La recente visita a Pechino del presidente turco Erdogan ha segnato probabilmente un’altra tappa nell’evoluzione delle strategie geopolitiche del paese euroasiatico membro della NATO. L’incontro con il presidente cinese, Xi Jinping, subito dopo il G20 di Osaka è stato caratterizzato da toni particolarmente cordiali, accentuati ancora di più dalla concomitanza con la finalizzazione dell’acquisto del sistema difensivo anti-aereo russo S-400 e dal rapido evaporare dell’illusoria distensione con gli Stati Uniti registrata nella metropoli giapponese.

 

A dare il senso dei calcoli di Erdogan sono state in particolare le sue parole sulle condizioni dei musulmani dello Xinjiang cinese, discusse durante la presentazione dei risultati di un viaggio compiuto in questa regione dal ministro per gli Affari Religiosi malese, Mujahid Yusof Rawa. Significativamente, Erdogan ha affermato che “tutti i gruppi etnici dello Xinjiang vivono felicemente in condizioni di sviluppo e prosperità” garantite dalla Cina.

 

Questa dichiarazione contraddice completamente la versione ufficiale diffusa in Occidente che dipinge senza sfumature uno scenario di dura repressione nei confronti degli Uighuri musulmani nella regione dello Xinjiang. La presa di posizione di Erdogan è anche l’esatto opposto di quanto, solo qualche mese fa, aveva sostenuto il ministero degli Esteri di Ankara, per il quale la situazione dei musulmani dello Xinjiang cinese rappresentava “un enorme motivo d’imbarazzo per tutta l’umanità”.

 

Secondo l’accademico cinese esperto in studi sulla Turchia, Li Bingzhong, il cambiamento di rotta in questo ambito di Erdogan sarebbe innanzitutto “il risultato dei pazienti sforzi diplomatici di Pechino”. Allo stesso tempo, la difficile situazione interna del presidente turco lo ha spinto a “cercare una via d’uscita” guardando alla Cina. L’evoluzione delle posizioni turche è tanto più di rilievo se si pensa che la vicenda degli Uighuri continua a essere agitata principalmente da Washington per fare pressioni su Pechino e, secondo alcuni, la stessa dichiarazione di condanna del ministero degli Esteri di Ankara ricordata in precedenza era stata probabilmente dettata proprio dal governo USA.

 

In altre parole, quanto affermato da Erdogan durante la sua visita a Pechino suggerisce che “la Turchia non permetterà a nessuno di creare divisioni nei rapporti tra Ankara e Pechino”. Per l’analista russo Stanislav Tarasov, in ballo ci sarebbe precisamente “l’inizio di una grande scommessa geopolitica” da parte di Erdogan, caratterizzata dall’ingresso “simultaneo in un’alleanza con Russia e Cina”, in un segnale inequivocabile di insoddisfazione per il modo in cui gli Stati Uniti stanno trattando la Turchia.

 

La convergenza di interessi tra Ankara, Pechino e Mosca è stata sottolineata sempre questa settimana da un’altra occasione diplomaticamente di un certo rilievo. Il ricevimento delle credenziali del nuovo ambasciatore turco a Mosca da parte di Putin ha consentito al presidente russo e ai suoi ospiti di ricordare la solidità della partnership tra i due paesi, nonostante le divergenze sulla crisi siriana.

 

Putin ha parlato di un rapporto che ha ormai “raggiunto un livello strategico”, per poi citare i progetti bilaterali che a esso stanno dando impulso, a cominciare da quelli energetici come la costruzione della centrale nucleare di Akkuyu e il gasdotto TurkStream. Il presidente del parlamento turco, Mustafa Sentop, ha a sua volta auspicato una prossima cancellazione della necessità dei visti per coloro che viaggiano tra i due paesi, mentre ha ribadito l’obiettivo di raggiungere i 100 miliardi di dollari in scambi commerciali bilaterali.

 

L’elemento di gran lunga più importante e portatore di sconvolgimenti a livello strategico resta comunque il sistema difensivo russo S-400 che Erdogan ha ancora recentemente assicurato arriverà in Turchia a breve. L’S-400 costituisce una delle principali ragioni del raffreddamento delle relazioni tra Washington e Ankara. Gli Stati Uniti hanno più volte minacciato sanzioni contro la Turchia se l’acquisto del sistema anti-missile russo dovesse andare in porto.

 

Proprio al G20 di Osaka, il presidente americano Trump aveva però prospettato un ammorbidimento sulla questione S-400. Trump aveva in sostanza dipinto Erdogan come una vittima della rigidità di Obama, la cui amministrazione si era sempre rifiutata di vendere i missili americani alla Turchia, finché il governo di Ankara è stato costretto a rivolgersi al Cremlino per le proprie necessità di difesa e di sicurezza nazionale. Erdogan aveva subito intercettato il segnale di distensione e, il giorno successivo alle parole di Trump, si era spinto ad annunciare l’arrivo imminente del sistema S-400, confidando che gli Stati Uniti si sarebbero astenuti dall’imporre sanzioni punitive contro la Turchia.

 

La questione è però lontana dall’essere risolta in questo modo. Fonti del Pentagono e del dipartimento di Stato si sono rivolte quasi subito alla stampa americana per spiegare che, malgrado le parole di Trump a Osaka, nulla è cambiato riguardo l’opinione USA sulla fornitura dell’S-400 alla Turchia. Un anonimo diplomatico americano aveva ad esempio spiegato alla Reuters che Ankara rischia “la sospensione dal programma degli [aerei da guerra] F-35 e l’applicazione di sanzioni secondo il CAATSA” (“Countering America’s Adversaries through Sanctions Act”), cioè la legge che prevede appunto misure punitive contro quei paesi che ricevono equipaggiamenti militari dalla Russia.

 

L’immediato raffreddamento americano verso la Turchia potrebbe dunque avere contribuito al chiarissimo cambio di tono di Erdogan sul trattamento della minoranza musulmana in Cina e a gettare le basi per un rafforzamento della partnership con Pechino. Non solo, qualche segnale circola da tempo anche su una potenziale riconsiderazione delle politiche turche riguardo il teatro di guerra siriano. L’aggravarsi della situazione nella regione settentrionale di Idlib e le pressioni di Mosca potrebbero, secondo alcuni, fare intravedere all’orizzonte una sorta di riconciliazione con il regime di Assad o, quanto meno, l’accettazione della permanenza al potere del presidente siriano dopo oltre otto anni di guerra.

 

Se la vendita dell’S-400 dovesse essere finalizzata, come sembra molto probabile, non è in realtà chiaro quale sarà la reazione della Casa Bianca. La Turchia resta un alleato cruciale per Washington e per la NATO, così che eventuali sanzioni economiche o militari rischiano di far precipitare la crisi tra i due paesi e di spingere Ankara ancor più nell’orbita di Mosca e Pechino. Trump, in ogni caso, potrebbe sospendere l’introduzione delle sanzioni, utilizzando la facoltà assegnatagli dal CAATSA di individuare eccezioni all’applicazione di provvedimenti punitivi, anche se ciò innescherebbe quasi certamente una risposta negativa da parte del Congresso.

 

Alcune misure ritorsive contro la Turchia per l’acquisto dell’S-400 sono state peraltro già decise. Il dipartimento della Difesa americano da qualche settimana ha infatti sospeso l’addestramento di piloti turchi sugli F-35. Il programma di realizzazione di questi costosissimi velivoli militari è assegnato a un consorzio di cui fanno parte svariati paesi NATO. Uno di questi è la Turchia che nel programma ha investito miliardi di dollari e si occupa oggi della costruzione di alcuni componenti degli F-35.

 

Il motivo principale per cui Washington considera incompatibile l’installazione del sistema russo di difesa anti-aereo S-400 in un paese NATO è collegato ai timori che Mosca possa raccogliere informazioni sensibili di carattere militare e indebolire il potenziale bellico degli Stati Uniti e dei loro alleati.

 

L’analista indipendente Federico Pieraccini ha spiegato recentemente come le implicazioni della vendita alla Turchia e, più in generale, della diffusione su scala globale di un sistema difensivo sofisticato come quello russo rappresenti un incubo per il governo e i vertici militari USA. Un sistema “in grado di abbattere aerei di quinta generazione avrebbe effetti devastanti sull’appetibilità e le vendite di materiale bellico americano, mentre, in parallelo, favorirebbe la popolarità e le vendite di quello di produzione russa”.

 

Nello specifico, lo stesso analista sostiene che l’S-400 è visto con estrema inquietudine a Washington perché, tramite i radar di cui è dotato, può ottenere dati riservati sui velivoli militari intercettati. Per il Pentagono, l’impiego di questo sistema difensivo in Turchia darebbe la possibilità di conoscere i dettagli proprio degli F-35, ritenuti potenzialmente determinanti in caso di conflitto con una paese come la Russia.

 

Un altro aspetto preoccupante per gli Stati Uniti riguarda ancora la capacità dell’S-400 di raccogliere informazioni, questa volta riguardo gli aspetti della tecnologia “stealth” applicata all’aeronautica militare americana, quella cioè che permette ai propri velivoli di non essere identificati dai sistemi di difesa nemici. Secondo Pieraccini, “la tecnologia stealth è teoricamente l’ultimo vantaggio che gli USA mantengono sui loro rivali” e il fatto che i segreti di essa possano finire in mani russe tramite l’S-400 è un motivo sufficiente a spiegare l’insistenza su Erdogan per convincerlo a rescindere il contratto di acquisto stipulato con Mosca.

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