Per quanti confidano che la “prima fase” dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina firmato mercoledì a Washington possa mettere fine al conflitto tra le prime due potenze economiche del pianeta, i prossimi mesi riserveranno con ogni probabilità sgradite sorprese. Nessuna delle questioni  fondamentali della rivalità esplosa negli ultimi anni è stata infatti affrontata, né tantomeno risolta, dal documento ratificato alla Casa Bianca con la stretta di mano tra il presidente americano Trump e il vice-premier cinese, Liu He.

Altro che Brexit. Altro che dazi. Altro che Alitalia e Ilva. A pesare più di ogni altra variabile sul futuro economico dell’Italia è la demografia. Secondo gli analisti della Banca d’Italia, che la settimana scorsa hanno pubblicato una rielaborazione di un loro recente studio, nei prossimi 22 anni i problemi legati alla composizione anagrafica degli italiani faranno crollare il Pil del 15% e il reddito pro-capite del 13%.

Il problema è ormai di vecchia data, ma negli ultimi anni si è aggravato. Il Censis ha calcolato che dal 2015 la popolazione italiana è diminuita di 436mila unità: come se in quattro anni fossero sparite - tutte insieme - Ancona, Terni, Pescara e Piacenza.

Finora abbiamo deciso di non decidere e alla fine, probabilmente, chiederemo un rinvio. Il 13 dicembre i capi di Stato e di Governo dell’Ue voteranno sulla riforma del Meccanismo europeo di Stabilità (per gli amici, il caro vecchio Fondo Salva Stati) e al momento lo scenario più plausibile è che l’Italia cerchi di prendere tempo. Se il provvedimento passasse il mese prossimo, infatti, il Parlamento italiano dovrebbe ratificarlo già a gennaio, subito dopo la sessione di bilancio e subito prima delle elezioni in Emilia Romagna (dove i due alleati di governo si presentano separati). A quel punto – vista la contrarietà di molti grillini e di Leu al nuovo Mes – la tenuta della maggioranza sarebbe a rischio. È alla luce di queste considerazioni che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si esporrà a una magra figura in quel di Bruxelles, facendo mancare l’unanimità necessaria per riformare il Meccanismo.

Il dibattito sul completamento dell’Unione bancaria europea, in stallo da anni per l’opposizione della Germania, torna improvvisamente d’attualità. E, a sorpresa, è proprio un tedesco a rilanciarlo. Si tratta del socialdemocratico Olaf Scholz, vicecancelliere e ministro delle Finanze del governo Merkel, che in una lettera al Financial Times sottolinea la necessità di portare compimento il famoso “terzo pilastro”.

I primi due - vigilanza unica e meccanismo di risoluzione unico delle crisi bancarie - sono stati realizzati nel 2014 e nel 2016. Il terzo, la garanzia comune sui depositi bancari, ha subìto finora lo stesso trattamento riservato agli Eurobond: è stato rinviato in continuazione, fino a uscire dall’agenda europea, proprio per le resistenze della Germania, determinata a non spendere nemmeno un euro dei contribuenti tedeschi per salvare le banche di altri Paesi. Del resto, gli elettori teutonici impazzirebbero a dover condividere i rischi di noi scialacquatori mediterranei.

Whatever it takes: a qualunque costo. È questa la frase iconica con cui Mario Draghi sarà ricordato nei manuali di storia dell’economia. La pronunciò il 26 luglio del 2012, infliggendo un colpo micidiale agli speculatori che scommettevano sul crollo dell’euro. All’epoca Draghi era alle fasi iniziali del mandato alla guida della Bce, che oggi, dopo otto anni, giunge al termine.

Nelle ultime settimane si è tornato a parlare del bazooka, l’insieme di misure espansive che l’Eurotower sta per riattivare. La più importante è il Quantitative easing, il programma di acquisto titoli, che da novembre ripartirà al ritmo di 20 miliardi al mese.

Noi italiani però dovremmo ringraziare Draghi innanzitutto per un’altra misura quasi sconosciuta al pubblico di massa. Si tratta delle Outright Monetary Transactions (Omt) varate dalla Bce nel settembre 2012, al picco della crisi dei debiti sovrani. Il piano consente all'istituto centrale di acquistare sul mercato secondario (dove vengono scambiati i bond già in circolazione) i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, in modo da raffreddare gli spread. Chi vuole attivare la procedura deve sottoscrivere un memorandum con la Commissione Ue e la stessa Banca centrale, impegnandosi a risanare i propri conti e a varare le riforme strutturali necessarie. L'aspetto chiave del programma è però tutto in un aggettivo: "illimitato". Una volta iniziati, gli acquisti possono proseguire senza alcuna soglia massima stabilita preventivamente. A qualunque costo, appunto.

Le Omt non furono mai utilizzate, ma il solo effetto-annuncio bastò a spegnere l’incendio sui mercati. Gli speculatori si ritrovarono in mano un'arma scarica: chi in passato aveva scommesso contro Paesi come Italia e Spagna, puntando sui rialzi dello spread, all’improvviso si rese conto che la festa era finita, perché la potenza di fuoco della Bce era (ed è) insuperabile. Fu questa la mossa decisiva per salvare l’Italia dalla bancarotta.

Ma la questione non riguarda solo il nostro Paese. Con le Omt e con il bazooka (taglio dei tassi, Qe, LTRO e TLTRO), Draghi ha tenuto a galla l’intera eurozona, insistendo su una politica monetaria ultra-espansiva che contraddiceva l’austerità venerata per troppo tempo a Bruxelles. I quattro pacchetti varati dalla Bce in questi otto anni sono stati l’unico baluardo eretto dall’Europa contro la crisi, un argine che ha compensato in parte i danni causati dalle politiche fiscali restrittive (e disastrose) dei governi nazionali.

Per ottenere tutto questo, Draghi ha dovuto superare resistenze e contrasti. Il suo principale avversario è stato senza dubbio Jens Weidmann: regolarmente battuto in Consiglio direttivo, il governatore della Bunesdbank è stato infine scavalcato politicamente dalla linea diretta stabilita fra il presidente della Bce e la cancelliera Angela Merkel.

Draghi ha dovuto anche vincere alcune battaglie legali, come quella che ha portato la Corte di giustizia europea a riconoscere la legittimità degli acquisti dei titoli di Stato, purché l’obiettivo rimanga la stabilità dei prezzi, il mandato numero uno nello statuto della Bce.

Alla fine però, nonostante tutto, l’era Draghi non si chiude fra sole luci. In teoria, una politica monetaria espansiva – mettendo in circolo più denaro – dovrebbe spingere i cittadini a consumare, riattivando così l’inflazione. Purtroppo questo assunto scolastico non è più vero da anni: la realtà ci ha insegnato che una politica ultra-espansiva protratta nel tempo fa aumentare la propensione al risparmio, perciò l’inflazione non sale.

Il punto è che per contrastare questa situazione (su cui pesano anche la Brexit e la guerra dei dazi fra Usa e Cina) non si conosce altro modo se non rimbracciare il bazooka, come la Bce sta facendo. Il rischio è di stabilizzare il sistema su questi valori e di non avere più armi da usare in caso si ripresentasse un mostro simile a quello di 11 anni fa.

A questo punto è vitale che i singoli Paesi – Germania in testa – modifichino le proprie politiche economiche in senso espansivo. Draghi lo ripete da mesi: “I Paesi che possono permetterselo devono spendere”. Finora non lo hanno ascoltato e non c’è ragione di credere che la situazione migliorerà con la nuova presidentessa della Bce, Christine Lagarde. Neofita dei bazooka, dopo anni passati a dirigere il disarmante Fmi.

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