Durante lo storico faccia a faccia di martedì tra il presidente americano Trump e il leader nordcoreano, Kim Jong-un, quest’ultimo ha sussurrato all’orecchio del primo che, per “molte persone nel mondo”, l’evento in corso a Singapore sarebbe apparso come una “scena da film di fantascienza”. Se si pensa alla storia delle relazioni tra i due paesi e al clima creatosi nel corso del 2017, la tesi di Kim appare senza dubbio condivisibile.

 

Ciononostante, l’incontro è il logico risultato dei processi politici e strategici registrati in Asia orientale nei primi mesi dell’anno e lascia intravedere per lo meno la possibilità concreta di una reale distensione. Che poi il successo di un eventuale accordo tra Washington e Pyongyang comporti automaticamente anche solo l’allentamento delle tensioni nella regione o, ancor più, un abbassamento del livello di scontro tra USA e Cina appare tutt’altro che garantito.

 

 

Il vertice tra i due leader è stato dominato, a livello esteriore, dalla solita ostentazione di sicurezza e ottimismo da parte del presidente americano. Questo atteggiamento ha rivelato una certa soddisfazione da parte degli Stati Uniti, verosimilmente per la conferma della disponibilità della delegazione nordcoreana a valutare, come aveva spiegato recentemente il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, “una svolta strategica” che porti in qualche modo il paese del nord-est asiatico nell’orbita di Washington.

 

Dopo un incontro nel quale erano presenti solo gli interpreti, Trump e Kim si sono uniti ai rispettivi consiglieri e membri dei due governi presenti a Singapore. La soddisfazione dell’inquilino della Casa Bianca nel rispondere alle domande dei giornalisti è stata giustificata alla fine dalla firma di un accordo definito di ampio respiro e che, nonostante sia privo per forza di cose di elementi concreti, non manca di indicazioni potenzialmente significative.

 

Le questioni cruciali che avevano preoccupato i negoziatori dei due paesi alla vigilia del vertice sono state infatti affrontate nel testo sottoscritto da Trump e Kim. La prima è l’impegno alla “completa denuclearizzazione della penisola di Corea”, con l’accento spostato appunto su tutta la penisola, così da includere non solo il nord ma anche il sud di quest’ultima e, quindi, almeno in teoria, l’arsenale mantenuto dagli USA nel quadro dell’alleanza con Seoul.

 

L’altra questione decisiva inclusa in quella che appare più come una dichiarazione congiunta che un vero e proprio accordo è la garanzia della sicurezza e sopravvivenza del regime di Pyongyang al termine di un processo che dovrebbe privarlo del deterrente delle armi nucleari in suo possesso. Su questo punto era intervenuto alla vigilia del summit il segretario di Stato Pompeo, assicurando che il suo paese sarà pronto a dare garanzie, relative alla sicurezza della Corea del Nord, che mai erano state considerate in precedenza dagli Stati Uniti.

 

Altrettanto decisivo è anche il concetto della reciprocità delle concessioni nel corso dei negoziati. A questo ha accennato lo stesso Trump quando ha annunciato la sospensione delle esercitazioni militari tra USA e Corea del Sud, in cambio di fatto del congelamento del programma missilistico/nucleare di Kim. I negoziati, a detta del presidente americano, partiranno “molto presto”, con Pompeo che vedrà esponenti di Pyongyang “alla prima data possibile”.

 

Nella trasferta di Singapore, Kim Jong-un ha anch’egli mostrato apertamente l’intenzione di risolvere la questione del nucleare nella penisola di Corea, sia pure riconoscendo gli ostacoli che si presenteranno da subito. L’ottimismo del leader nordcoreano deriva con ogni probabilità e in primo luogo dalle aperture e dalle concessioni formali degli Stati Uniti, di natura differente da quelle prospettate in passato dai presidenti Bush jr. e Clinton nei precedenti tentativi di dialogo mai andati in porto.

 

Allo stesso tempo, dietro alla disponibilità di Kim c’è la chiara consapevolezza della doppiezza americana che deriva a sua volta dalle reali motivazioni che hanno spinto Trump ad accettare lo storico incontro di martedì. Gli Stati Uniti sono guidati dai propri interessi strategici in Estremo Oriente e questi hanno a che fare principalmente con la crescente competizione con la Cina.

 

In altre parole, il governo USA è aperto a certe concessioni e ad assicurare la sopravvivenza del regime di Kim, ma anche l’ulteriore arricchimento della cerchia di potere a Pyongyang tramite l’integrazione della Corea del Nord nei circuiti del capitalismo internazionale, ma solo a determinate condizioni.

 

Kim, cioè, potrà assistere a qualche progresso nei negoziati con Washington solo se sarà pronto ad assecondare le esigenze strategiche americane, ovviamente nascoste dietro la retorica della pace, della distensione e della “denuclearizzazione”.

 

La vera incognita sul futuro dei rapporti tra USA e Corea del Nord e sul concretizzarsi delle promesse uscite dal vertice di Singapore è così rappresentata dall’assetto strategico della regione che si delineerà nel prossimo futuro. Se Kim, presumibilmente dietro pressioni cinesi, dovesse mostrare resistenze nell’accogliere le richieste americane, è probabile che i toni di minaccia a cui si è assistito nel corso del 2017 ritornerebbero in fretta, accelerando il rischio di guerra nella penisola di Corea.

 

Al contrario, nel caso il regime di Pyongyang confermasse la linea evidenziata a Singapore e operasse la svolta strategica auspicata da Washington, sganciandosi da Pechino, la nuova realtà che si verrebbe a creare in Asia nord-orientale non farebbe che inasprire il confronto tra USA e Cina. Quest’ultimo paese, infatti, rischierebbe di vedere realizzato uno dei peggiori incubi, vale a dire la presenza oltre i suoi confini nord-orientali di un regime ostile o, comunque, alleato degli Stati Uniti.

 

Con queste prospettive, è comprensibile che le reazioni al summit di martedì provenienti da Pechino siano state da un lato caute e dall’altro dirette a sottolineare la necessità di un processo di distensione aperto, armonico e multilaterale. Un editoriale della testata ufficiale on-line Global Times ha non a caso insistito nel collegare i risultati del faccia a faccia tra Trump e Kim e le possibilità di pace alle tendenze multipolari in atto su scala globale, respingendo l’unilateralità e l’arroganza che contraddistingue la condotta internazionale americana.

 

In uno scenario simile, è probabile che l’obiettivo della Corea del Nord sarebbe quello di attuare una politica estera indipendente e svincolata dai legami finora quasi esclusivi con Pechino, ma senza allinearsi strategicamente a Washington. Questa sorta di terza via, forse nei piani di Kim, appare però oggi poco più di un’illusione, vista l’impennata delle tensioni globali e l’intensificazione delle rivalità tra le grandi potenze prodotte dall’agenda ultra-nazionalista dell’amministrazione Trump.

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