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17 Maggio 2012
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Il sangue di Sirte, pornografie libiche

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di Tommaso Di Francesco

Roma, 28 ottobre 2011. Nonostante gli sforzi dei media, dei governi e delle «opposizioni», resta difficile se non impossibile archiviare facilmente le foto pornografiche che arrivano dalla Libia. Difficile se non impossibile archiviare le immagini del corpo linciato, massacrato - pare addirittura stuprato - di Gheddafi sepolto dopo il dileggio in tutta fretta in un luogo misterioso, come se facesse ancora paura da morto. Ora in Libia la pornografia, la ripetizione all’infinito di scene di sangue, seriali e violente, dejà vu, ma per questo appetibili, non riesce a nascondere la strage di fondo che arriva da Sirte e dagli altri luoghi segnati dalle ultime ore dei vinti di turno.

Prima Amnesty International e Human Right Watch, poi le agenzie delle Nazioni unite a cominciare dalla Croce rossa denunciano in queste ore efferati massacri, con la scoperta di centinaia - secondo alcune fonti, migliaia - di corpi di esseri umani catturati, imprigionati ed assassinati in sbrigative esecuzioni. Su questo teatro di morte aleggia il silenzio assordante dell’Occidente, colto e raffinato, come di quel pacifismo che pure dovrebbe sapere che essere contro la guerra vuol dire indignarsi davvero e mettere tutti e due i piedi dentro i nodi della crisi del modello di sviluppo del cosiddetto finanz-capitalismo.

Tacciono per mestiere invece i governi che hanno promosso l’avventura bellica della Nato, pronti a ripararsi dietro l’ennesima formuletta «aprire un’inchiesta». Come fa l’Onu, che se era già data per morta stavolta è proprio seppellita. Tutti sbeffeggiati dall’ultima versione ufficiale del Cnt che, quasi a voler cancellare le immagini che tutto il mondo ha visto, insiste a dichiarare che «Gheddafi è morto nel trasporto a Misurata per le ferite riportate» ma «se risultasse che è stato ucciso, processeremo i responsabili, in modo equo». Ma che verità può venire dalla Nato che, oltre ad avere consegnato di fatto Gheddafi al linciaggio, è responsabile di avere bombardato quello sfortunato paese con più di cinquantamila bombe «intelligenti» e «precise», colpendo e devastando - con beneficio degli affari della ricostruzione - quelle aree urbane e quegli stessi civili che dichiarava di volere «proteggere»?

Ma la pornografia non si ferma a questo. Perché a poche ore dalla dichiarazione della liberazione della Libia, il Cnt chiede all’Alleanza atlantica di restare almeno fino alla fine dell’anno. Che cosa teme è presto detto: non l’ipotesi per ora debolissima di una resistenza «irachena» dei filo-gheddafiani, ma l’esplodere non solo verbale ma armato del conflitto latente tra le anime degli insorti, mentre cresce il peso e il ruolo centrale degli integralisti islamici e non solo in Libia. Oggi la Nato deciderà di non decidere. Concluderà la missione, come gli chiede il Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma in realtà aprirà alla nuova opzione che avanza. Quella di una nuova coalizione di volenterosi che si faccia carico di gestire l’insicurezza della nuova Libia. Guidata, ecco la morbosità, dal «democratico» Qatar, la petromonarchia protagonista del massacro delle primavere arabe.

Che prima ha acceso i riflettori di Al Jazeera, la tv diretta da agenti della Cia e di proprietà dell’illuminato Emiro d’ispirazione e sostegno islamo-americano, poi ha inviato armi agli insorti libici proprio mentre reprimeva nel sangue la rivolta popolare in Barhein. E infine, come del resto hanno fatto gli anglofrancesi, ha ammesso di avere inviato centinaia di soldati nei combattimenti della guerra civile libica. Una soluzione che diventa un modello e insieme una minaccia per le speranze sempre più negate delle rivolte tunisina ed egiziana, ma anche per le sorti delle crisi esplosive, siriana e yemenita. È insopportabile la puzza di nuova guerra e di petrolio che arriva da un’Europa «politica» divisa nel precipizio della crisi sul bottino bellico e comunque finita, al terminale delle sue ragioni, proprio nella - e a partire dalla - guerra libica. Tuttavia, complimenti per il set porno.

Fonte: Il manifesto

 

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