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Gio
17 Maggio 2012
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Migranti: cittadini solo per il fisco

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di Rosa Ana De Santis

Mentre ancora si discute di ius soli e di riconoscimento della cittadinanza a chi nasce nel nostro paese, di diritto di voto per chi lavora in Italia, del marchio di sangue e di altre fesserie razziste a metà tra il folclore e il nazionalismo spinto, gli stranieri sono già italiani per le casse dello Stato. Una bella mossa, ipocritamente taciuta, di chi ha recuperato dalla soffitta l’inno  dell’Italia agli italiani.

I migranti, infatti, dati della Fondazione Leone Moressa alla mano, rappresentano il 6,8% dei contribuenti e da loro arriva il 4,1% del gettito complessivo. Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia le regioni in cui il peso delle contribuzioni degli stranieri su quelle totali all’IRPEF è più consistente. Oltre 2,1 milioni gli stranieri contribuenti del nostro Paese. Gli stranieri di Lazio e Lombardia sono quelli che versano di più, rispetto a tutte le altre regioni.

E’ chiaro che il confronto con i contributi dei lavoratori italiani segna un forte divario di gettito, che aumenta soprattutto nelle aree del meridione, ma che è dovuto ai redditi minori guadagnati dagli immigrati e alle conseguenti maggiori detrazioni di cui beneficiano in virtù di questo. Pagano l’IRPEF il 64,9% degli stranieri contro il 75,5% degli italiani.

Nelle aree del Nord, dove il lavoro degli stranieri, è più presente e diffuso, la situazione cambia molto e la differenza diminuisce. Peraltro se si riducesse la grande quota di lavoro nero, utilizzato per far guadagnare di più i datori di lavoro italiani, il contributo degli stranieri alla finanza pubblica crescerebbe di molto.

Basta pensare che il 90% del lavoro agricolo nelle regioni del Sud, Campania in testa, è in nero. Schiavi e caporali i protagonisti di una spietata catena di sfruttamento che arriva a 25 euro per più di dieci ore di lavoro, fino a violenza vera e propria: percosse, terrore e razionamento dell’acqua.

In qualche misura l’integrazione e l’abbattimento dei pregiudizi può venire anche dall’elementare constatazione di come il lavoro degli stranieri vada al paese Italia e ai servizi pubblici. Cade, in un colpo solo, il mito dell’usurpazione, dell’invasione, dello sfruttamento del paese Italia senza nulla in cambio.

Se questo è vero, vale solo per tutte le volte in cui gli stranieri lavorano nell’illegalità, diventando carne da macello e veri e propri schiavi per volontà di quegli italiani che preferiscono evadere il fisco, contando sulla penuria di controlli seri.

In un clima culturale che utilizza miti ideologici a buon mercato, spesso da tutte le parti, si deve forse ritornare ai numeri: quelli del lavoro e di certi lavori, quelli dei figli che gli italiani non fanno più, quelli delle tasse dove la maestria italiana dell’evasione, la vera causa delle disuguaglianze sociali interne al Paese, non ha bisogno di utilizzare il capro espiatorio degli stranieri per spiegare tutto quello che c’è da spiegare. L’Italia dei poveri, questa si, che è tutta degli italiani.

 

 

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