolando voci sui presunti contatti tra Trump e la Russia.

Ad ogni modo, in questa come nelle precedenti “rivelazioni” sui rapporti tra Trump o uomini a lui vicini e il governo di Mosca, sempre favorite da fughe di notizie all’interno del governo, il tentativo degli oppositori del presidente è in sostanza quello di criminalizzare in quanto tali incontri con esponenti collegati in qualche modo al Cremlino o semplicemente di nazionalità russa.

Con una tattica riconducibile al maccartismo, ogni contatto o legame dell’amministrazione o della famiglia Trump con la Russia viene dunque amplificato come un atto che deve necessariamente nascondere qualche trama illegale, riconducibile in primo luogo all’interferenza (mai provata) di Mosca nelle elezioni americane del 2016.

Su basi decisamente più solide si fondano invece alcune notizie, poco o per nulla approfondite, emerse nei mesi scorsi sulla collusione proprio di Hillary Clinton o di organizzazioni a lei vicine con enti o individui stranieri per screditare Trump. Già a gennaio, la testata on-line Politico.com aveva rivelato come “esponenti del governo ucraino” avessero cercato di aiutare Hillary e di penalizzare Trump, “mettendo in dubbio pubblicamente la sua idoneità a diventare presidente”.

Inoltre, individui legati al governo golpista di estrema destra di Kiev avevano “divulgato documenti che accusavano di corruzione un consigliere di Trump”, salvo poi fare marcia indietro dopo le elezioni, e altri ancora avevano collaborato con “alleati della Clinton nel reperire informazioni che potevano danneggiare” il candidato repubblicano.

Organizzazioni vicine all’ex segretario di Stato avevano infine ingaggiato un ex agente segreto britannico per produrre un dossier che gettasse fango su Trump, descrivendo particolari morbosi della sua condotta nel corso di trasferte in Russia e i suoi legami compromettenti con gli ambienti del Cremlino.

Il rapporto era stato pubblicato integralmente senza scrupoli dalla stampa americana e, pur essendo giudicato universalmente falso, come gli altri “contributi” esteri alla campagna di Hillary non aveva sollevato alcuna obiezione tra coloro che oggi, per ragioni legate agli orientamenti strategici degli Stati Uniti, conducono la loro campagna contro Donald Trump per le sue presunte collusioni con il governo di Mosca.

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