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Gio
11 Marzo 2010
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Ispra, la ricerca sul tetto

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di Rosa Ana De Santis

Da ieri mattina i ricercatori dell’Ispra (Istituto per la protezione e la ricerca ambientale) sono sul tetto della loro sede di Via Casalotti, a Roma. Hanno preso questa decisione al termine di un’assemblea indetta da Usi RdB Ricerca e non scenderanno finchè non sarà chiusa positivamente la loro vertenza. Ai 200 precari storici non confermati a giugno scorso, se ne aggiungono altri 250 a rischio, oltre all’azzeramento dei fondi della ricerca sul mare.

Salari da fame, esasperazione, azzeramento della ricerca marina sono solo le ultime ferite inferte ai cervelli migliori di questo Paese. La segreteria nazionale dell’Istituto spera ora in qualche intervento dall’alto che superi la palude del commissariamento attuale. Il silenzio dell’Esecutivo, del Ministro Sacconi e Prestigiacomo soprattutto, è ormai intollerabile.

La protesta dei ricercatori arriva, per una felice coincidenza, a poca distanza dalle parole del Presidente della Repubblica sul valore della ricerca e sull’urgenza di sanare la differenza tra le parole della politica e gli investimenti economici. E se si guarda alla storia recente dell’Ispra, si scopre che l’unico intervento concreto sulla ricerca è stato rappresentato da pesantissimi tagli, da nessuna programmazione per il futuro e soprattutto dalla perdita di ricercatori di altissimo pregio i cui studi e le cui pubblicazioni scientifiche sono spariti dai tavoli delle decisioni. Arriva la solidarietà delle forze di opposizione che vedono nei tagli dei posti di lavoro una manovra spropositata che rischia, tra l’altro, di paralizzare l’attività dell’intero Istituto e di non lasciare alcun progetto vivo per il futuro prossimo.

Si dovrebbe procedere - queste le richieste dei lavoratori mobilitati - con un tavolo interistituzionale che, congiuntamente con i sindacati, scongiuri il rischio di far saltare ancora posti di lavoro e, soprattutto, si dovrebbe formalizzare un piano organico che tuteli le competenze scientifiche e dia le linee sulle attività, anche quelle di monitoraggio ambientale. L’anomalia dell’Ispra, quella che finora hanno pagato soltanto i ricercatori, è che l’accorpamento dei tre enti di ricerca ambientale pre- esistenti (Apat- Agenzia per la Protezione dell'Ambiente e i servizi Tecnici, Icram-Istituto Centrale per la Ricerca scientifica e tecnologica Applicata al Mare, Infs- Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica), avrebbe dovuto comportare la razionalizzazione delle spese e la pianificazione delle attività attraverso, ad esempio, la formalizzazione di uno statuto sulle finalità dell’Ente.

Non solo questo non è accaduto, e sarebbe interessante capirne i motivi, ma il commissariamento oltre a congelare ogni possibile sviluppo, ha privato l’Istituto proprio delle risorse eccellenti a disposizione. Un percorso bizzarro, che inquina po’ le grandi parate istituzionali sul valore sacro della ricerca e sulla ferita dei cervelli in fuga su cui lacrima tanto il Ministro Gelmini.

Con tutti i ricercatori lasciati a casa non si consuma solo l’ennesima pagina nera per i lavoratori in tempo di crisi, ma chiudono o rischiano di chiudere progetti che servono alla vita di questo Paese. I progetti sul Mose, le bonifiche di zone portuali da ordigni bellici, la bonifica di siti inquinati, i monitoraggi ambientali di piattaforme off shore, la pesca sostenibile e l’acquacultura, solo per citare alcuni esempi.

L’opzione di eliminare gli stipendi e con essi il futuro della scienza è l’opzione più veloce con cui rimediare ai bilanci in emorragia per cattive politiche. Il conto però si paga sempre dal basso. Lo abbiamo visto pochi giorni fa con le aggressioni subite dagli operai in sciopero dell’ex- Eutelia. Lo abbiamo visto con i cinque operai Innse assediati nella gru per giorni e giorni. Lo abbiamo visto con l’immunità diffusa che ha coperto i vertici del buco nero Alitalia, mentre le buste paga dei più poveri diventavano sempre più magre o sparivano.

Si sale sul tetto per non essere più fantasmi, per essere più visibili. Ma un cambio di rotta è poco credibile. Il governo è lo stesso che ha cancellato dalla Finanziaria 80 milioni destinati all’assunzione a tempo indeterminato di 4200 ricercatori universitari. E’ tempo di crisi, i soldi servono per ddl e provvedimenti cuciti su misura per uno e il futuro, di tutti, è un lusso che non possiamo permetterci.

 

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