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Mar
26 Settembre 2017
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USA, la guerra civile dei repubblicani

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di Mario Lombardo

L’allontanamento dalla Casa Bianca di molti tra i fedelissimi della prima ora di Trump, assimilabili alla fazione “populista” di estrema destra della galassia repubblicana, non ha risolto il conflitto interno al partito di governo negli Stati Uniti, ma ne ha se possibile aggravato la crisi fino a portarlo potenzialmente sull’orlo di una clamorosa scissione.

Il rimescolamento del team presidenziale negli ultimi mesi ha visto in sostanza affidare le questioni di politica estera a una sorta di giunta militare, guidata dagli influenti James Mattis (segretario alla Difesa), John Kelly (capo di gabinetto) e H. R. McMaster (consigliere per la Sicurezza Nazionale), mentre sul fronte interno l’agenda politica continua a essere in buona parte influenzata dalle tendenze “populiste”, sia pure senza significativi risultati concreti.

Questa evoluzione dell’amministrazione Trump è stata accolta pressoché unanimemente come una rivincita dell’establishment di Washington sull’ala libertaria-populista-neofascista che aveva avuto un ruolo determinante nella vittoria delle elezioni del novembre 2016.

L’uscita di scena di individui come l’ormai ex “stratega capo” della Casa Bianca, Stephen Bannon, era vista invece come necessaria per rimettere in carreggiata un’amministrazione lacerata e in profonda crisi a causa anche di iniziative e prese di posizioni considerate troppo estreme di fronte alla crescente ostilità degli americani.

Le scosse registrate a Washington hanno però fatto poco o nulla per sanare le divisioni nel Partito Repubblicano e tutti i segnali indicano come siano ancora in atto manovre per orientare quest’ultimo sempre più verso la destra estrema. Addirittura, in molti parlano di un possibile nuovo movimento – di fatto neo-fascista – che faccia capo al presidente Trump e agli uomini a lui più vicini, anche se ormai quasi tutti allontanati dalla Casa Bianca.

A spiegare queste dinamiche c’è la fortissima sfiducia degli americani nei confronti della classe politica di Washington. Una frustrazione che l’estrema destra intende sfruttare e orientare nella direzione di un nazionalismo spinto, in primo luogo attraverso un’accesa retorica contro l’Islam e l’immigrazione, così da ostacolare il formarsi di un movimento indipendente di matrice progressista.

Questi temi, assieme alla guerra contro il “sistema”, a cominciare proprio da quello controllato dai vertici repubblicani, sono così al centro degli sforzi della destra al di fuori del Congresso di Washington e che continua a guardare a Trump come il propulsore di un nuovo blocco politico ultra-reazionario.

Nei giorni scorsi, una serie di apparizioni pubbliche di Stephen Bannon ha fatto salire il livello di apprensione tra i leader repubblicani, dopo che l’ex consigliere di Trump ha prospettato senza mezzi termini una vera e propria “guerra civile” nel partito in vista delle elezioni di “medio termine” dell’autunno 2018.

A inizio settimana, la testata on-line Politico ha dedicato un lungo articolo alle iniziative che Bannon sta mettendo in campo per cercare di impedire tra poco più di un anno la rielezione di deputati e senatori repubblicani identificati con l’establishment. Questa possibile battaglia interna ai candidati repubblicani ha scatenato il panico nel partito, con i leader di maggioranza preoccupati che una serie di primarie roventi e dispendiose possa consumare il partito e favorire i democratici.

Il numero uno repubblicano al Senato, Mitch McConnell, avrebbe già fatto pressioni sulla Casa Bianca per contenere le trame di Bannon, presumibilmente approvate dal presidente Trump. Ciò non ha però impedito allo stesso Bannon di muoversi per promuovere la candidatura di possibili rivali di senatori in carica che dovranno difendere i loro seggi nel 2018.

Nel mirino ci sarebbe in primo luogo il senatore Dean Heller del Nevada, già considerato tra i repubblicani più vulnerabili nel voto del prossimo anno perché il suo stato figura tra quelli vinti da Hillary Clinton nelle presidenziali del 2016. Heller è l’identikit del candidato che la destra repubblicana intende colpire nei prossimi mesi, dal momento che ha spesso criticato il presidente Trump, così come si era rifiutato di appoggiarlo durante la campagna per la Casa Bianca.

Secondo Politico, Bannon starebbe valutando sfide per le primarie anche contro altri senatori poco entusiasti di Trump o finiti recentemente ai ferri corti con il presidente. Tra di essi figurerebbero Jeff Flake (Arizona), Roger Wicker (Mississippi) e Bob Corker (Tennessee). Quest’ultimo qualche giorno fa ha fatto sapere di non essere certo di volersi ricandidare nel 2018, convincendo molti che il suo possibile ritiro sia legato alla guerra che potrebbe essere costretto a combattere nelle primarie con la destra del suo partito.

Bannon ha comunque già attivato vari consulenti e uomini di fiducia impegnati in alcuni gruppi conservatori operanti nelle campagne elettorali per reclutare candidati con curriculum di estrema destra che siano in grado di opporsi a quelli appoggiati dall’establishment repubblicano.

Lo sforzo è sostenuto dal punto di vista mediatico dal sito BreitbartNews, diretto dallo stesso Bannon, ed economicamente da vari finanziatori ultra-miliardari, a cominciare dal manager di “hedge fund”, Robert Mercer, e dall’imprenditore della Silicon Valley, Peter Thiel. I legami dell’estrema destra americana e di Bannon, egli stesso ex banchiere d’affari, con alcuni grandi donatori repubblicani smentisce chiaramente il carattere “popolare” del movimento in fase di aggregazione attorno a Trump.

Il primo test dei rapporti di forza in casa repubblicana sarà il prossimo 26 settembre, quando si terranno le primarie per il seggio del Senato in Alabama lasciato libero dopo la nomina a ministro della Giustizia di Jeff Sessions. In questo stato si scontreranno l’attuale senatore, Luther Strange, nominato temporaneamente al posto di Sessions e sostenuto dai vertici del partito, e l’ex giudice Roy Moore, candidato di Bannon e della destra del partito.

Per molti commentatori negli Stati Uniti, lo scontro tra i repubblicani potrebbe non rimanere confinato all’interno del partito. Il New York Times, citando varie personalità vicine ai repubblicani, lunedì ha scritto che mai come in questo frangente storico sembra esistere il potenziale per la nascita di un terzo partito con reali ambizioni di governo.

A contribuire a questo scenario è in primo luogo proprio Donald Trump, “incapace o non interessato a tenere assieme il partito”, visto come impedimento o come fattore che aggrava l’impopolarità del presidente. I primi mesi della sua amministrazione sono stati segnati d’altra parte da svariati attacchi ai leader repubblicani al Congresso, spesso accusati di non essere in grado di far approvare l’agenda politica della Casa Bianca.

Se i tempi siano maturi per la nascita di un nuovo soggetto politico negli Stati Uniti è però tutto da verificare. Quel che è certo è che l’evolversi del panorama americano verso un possibile “terzo partito” attorno alla figura di Trump rappresenta uno sviluppo totalmente reazionario che minaccia di spostare gli equilibri politici a Washington ancora più a destra rispetto anche a quelli attuali.

 

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