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Sab
4 Febbraio 2012
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L’Africa che vive in Italia

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di Rosa Ana de Santis

I numeri del dossier Caritas - Migrantes dicono che in Italia vivono un milione di africani, 7 su 10 nordafricani. In testa Tunisia ed Egitto. La Lombardia è la regione in cui la presenza africana è più significativa. Segue, in una diversa scala regionale, tutto il Nord e il Nord-Est. Nel 2050, mantenendo questo ritmo, diventeranno quasi 3 milioni. Non aumentano solo gli immigrati con permessi di soggiorno o quelli in attesa, ma nascono nuove famiglie. Matrimoni misti e immigrati di seconda generazione nati in Italia sono molti e i minori sono oltre 200.000.

I figli di questo esodo dal Continente Nero pongono all’attenzione della politica una questione normativa serissima. L’Italia è casa loro e il tema della cittadinanza - che riguarda la loro collocazione e, prima ancora, il loro riconoscimento politico - non potrà essere disatteso a lungo. Lasciarli come fantasmi, tenendo conto dei numeri relativi alla loro presenza crescente nei prossimi anni,  crea infatti una voragine e un’insidia nel diritto che non è degna di una democrazia moderna.

Se i numeri restituiscono il ritratto di un Italia che ha cambiato pelle, non possiamo dire che siano scomparsi atteggiamenti razzisti e discriminatori. Piuttosto, nell’intolleranza diffusa per gli immigrati, l’ostilità per “negri” e “marocchini” persiste a dimostrare che nella xenofobia è sopravvissuto l’orrore del razzismo classico. Quello del colore della pelle. A questo si aggiunge il pregiudizio degli italiani, secondo il quale l’immigrazione coincide con la criminalità. Una relazione che ha smentito proprio il Viminale con i suoi dati, ma che non è penetrata nell’opinione pubblica. E’ poi vero, nel quadro dell’immigrazione africana, che i nordafricani sono maggiormente coinvolti nel traffico della droga e nella tratta delle donne.

Dall’Africa si fugge per scampare a conflitti sanguinari e tribali. Moltissimi i rifugiati. E poi si scappa dalla povertà e dalle zone senza acqua, divorate dal deserto. Esiste per questo una migrazione tutta interna al continente, cosiddetta “economica”, e una fuga verso i centri urbani, con tutte le conseguenze sociali e sanitarie che si possono immaginare. L’odissea nel mare è il viaggio che questi disperati in fuga scelgono per raggiungere l’Europa, spesso andando incontro alla morte.

Se solo i soldi utilizzati per respingere i clandestini fossero destinati al recupero delle zone rurali abbandonate, si riuscirebbe a contenere questo esodo e a governare meglio un fenomeno che, nella condanna alla povertà in cui è lasciata l’Africa, non potrà essere fermato con le misure della sola repressione.

Gli africani che da noi lavorano come dipendenti sono mezzo milione. Molti poi gli stagionali e quelli con occupazione a termine. Tanti quelli che prestano manodopera nel settore domestico o nell’edilizia o nelle piantagioni senza regolarizzazione, come il caso di Rosarno ha duramente testimoniato.

L’integrazione con una cultura così lontana dalle latitudini della società occidentale è tutt’altro che poetica e romantica, ma la situazione geo-politica dell’Africa è, allo stato attuale, una condanna senza ritorno. Per questo non si fermerà l’onda della fuga. Alla politica internazionale e a quella del nostro governo spetta un compito un po’ più elevato dei respingimenti indiscriminati e dello sfruttamento appaltato alle cosche locali.

Questa è stata la reazione finora messa in campo, assolutamente sottodimensionata per un fenomeno che non è solo fatti di numeri e braccia, ma di nuove categorie sociali e culturali per le quali il cuore della solidarietà potrà anche essere un lusso, ma la testa della politica è una necessità. Passa da qui l’unica occasione di non cadere nei fantasmi dell’apartheid e nel suicidio del purismo etnico. L’imbroglio su cui, in ogni angolo di storia, nasce una tirannide.

 

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