I governi di Francia, Germania e Regno Unito, come praticamente tutto il resto dell’Europa, non intendono perdere una sola occasione per rimarcare la propria marginalità strategica e l’irrilevanza politica e morale che li contraddistingue nell’approccio alle principali questioni internazionali. Di ciò se ne è avuta puntuale conferma giovedì con l’attivazione, da parte di questi tre paesi, del cosiddetto “snapback”, il meccanismo, previsto dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015 (JCPOA), che consente la reintroduzione delle sanzioni multilaterali contro la Repubblica Islamica che lo stesso trattato aveva sospeso per un decennio. La decisione è il frutto della cecità di una classe dirigente europea che cerca disperatamente e senza successo di ritrovare una qualche leva per incidere sulle più importanti dinamiche strategiche globali e, nel caso specifico, rischia di dare il colpo di grazia a un processo diplomatico già sufficientemente complicato.
A un livello immediato, l’iniziativa degli “E3” rivela tutta la stupidità e la macroscopica ipocrisia delle rispettive classi dirigenti. Parigi, Berlino e Londra dovrebbero avere ormai compreso che la tattica negoziale basata sulle pressioni o il ricatto non sortisce l’effetto desiderato su paesi che, a differenza di quelli europei, agiscono guidati dal principio di sovranità e dall’interesse nazionale. Il ricorso al dispositivo che tra trenta giorni potrebbe riattivare una serie di sanzioni punitive nei confronti dell’Iran dovrebbe infatti servire a convincere il governo di Teheran a fare concessioni immediate in relazione al “file” nucleare.
Dell’intenzione dei tre governi europei di ricorrere già giovedì allo “snapback” ne aveva scritto il giorno prima in esclusiva la Reuters, elencando le condizioni a cui la Repubblica Islamica dovrebbe sottostare per evitare la reimposizione delle sanzioni sospese nel 2015. Tra di esse vi sono l’accesso libero e totale ai siti nucleari da parte degli ispettori dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA) e il ritorno al tavolo del negoziato con gli Stati Uniti. Peccato che al momento nessuna delle due sia minimamente accettabile dall’Iran. Infatti, la collaborazione ultra-decennale con l’agenzia ONU è diventata un cavallo di Troia, visto che, al momento dell’attacco militare israeliano dello scorso giugno, aveva consentito all’aggressore di identificare facilmente gli obiettivi da colpire, come siti e scienziati coinvolti nel programma nucleare.
Per questa ragione, dopo il cessate il fuoco Teheran aveva interrotto i rapporti con l’AIEA e solo in questi giorni gli ispettori sono tornati in Iran, sia pure senza che sia stato ancora stilato un protocollo che regoli le attività dell’agenzia nel paese. Tornare a negoziare con Washington senza condizioni è altrettanto impossibile. L’Iran continua a dirsi disponibile a discutere nonostante l’aggressione militare di oltre due mesi fa, ma senza garanzie rischierebbe di andare incontro alla stessa sorte. Israele aveva infatti attaccato proprio mentre la Repubblica Islamica e gli USA stavano cercando un accordo e ciò aveva dato un falso senso di sicurezza al governo iraniano, che in qualche modo potrebbe avere abbassato la guardia. È chiaro quindi a chiunque che i metodi coercitivi che ha scelto l’Europa non favoriscono ma complicano o uccidono del tutto la diplomazia.
L’altro aspetto è quello dell’ipocrisia e della legittimità, se non addirittura della legalità, dell’azione di Francia, Germania e Regno Unito. I tre governi fingono di ignorare che essi stessi, assieme agli Stati Uniti, hanno la piena responsabilità del naufragio dell’accordo sul nucleare. Nel 2018 fu Trump a lasciare unilateralmente e senza un motivo valido il JCPOA. Di seguito, gli “E3” promisero di tenere in piedi l’accordo, ma le discussioni a questo scopo con Teheran durarono poco, smascherando la malafede dei governi europei, i quali avrebbero poi a loro volta applicato sanzioni contro una Repubblica Islamica invece legittimata a svincolarsi dalle restrizioni sull’arricchimento del nucleare previste dall’intesa di Vienna.
Ma non è tutto. L’Europa aveva più o meno apertamente approvato l’aggressione di Israele e Stati Uniti contro l’Iran lo scorso giugno, nonostante fosse avvenuta in violazione di ogni norma del diritto internazionale. Il cancelliere tedesco Merz era arrivato anche a dichiarare pubblicamente che il regime genocida di Netanyahu, bombardando l’Iran, stava facendo "lavoro sporco” per l’Occidente. Ora, però, Parigi, Berlino e Londra vorrebbero che Teheran accettasse senza nulla in cambio quelle condizioni che hanno facilitato la guerra di aggressione di USA e Israele e da loro appoggiata.
Da considerare, in merito alla riattivazione dello “snapback”, ci sono anche altri aspetti importanti. Uno è il totale disinteresse europeo per il principio di collegialità che aveva caratterizzato i lavori che portarono alla ratifica del JCPOA. Se è vero che l’accordo consente a uno solo dei firmatari di innescare il meccanismo che resuscita le sanzioni, una simile iniziativa dovrebbe riflettere un certo accordo tra tutti i paesi coinvolti, visto anche che esso è esentato dal veto dei membri del Consiglio di Sicurezza che detengono questo potere. In questo caso, invece, Russia e Cina sono fermamente contrarie alle sanzioni e hanno infatti recentemente presentato una risoluzione che rinvierebbe la scadenza dei tempi per richiedere lo “snapback” (metà ottobre), in modo da dare più tempo alla diplomazia.
Proprio Mosca e Pechino, inoltre, quasi certamente ignoreranno le sanzioni che potrebbero essere reintrodotte, così che la decisione degli “E3” finirà per consolidare ancora di più lo spostamento dell’Iran verso l’orbita sino-russa nel quadro delle dinamiche multipolari in corso a livello globale. Non solo, l’Europa pretende di costringere con questi metodi la Repubblica Islamica al rispetto dei vincoli allo sviluppo del suo programma nucleare, ma otterrà invece l’esatto contrario. Come ripete da tempo il governo di Teheran, l’invocazione dello “snapback” determinerà la rottura definitiva dei rapporti con l’AIEA e l’uscita dal Trattato di Non Proliferazione, in modo che il programma nucleare iraniano potrà avanzare senza essere soggetto a nessun controllo internazionale.
La decisione europea è stata presa in ogni caso con il totale appoggio o, per meglio dire, dietro ordine dell’amministrazione Trump. Gli Stati Uniti non possono infatti invocare il meccanismo della riattivazione delle sanzioni proprio perché sono usciti dal JCPOA nel 2018. Alla totale sottomissione a Washington si può così ricondurre la spiegazione del comportamento degli “E3”, sempre che si voglia dare di esso un’interpretazione in qualche modo “razionale”.
È chiaro cioè anche a questi governi che pressioni e minacce non portano a soluzioni diplomatiche, ma insistono tuttavia su questa strada perché il loro obiettivo non è la risoluzione pacifica della “crisi” del nucleare, se mai ve ne fosse realmente una, e il ristabilimento di normali relazioni con l’Iran. Forzare Teheran alla politica del muro contro muro significa piuttosto favorire una campagna di propaganda contro un “regime canaglia” che non rispetta le regole e legittima perciò l’intensificazione degli sforzi per il cambio di regime, anche attraverso una nuova aggressione militare.
L’atteggiamento dell’Europa va collegato di nuovo alla scelta di rimanere vassalli di Washington, malgrado precluda opportunità di crescita e sviluppo che, pure, per ragioni storiche e geografiche le sarebbero facilmente aperte in questo frangente storico. L’Iran sarebbe, in questa prospettiva e alla luce della disponibilità che ha sempre mostrato, un interlocutore cruciale, in grado di offrire un mercato ampio e avanzato, un ruolo di “ponte” tra il vicino e il lontano oriente, oltre che abbondanti riserve energetiche, più che mai necessarie per l’Europa dopo la decisione suicida di rinunciare al gas e al petrolio russi.