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Gio
17 Maggio 2012
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Capodanno dal carcere

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di Rosa Ana De Santis

Se il 2011 si era chiuso con l’emergenza carceri, il nuovo anno è iniziato con 4 nuovi casi di suicidio. I numeri dei suicidi sventati e dei casi di autolesionismo che hanno richiesto il tempestivo intervento della polizia penitenziaria sono stati numerosi: oltre 10.000 tra il 2010 e il 2011. Le forze dell’ordine preposte alla vigilanza dei detenuti sono peraltro sotto organico e lavorano ormai a prezzo di forti sacrifici personali ed economici. Una bomba ad orologeria quella che si è innescata in tutte le prigioni del Paese: celle al collasso, condizioni igienico-sanitarie terribili, scarsa assistenza delle persone ammalate, processi di recupero ai minimi termini: l’abbandono è la regola.

I provvedimenti legislativi degli ultimi anni non hanno di fatto messo mano al sistema vigente e l’Organizzazione sindacale autonoma della polizia penitenziaria chiede ormai un’amnistia e l’adozione di misure alternative per una serie di reati oggi trattati con la detenzione; misura, peraltro fallimentare vista la percentuale di recidive di reato superiore al 60%. Dormire in 4 persone con materassi a terra, in 2 metri quadri scarsi, non deve essere quello che si intende per detenzione rieducativa.

Il sovraffollamento è il problema primario di San Vittore - dove ci sono addirittura 13 bambini – come di Rebibbia, che ospita 1.712 detenuti contro i 1.200 previsti. Altra situazione denunciata dalle associazioni di volontariato è quella del carcere fiorentino di Sollicciano, con i suoi 1.015 detenuti contro i 500 che dovrebbe avere; a costoro, l’unica possibilità offerta è quella di rimanere nelle celle di pochi metri quadrati per 22 ore al giorno.

Il ministro della Giustizia, Paola Severino, all’emergenza carceri ha risposto per ora con il decreto legge sull’uso delle camere di sicurezza, cui ha risposto polemicamente e subito il Vice capo della Polizia, Francesco Cirillo, ricordando al ministro che oggi le camere di sicurezza in Italia sono assolutamente sprovviste dei servizi minimi da garantire alle persone in stato di fermo da 48 ore e in attesa di processo per direttissima, e finora hanno funzionato come luoghi di puro e veloce transito. Né il personale, né quelle celle, possono funzionare per allocare detenuti. Peraltro su queste camere di sicurezza non sono mai state date alle forze dell’ordine direttive chiare su come dovessero essere e funzionare.

Un vuoto che rispondeva al bisogno di considerarle dei parcheggi temporanei. Oggi, nell’intenzione del Ministro, il magazzino dovrebbe diventare un’appendice del carcere, senza sprecare mezza parola su come organizzarlo, né verificandone le condizioni in cui versano. Pensare di rispondere all’emergenza con una misura di soccorso, che continua a non voler entrare nel merito delle condizioni antidemocratiche della detenzione, è un modo per aggirare e rimandare il problema. Palliativi e provvedimenti difficili da giustificare, come quello del braccialetto elettronico costato 5 mila euro l’uno. Un modo bizzarro di investire denaro pubblico a fronte di ben altri problemi legati alla detenzione.

La tensione tra governo e polizia di queste ore racconta molto bene quanto la politica abbia finora voltato le spalle a chi lavora in un mondo tanto difficile e tanto fondamentale per la salvaguardia della democrazia e delle sue leggi. Tace il governo sull’urgenza della depenalizzazione di gruppi interi di reati legati alla Vandea ideologica razzistoide e xenofoba che ha avvelenato gli ultimi 20 anni. Il sovraffollamento delle carceri si deve infatti alla detenzione per reati che negli altri paesi d’Europa non esistono e per il ritardo cronico della magistratura inquirente e giudicante nell’evadere i casi giudiziari. Le cifre sui detenuti in attesa di giudizio sono in assoluto e in percentuale l’obbrobrio nell’obbrobrio.

D’altra parte la ristrettezza dei fondi stanziati per la giustizia rendono la carenza di personale e mezzi a disposizione della magistratura l’elemento decisivo per accumulare ritardi. E anche sul piano degli investimenti in infrastrutture e formazione del personale di sorveglianza i governi degli ultimi 20 anni hanno scrollalo le spalle. I sindacati di polizia rammentano al governo che dal 2000 ad oggi si sono uccisi 100 poliziotti penitenziari: 1 direttore di istituto e 1 dirigente regionale: un escalation che se risale, senza dubbio, a problemi di ordine personale, ci aiuta però anche a ricordare che oltre a mancare ormai ogni traccia d’umanità nella detenzione, mancano anche i più essenziali servizi di supporto psicologico specializzato a chi opera nel mondo della pena e della rieducazione.

Più di 200 anni fa Cesare Beccaria, sulla pena, scriveva che essa dovesse avere tre requisiti fondamentali: rapidità, certezza e umanità. Non uno di questi tre criteri è oggi onorato dal nostro sistema di giustizia. Per metodo, per penuria di mezzi e forse per mancanza di persuasione profonda, di cultura della pena. Quella di aver capito che l’infrazione della legge e la rieducazione del reo, insieme alla giusta punizione, é il battesimo di un’intera comunità nazionale.

Chiamata a ricordare le sue leggi e la loro sacra osservanza.  A non considerare il carcere come la discarica sociale del male, ma come un pezzo di Stato e di umanità in cui tutti abbiamo perduto qualcosa e qualcuno. Il male continua ad esistere anche se mettiamo lucchetti sempre più grandi a gabbie sempre più strette e senza una politica all’altezza il carcere non sarà più, come non è già più,  il luogo della legge, ma il posto in cui essa si estingue per sempre.  Quale sconfitta più grande per un paese civile e democratico se non quella di abdicare in casa, nel braccio della pena, allo spirito stesso delle sue leggi.

 

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