“I dati sono la risposta migliore: non c’è modo di intimidirli”. Con queste parole Tito Boeri rilancia contro il vicepremier Matteo Salvini, che martedì aveva minacciato di rimuoverlo dalla presidenza dell’Inps. Nel presentare a Montecitorio la Relazione annuale dell’Istituto di previdenza, l’economista bocconiano non solo ribadisce le posizioni sui migranti che avevano fatto saltare i nervi al leader leghista, ma rincara la dose, attaccando il governo anche su altri due fronti: il Decreto Dignità varato lunedì e il progetto di controriforma delle pensioni. 

 

Questa settimana, Boeri ha detto e ripetuto che l’Italia ha bisogno di “aumentare l’immigrazione regolare”, altrimenti in futuro i contributi non basteranno a pagare le pensioni. Per due ragioni. Primo, “perché sono “tanti i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere”. Secondo, perché il nostro sistema previdenziale “non ha al suo interno meccanismi correttivi che gli permettano di compensare un calo delle coorti in ingresso nel nostro mercato del lavoro”.

 

 

In altre parole, abbiamo un problema demografico che con il passare del tempo sarà sempre più grave. Gli anziani sono tanti e continuano ad aumentare, mentre i giovani, in proporzione, sono pochi e diminuiranno ancora, perché gli italiani fanno sempre meno figli e in età sempre più avanzata. Calcolatrice alla mano, perché il sistema non imploda è vitale il contributo dei lavoratori stranieri, che secondo tutte le analisi producono più di quello che consumano (e in diversi casi regalano al nostro Paese anni di contributi, perché tornano in patria prima di maturare il diritto a una pensione in Italia).

 

Per quanto riguarda il Decreto Dignità, il numero uno dell’Inps ha da ridire soprattutto sulla reintroduzione delle causali per i contratti a tempo determinato, che sono difficili da verificare e “comportano un forte appesantimento burocratico, scoraggiando la creazione di lavoro, soprattutto nelle piccole imprese”. Senza contare che le causali tornano solo in caso di rinnovo e per i contratti di durata superiore a 12 mesi, spingendo le aziende a stipulare contratti da meno di un anno e a non rinnovarli. “Meglio aumentare i contributi sociali a ogni proroga”, è la chiosa.

 

Infine, Boeri si scaglia contro il progetto legastellato di riformare la legge Fornero introducendo quota 100, cioè la possibilità di andare in pensione quando la somma di età anagrafica e anni di contribuzione arriva almeno a 100. Il Presidente dell’Inps sostiene che questa novità potrebbe costare fino a 20 miliardi di euro l’anno. Il conto scenderebbe a 18 miliardi con una soglia di età minima a 64 anni e a 16 miliardi alzando il requisito anagrafico a 65 anni.

 

Una spesa che, sottolinea Boeri, a regime “dovrà essere coperta aumentando il prelievo fiscale su ogni lavoratore”. Si innescherebbe così “un circolo vizioso in cui più tasse riducono l’occupazione e scaricano l’onere di finanziare le pensioni su una platea sempre più ristretta”. In generale, “ripristinando le pensioni di anzianità con quota 100 o con 41 anni di contributi si avrebbero subito circa 750mila pensionati in più”, il che peserebbe immediatamente “sul reddito netto dei lavoratori”.

 

Comunque la si pensi, è innegabile che le posizioni di Boeri siano fondate sui numeri e abbiano perciò un valore scientifico prima che politico. Per smentire il Presidente dell’Inps bisognerebbe dimostrare che i suoi calcoli sono sbagliati e proporre una diversa interpretazione dei dati. Servirebbe un minimo di competenza: sapere, ad esempio, cos’è la matematica attuariale. Ma fin qui, purtroppo, dal Viminale sono arrivati soltanto insulti e minacce.

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