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Gio
17 Maggio 2012
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Niente crisi per le armi

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di Rosa Ana De Santis

Nonostante la pesante crisi economica che sta mettendo in ginocchio gli italiani, grazie anche ai rincari e al governo delle tasse, gli affari del riarmo vanno a gonfie vele. Questo emerge dal report realizzato dall’Archivio Disarmo con analisi dei numeri dal 2007 ad oggi.  Il picco del triennio lo si è avuto nel 2008 con 21.132,4 milioni di euro, proprio quando la crisi da “spauracchio” iniziava ad assumere anche qui connotati concreti. Peraltro al tetto delle spese vanno aggiunte le voci di competenza militare elargite da altri ministeri, Ministero dell’Istruzione compreso che rendono il bilancio della Difesa sempre di dubbia interpretazione date le voci scorporate di cui si compone.

L’anno a venire non promette niente di buono con il celebrato “soldato del futuro” munito di armi del tutto nuove e di un equipaggiamento al limite del miglior action- movie. E’ vero che la Difesa non può essere trascurata in una politica estera sempre più impantanata in quella statunitense a caccia di nuovi teatri bellici, ma è altrettanto vero che questo paese, in nome della crisi, ha usato la scure sui diritti fondamentali dei cittadini: spese sociali, istruzione, sanità.

Se i tagli selvaggi sono così necessari per scongiurare la bancarotta del paese, non si può decidere di applicarli minando l’integrità dei diritti civili e individuali, per poi foraggiare il business di qualche sigla come Lockheed Martin o Alenia. Solo nel 2011 sono stati spesi per i caccia bombardieri 470milioni di euro.

Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell'Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo, invita ad “una razionalizzazione delle spese militari”, anche perché proprio su questa materia economica e politica così delicata, lo Stato Italiano ha perduto una quota importante di sovranità schiacciandosi sulla Politica di  sicurezza e difesa comune (PSDC).

La recente vicenda dell’acquisto di F35 aveva già portato all’attenzione dell’opinione pubblica il problema, a fronte di un progressivo svuotamento del servizio civile: un solo F35 per l’economia dello stato equivale a 25 mila giovani in servizio in meno per un anno. Nel 2013 non ci saranno più ragazzi e ragazze nel Servizio Civile. L’Italia si è impegnata all’acquisto di cacciabombardieri per un importo con cui potrebbe mettere in sicurezza 14mila scuole che non rispettano la legge 626 (ora modificata nel decreto Lgs 81 del 2008 ndr).

Nel mezzo della polemica è intervenuto il Ministro della Difesa, l’ammiraglio Di Paola, annunciando di avere in programma di rivedere e ridimensionare il tutto, compresi gli sprechi e gli organici, senza alcuna preclusione per evitare un collasso del mondo della Difesa.

Nell’ultimo question time alla Camera dei Deputati il Ministro ha comunque difeso l’investimento dei cacciabombardieri nella interezza, che dovrebbe impegnare l’Italia fino al 2026 per l’acquisto di 131 F-35 per un totale di 15 miliardi di euro, adducendo la necessità di modernizzare l’equipaggiamento aerotattico ed evidenziando l’incremento di occupazione del settore che se ne ricaverebbe.

Il governo è ufficialmente in riflessione e probabilmente ritoccherà la quantità degli aerei, ma gli affari per le aziende andranno avanti, nonostante tutto. In nome della crescita e dell’occupazione chiosa il Ministro. Quella del settore bellico: l’unica al momento in cui si sia impegnato il governo Monti, oltre che al sostegno del sistema bancario.

Senza ripescare il linguaggio di un pacifismo che non solo non è mai stato percorribile, ma ancora meno lo è in questo scenario politico contingente, basta rievocare la linea dell’austerità chiesta dal governo Monti per usare la forbice anche nel mondo militare. Gli obiettivi di ridimensionamento non riguarderanno, comunque, le missioni internazionali. Il Ministro è stato chiaro: il prestigio del teatro operativo, che costa caro comunque, non è tra le voci del rigore economico in nome di una volontà, tutta politica, in cui non abbiamo sovranità e di un programma economico, che ha individuato nuove colonie da spolpare, che va ben oltre le commesse spicciole per l’acquisto di armi e tecnologie.

 

 

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