Assange, le “non garanzie” USA

di Michele Paris

Nelle scorse settimane si erano intensificate le voci di una possibile risoluzione del caso di Julian Assange, con il presidente americano Biden che aveva anche ammesso di valutare la richiesta del governo australiano di lasciare cadere definitivamente le accuse contro il fondatore di WikiLeaks. Per il momento, il governo di Washington sembra essere però deciso a continuare la battaglia per...
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Israele e l’equazione iraniana

di Michele Paris

L’attacco iraniano sul territorio di Israele è stato un evento di portata storica e potenzialmente in grado di cambiare gli equilibri mediorientali nonostante le autorità dello stato ebraico e i governi occidentali stiano facendo di tutto per minimizzarne conseguenze e implicazioni. I danni materiali provocati da missili e droni della Repubblica Islamica sembrano essere stati trascurabili, anche se tutti ancora da verificare in maniera indipendente, ma il successo dell’operazione è senza dubbio da ricercare altrove. La premessa necessaria a qualsiasi commento della vicenda è la legittimità dell’iniziativa di Teheran. Come hanno sostenuto i leader iraniani, la ritorsione è giustificata in base all’articolo 51 della Carta delle...
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di Antonio Rei

"Non riesco a immaginare un'Europa senza la Grecia". All'apice della più grave crisi politica dalla nascita dell'euro, Matteo Renzi - in un'intervista ad Al Jazeera - verga il proprio nome nella storia con questa memorabile sentenza. Per la verità, la ripete da settimane, suscitando forse un moto di tenerezza fra quelli che a Bruxelles contano qualcosa. Verrebbe da chiedergli: "Cos'è che riesce a immaginare, Presidente?".

E dire che, fin qui, la creatività non è mancata al nostro Premier. Ci vuole fantasia per concepire il terzo Paese dell'Eurozona - governato da un partito che si dice di sinistra - ridotto a servo sciocco dell'Europa a trazione tedesca. Eppure è questa la fine che abbiamo fatto, come dimostra nel modo più lampante proprio la gestione del caso greco.

Fin dall'inizio, il sostegno di Renzi a Tsipras è stato solo vuota retorica. Basti pensare a quello che accadde dopo le elezioni del 25 gennaio vinte da Syriza, quando il nostro Premier non si degnò nemmeno di commentare, mandando avanti Sandro Gozi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all'Unione europea, che su Twitter scrisse: "Congratulazioni a Alexis Tsipras, pronti a lavorare con il nuovo governo greco per una più democratica e politica Ue".

All'epoca nel Pd tutti sottolineavano che il nuovo leader greco avrebbe avuto bisogno di Renzi per condurre la sua battaglia anti-austerità, e in effetti era così. Lo stesso Tsipras ha chiesto più volte al suo omologo italiano di fornirgli una sponda autorevole nel corso della trattativa, magari per iniziare a cucire un fronte dei Paesi mediterranei in grado di contrapporsi efficacemente ai falchi del Nord Europa.

Renzi questo aiuto lo ha sempre negato. Nelle conferenze stampa continua a scagliarsi contro le politiche di austerità, rivelatesi fallimentari, e a spingere per una virata in direzione della crescita: ma sono solo chiacchiere. Di concreto non c'è nulla, se non la favola della "Flessibilità", a tutt'oggi una creatura mitologica dalle sembianze indefinite.

Il nostro governo si è vantato in continuazione di aver ottenuto durante il semestre italiano di presidenza Ue "maggiore flessibilità" da Bruxelles, ma nessuno sa ancora spiegare nel dettaglio cosa questo comporti. L'unica certezza è che non arriverà alcun cambiamento significativo nelle politiche economiche europee, a meno che non si voglia considerare tale il Piano Juncker, altra creatura di fantasia che dovrebbe magicamente produrre centinaia di miliardi d'investimenti privati.

L'unica battaglia concreta in Europa contro l'austerità è stata e rimane quella di Syriza. Renzi lo sa benissimo e proprio per questo ha voluto immediatamente voltare le spalle a Tsipras. Una scelta di campo che ha superato il confine della vergogna pochi giorni prima del referendum greco, quando il Premier italiano si è schierato apertamente contro il governo di Atene, arrivando a definire la consultazione popolare "un derby fra euro e dracma".

Un vero sproloquio dovuto all'ignoranza e alla malafede del nostro Premier, che non ha il coraggio, né le capacità, né la statura politica per trattare alla pari con i grandi leader europei. Si lamenta perché è costantemente tagliato fuori da tutte le consultazioni ristrette, reclama un posto nel lettone fra papà Hollande e mamma Merkel, addirittura piagnucola per la manifesta irrilevanza della sua opinione nel corso di tutti i negoziati, ma alla fine obbedisce. Obbedisce sempre, probabilmente per paura di ricevere una scomunica in stile Berlusconi.

Tsipras, invece, non ha obbedito. Nemmeno il popolo greco lo ha fatto, consegnando un plebiscito di NO al referendum sulla proposta dei creditori. Può darsi che alla fine saranno sconfitti, sacrificati sull'altare del potere neoliberista per lanciare un segnale chiaro alle sinistre di mezza Europa (con in testa Podemos, visto che a novembre si vota in Spagna).

Forse, alla fine, Atene dovrà capitolare per insegnare ad altri popoli europei che è inutile farsi illusioni: il timone della politica economica europea non si tocca e chiunque si oppone può scegliere solo fra il ripensamento umiliante o il baratro. Eppure, anche se andrà così, anche se per la Grecia si realizzerà il peggiore degli scenari, un politico di sinistra come Tsipras guarderà sempre dall'alto il politicante fanfarone di Palazzo Chigi.

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