Il progetto del presidente Trump di ritirare i militari americani dalla Siria si era scontrato da subito con una forte opposizione interna alla stessa amministrazione repubblicana. I pareri contrari all’annuncio del 19 dicembre scorso erano emersi immediatamente e talvolta con forza, tanto che, ad esempio, il segretario alla Difesa, generale James Mattis, aveva abbandonato il proprio incarico di lì a poco in segno di protesta.

 

Le divisioni scaturite da quella decisione si sono poi aggravate e le pressioni sulla Casa Bianca aumentate, fino probabilmente ad avere un qualche effetto sullo stesso Trump. Le manovre dei contrari al disimpegno USA in Siria hanno dato così i loro frutti, tanto che il consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente, John Bolton, si è sentito certo di poter delineare nel fine settimana una revisione della strategia sull’impegno nel paese mediorientale in guerra, al punto da apparire potenzialmente contraria a quella decisa in precedenza dal suo diretto superiore.

 

 

Dopo l’annuncio iniziale del ritiro quasi immediato delle truppe di stanza illegalmente in Siria, Trump ha più volte cercato di attenuare la perentorietà del provvedimento, minimizzando la questione dei tempi, e, di conseguenza, a tutt’oggi sembra esserci poca chiarezza sui contorni di una presa di posizione in grado di influenzare in maniera decisiva la situazione nel paese.

 

Le parole pronunciate domenica da Bolton a Gerusalemme, se effettivamente appoggiate da Trump, potrebbero infatti segnare tranquillamente un rinvio di mesi se non di anni dell’evacuazione dei circa duemila uomini che occupano il nord-est della Siria. Visti anche i precedenti, è necessaria comunque una certa cautela nel trarre conclusioni, non essendo chiari gli equilibri all’interno della Casa Bianca né se lo stesso presidente intenda cedere alle richieste della galassia “neo-con” sulla crisi siriana.

 

Bolton, ad ogni modo, ha fissato alcune condizioni per il ritiro americano che si prestano prevedibilmente a manipolazioni – sia di natura tattica che retorica – per dipingere scenari differenti sul campo a seconda degli interessi e delle necessità strategiche di Washington. Gli obiettivi principali che, secondo l’ex ambasciatore USA alle Nazioni Unite, dovrebbero essere raggiunti prima che i soldati americani lascino la Siria riguardano la garanzia che la Turchia non prenda di mira le milizie curde alleate degli americani nella Siria nord-orientale, la sicurezza di Israele e, naturalmente, la sconfitta completa dello Stato Islamico (ISIS).

 

Come accennato in precedenza, Trump aveva sostenuto il 19 dicembre scorso che i militari americani avrebbero lasciato la Siria a breve, mentre in seguito la scadenza è stata spostata di almeno quattro mesi, principalmente per via dei tempi necessari a evacuare armi e materiale bellico impossibile da lasciare sul campo. Ora, dopo l’uscita di Bolton e altre circostanze, anche queste tempistiche appaiono in dubbio, a conferma, come ha spiegato domenica il New York Times, dell’esistenza di una campagna “dietro le quinte” per attenuare e “rallentare l’implementazione dell’ordine del presidente Trump”.

 

Le divergenze sul ruolo americano in Siria non sono d’altra parte nuove. I piani per una presenza indefinita in questo paese sono stati preparati da tempo dagli uomini dell’amministrazione Trump più vicini agli ambienti conservatori repubblicani con legami all’establishment della “sicurezza nazionale” e fautori di una politica estera egemonica e senza compromessi.

 

Secondo alcuni, il presidente non avrebbe mai sottoscritto la presenza indefinita di truppe americane in Siria, se non altro per motivi di convenienza politica, visto che ciò si scontrerebbe con le sue promesse in campagna elettorale. Se così fosse, le svariate dichiarazioni emesse da più di un membro dell’amministrazione Trump nei mesi scorsi, oltre agli ultimi sviluppi e all’annuncio di Bolton, appaiono particolarmente gravi e sintomatiche di un peggioramento della faida interna alla Casa Bianca sulle questioni strategiche e della politica estera USA.

 

In queste precedenti dichiarazioni, di cui almeno in un’occasione si era reso responsabile lo stesso Bolton, era emerso come le priorità americane avrebbero dovuto essere, oltre al paravento della guerra all’ISIS, il contenimento o ridimensionamento dell’influenza dell’Iran in Siria, l’ostacolo al consolidamento dell’asse della “resistenza” sciita anti-americana e la capacità di condizionare un eventuale processo di transizione politica a Damasco. A ciò va aggiunto poi l’appoggio incondizionato a Israele, da esprimere sia con la garanzia di difesa contro la “minaccia” rappresentata dalla Repubblica Islamica sia, come è sembrato trasparire dal vertice tra Bolton e Netanyahu, con il possibile futuro riconoscimento dell’occupazione delle alture del Golan.

 

Prima ancora delle parole pronunciate da Bolton nella giornata di domenica, le pressioni per far ricredere Trump sulla Siria erano già sembrate avere un certo successo quando il 30 dicembre scorso il senatore repubblicano Lindsey Graham, era uscito da un colloquio alla Casa Bianca in uno stato di quasi euforia. Il “falco” repubblicano aveva espresso fortissime preoccupazioni dopo l’annuncio del ritiro delle truppe USA, ma, in seguito all’incontro con Trump, si era detto “molto più tranquillo” sulla strategia americana in Siria.

 

Bolton, il segretario di Stato, Mike Pompeo, l’inviato speciale per la Siria, James Jeffrey, e altri ancora nell’amministrazione Trump sono dunque nel pieno di una campagna per salvare i piani e gli investimenti degli Stati Uniti nel paese mediorientale. Proprio Pompeo sarà protagonista questa settimana di una trasferta nella regione che seguirà quella di Bolton. Al centro dei colloqui in paesi come Giordania, Egitto, Emirati Arabi, Arabia Saudita e Kuwait ci sarà in primo luogo proprio la questione siriana e la presenza militare americana.

 

A testimonianza tuttavia della confusione che continua a caratterizzare la strategia degli Stati Uniti e, forse, la presa d’atto tra i loro alleati di un fallimento imminente dopo quasi otto anni di guerra, Pompeo si ritroverà di fronte regimi che negli ultimi mesi hanno preso iniziative pragmatiche sulla Siria, avviando in più di un caso timidi percorsi di normalizzazione dei rapporti con Assad, in primo luogo tramite la riapertura delle rispettive rappresentanze diplomatiche a Damasco e la riammissione di questo paese nella Lega Araba.

 

Gli scenari siriani hanno a che fare infine con il ruolo della Turchia nella crisi e, non a caso, dopo la visita in Israele nei giorni scorsi, Bolton incontrerà anche il presidente Erdogan. Il governo di Ankara è stato chiamato in causa direttamente dal consigliere di Trump, dal momento che la sicurezza delle milizie curde alleate di Washington dipende appunto dal fatto che la Turchia si astenga da incursioni oltre il confine meridionale contro forze che considera terroristiche.

 

Su questo fronte, le vicende appaiono comunque ancora estremamente fluide, ma il tentativo americano, promosso in particolare dallo stesso Bolton, di affidare alla Turchia il controllo dell’offensiva contro ciò che resta dell’ISIS nel nord-est della Siria sembra scontrarsi con una realtà che si muove in senso opposto.

 

Per cominciare, in cambio di questo impegno Ankara ha chiesto un massiccio sostegno militare e logistico che gli Stati Uniti non possono garantire nemmeno con l’attuale dispiegamento di forze in Siria. Inoltre, retorica a parte, Erdogan appare tutt’altro che propenso a intensificare l’impegno in Siria viste le difficoltà che già sta incontrando più a ovest, nella provincia di Idlib, e il timore di scatenare un sanguinoso conflitto con i curdi siriani che potrebbe avere pericolosi riflessi sul fronte interno.

 

Al di là di quanto verrà deciso a Washington nel prossimo futuro, l’evoluzione della situazione nella porzione di territorio siriano occupato illegalmente dagli Stati Uniti potrebbe alla fine seguire lo svolgimento più logico. I curdi, come stanno lasciando intendere i loro leader in questi giorni, dovrebbero cioè finire per trovare un accordo con Damasco e consentire il ritorno delle aree dove essi sono maggioranza sotto il controllo governativo, ristabilendo la legittima sovranità siriana e annullando nel contempo qualsiasi minaccia turca.

 

Questo scenario esclude però la presenza americana, così che almeno una parte della classe dirigente degli Stati Uniti continuerà a spingere sul presidente Trump per invertire la rotta sul ritiro dei militari. La soluzione futura per la Siria nord-orientale e, forse, dell’intero paese in guerra dipenderà allora dal grado di successo delle spinte destabilizzatrici provenienti da Washington contro i processi di stabilizzazione e relativa normalizzazione che sembrano essere in atto ormai da qualche tempo.

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