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Con 108 voti a favore su 192 aventi diritto, Qu Dongyu, il candidato della Cina alla poltrona di Direttore Generale della FAO, ha sconfitto la francese Catherine Geslain-Lanéelle (71 voti), che era il candidato non solo della Francia ma di tutta l’Unione Europea ed era sostenuta dagli Stati Uniti e dai paesi satelliti. L'outsider georgiano, Davit Kirvalidze, ha invece ottenuto 12 voti mentre uno è risultato una astensione.

 

A poco è servito l’intenso lavoro diplomatico di Parigi per compattare l’Occidente e l’Africa sulla sua candidata. Anzi, proprio dall’Africa i segnali arrivati al palazzone razionalista di Roma sono stati inequivocabili ed hanno rappresentato uno smacco per la consolidata influenza che la Francia esercita sul continente nero.

 

Di contro, il voto a favore della Cina testimonia come la sua opera di penetrazione economico-finanziaria in Africa, sia riconosciuta. Del resto il gigante asiatico ha assoluto bisogno di alimenti ed energia per sostenere il suo sviluppo industriale e grazie ai massicci investimenti ed alla realizzazione di importanti opere infrastrutturali destinati al miglioramento delle condizioni di abitabilità e di sviluppo di interi paesi, Pechino viene riconosciuta oggi come un partner credibile per un continente in cerca di politiche favorevoli alla sua crescita e non alla sua spoliazione. Interventi che verranno ulteriormente ampliati e valorizzati proprio dall’iniziativa intercontinentale di Pechino che va sotto il nome di Nuova Via della Seta (Belt and Road) e che troverà nelle politiche della FAO destinate alla crescita ed alla lotta contro la fame e la povertà un ulteriore sostegno.

 

Decisamente diversa dall’idea occidentale di depredazione coloniale o di elemosina destinata a ridurre i danni, la politica di Pechino in Africa e in America Latina punta proprio sullo sviluppo delle infrastrutture dei paesi per sconfiggere il sottosviluppo, del quale la fame, l’assenza di reti viarie e ferroviarie, la difficoltà dell’accesso all’acqua e le malattie endemiche, sono solo alcuni degli aspetti peggiori.

 

Qu Dongyu, biologo di 55 anni e Viceministro cinese dell’Agricoltura, s’insedierà tra pochi giorni e resterà in carica fino al 2023. Nel suo saluto seguito alla proclamazione della vittoria ha espresso “gratitudine per la madrepatria" e ha rassicurato circa la fedeltà alla mission della Fao da parte della Cina che ne segue "le regole".

 

Il nuovo Direttore Generale ha tutte le ragioni per dirsi soddisfatto. Aldilà della retorica scontata, il risultato di ieri alla FAO è di straordinaria importanza geopolitica. Intanto perché è la prima volta nella storia della Repubblica Popolare Cinese che un suo candidato ad un ruolo di primaria importanza sulla scena internazionale ottiene un successo. Quello alla FAO è insomma un voto che da un lato, nelle proporzioni assolute, rappresenta il declino politico europeo nelle assisi multilaterali e, dall’altro, conferma l’ormai apparentemente inarrestabile crescita di Pechino nello scenario della governance globale.

 

Il voto segreto impedisce una ricostruzione dettagliata dello spoglio delle schede ma, stando alle dichiarazioni di voto diffuse nei giorni che hanno preceduto l’assise, oltre che Iran e Russia, Sudafrica e India, a sostegno del candidato di Pechino si sono schierati compatti Cuba, Nicaragua, Bolivia e Venezuela. Persino Argentina e Brasile, pur legati mani e piedi a Washington, hanno votato per il candidato cinese, viste le profonde ed estese reti di cooperazione e di import/export con Pechino.

 

Per gli stessi Stati Uniti è la seconda sconfitta in sede ONU nel giro di una settimana, dopo l’ingresso del Nicaragua nel Consiglio economico delle Nazioni Unite, avvenuto nonostante le pressioni contrarie da parte di Washington. E per rimanere in ambito ONU, la sconfitta della candidata francese segna uno smacco anche per l'Europa.

 

Prima donna in corsa per la carica, Deslain-Lanéelle aveva dato la disponibilità a controverse aperture nei confronti degli Stati Uniti su dossier sensibili come quello degli Ogm. E per quanto si voglia ora responsabilizzare della sconfitta la candidata, ad una analisi attenta non può sfuggire come la debacle sia in primo luogo la misura della perdita d’influenza francese e l’ennesimo rovescio patito dal governo Macron, ormai indigesto in patria e fuori. La grandeur s’è fatta piccola come il suo Presidente.