di Roberta Folatti

Un inganno ben architettato

Patinato. Ricco di immagini e inquadrature ricercate. Scorrevole anche se la storia, a tratti, suona piuttosto inverosimile.
Sex list – Omicidio a tre è un film vedibile, soprattutto col persistere della scarsità d’offerta (da settimana prossima finalmente avremo una maggior scelta). Però dal film di Marcel Langenegger non aspettatevi nulla di più di un piacevole intrattenimento. Dovrebbe trattarsi di un trhiller ma le svolte clou sono facilmente prevedibili. Nonostante ciò, sarà per la presenza del sempre bravo Ewan McGregor e della enigmatica Michelle Williams, “Sex list – Omicidio a tre” mantiene un certo livello di tensione, catturando lo spettatore grazie anche al lavoro del direttore della fotografia Dante Spinotti.

di Roberta Folatti

Ma non volevo farlo, l’ho persino votato

Il corpo di Berlusconi chiuso in un congelatore. Sul volto il sorriso di sempre, congelato pure quello. E la cosa più strana è che chi lo tiene in fresco, il suo “assassino” non è un acerrimo oppositore politico, è uno che l’ha addirittura votato. Con quel fatalismo rassegnato che è tipico degli italiani di oggi.

di Roberta Folatti

Cantando per le vie di Dublino

Spesso sono le piccole storie – storie che potrebbero accadere a ciascuno di noi – quelle che determinano la riuscita di un film. E’ la capacità di narrare in modo poetico, avvincente, ironico un incontro, uno di quelli che, mischiato alle migliaia che si fanno nella vita, acquista un senso tutto speciale, anche se si esaurisce nel giro di pochi giorni. Qualcosa che nutre le esistenze dei protagonisti, che li rende più forti e consapevoli, che dà un significato alla loro ricerca. Once è stato girato in meno di venti giorni con un budget limitatissimo eppure la sua resa emozionale, la freschezza delle immagini e delle recitazione lo collocano allo stesso livello di film ben più costosi. E la sua canzone principale – la musica è una delle protagoniste della pellicola – è stata premiata con l’Oscar 2008.

di Roberta Folatti

L’Afghanistan al di là delle bombe

Continuo nel ripescaggio di film non recentissimi che però rientrano nella programmazione delle sale estive e delle arene all’aperto.
Del romanzo di Khaled Hosseini, da cui Il cacciatore di aquiloni è tratto, avevo apprezzato la prima parte. Il racconto dell’infanzia del protagonista trascorsa col suo inseparabile amico, tra luci e ombre, complicità e gelosie e il desiderio vitale di catturare l’affetto, la stima, l’ammirazione di un padre eletto a modello irraggiungibile, era emozionante e del tutto privo di retorica. La parte più avventurosa l’avevo invece trovata un po’ troppo “best-selleresca” – passatemi il termine – come se fosse una concessione tardiva alla spettacolarizzazione dopo un bell’inizio intimista.

di Roberta Folatti

Verdetto in salsa russa

Per godere a fondo del film di Nikita Mikhalkov sarebbe utile aver visto l’originale, la pellicola di Sidney Lumet a cui il regista russo si è ispirato. Si tratta de “La parola ai giurati”, protagonista un compassato Henry Fonda, che sa però rimescolare i sentimenti dei suoi colleghi della giuria fino ad abbattere i loro pregiudizi. É uno dei classici americani degli anni ’50, rigoroso, in bianco e nero, imperniato sui dialoghi, sui silenzi, sui volti degli attori. Un esempio di cinema “civile” perchè affronta temi spinosi, soprattutto per l’epoca, visto che la giuria è composta in prevalenza da bianchi e l’imputato è un ispanico dei quartieri poveri, il cui destino sembra segnato in partenza.


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