Il governo conservatore australiano del primo ministro, Scott Morrison, è da qualche settimana nel vortice di una crisi crescente, esplosa in seguito alle accuse di molestie sessuali e di stupro contro un funzionario e un importante membro dello stesso gabinetto federale. L’identità di uno dei presunti colpevoli è stata resa pubblica solo mercoledì, quando egli stesso, cioè il ministro della Giustizia Christian Porter, è stato protagonista di una sofferta conferenza stampa nella quale ha respinto tutte le accuse a suo carico. Il caso ha molti aspetti discutibili e poco chiari, ma, come spesso accade, anche questo scandalo sessuale è stato sfruttato, se non addirittura orchestrato ad arte, per ragioni tutte politiche dietro a un’improbabile crociata in difesa dei diritti delle donne.

Le situazioni che hanno provocato il polverone di questi giorni hanno in comune il fatto di non essere mai state denunciate agli organi giudiziari o di polizia, mentre tutte sono diventate di dominio pubblico grazie a “fughe di notizie” di varia natura. Una volta entrate nel dibattito politico, queste accuse sono state poi subito amplificate dalla stampa ufficiale. Anche molti politici, soprattutto dell’opposizione ma non solo, hanno iniziato a fare pressioni sul governo e, con una dinamica profondamente reazionaria, l’accusato si è ritrovato di fatto senza alcun diritto alla difesa e le accusatrici esentate dal dimostrare con prove concrete la veridicità dei fatti denunciati.

La prima donna a farsi avanti è stata Brittany Higgins, ex membro dello staff del ministro della Difesa del Partito Liberale al governo. Quest’ultima ha raccontato di un abuso sessuale, subito da un collega e avvenuto in circostanze a tratti confuse, che si sarebbe consumato nell’ufficio situato dentro al parlamento federale del ministro, Linda Reynolds. Dopo la denuncia, altre tre donne hanno seguito il suo esempio nel rivolgere accuse simili allo stesso uomo.

A subire i contraccolpi politici più gravi sono stati proprio la Reynolds e il premier australiano Morrison, attaccati da media, opposizione e alcuni membri del loro partito, la prima per “non avere fatto di più” per il caso di Brittany Higgins e il secondo perché “non poteva non sapere” della vicenda. Linda Reynolds aveva in realtà consigliato la presunta vittima di sporgere denuncia formale alla polizia, ma quest’ultima si era rifiutata, adducendo come giustificazione il timore di essere licenziata.

Il secondo caso ha fatto ancora più rumore a Canberra, sia per l’epilogo drammatico che ha avuto lo scorso anno sia per il calibro del politico coinvolto. Venerdì scorso era cioè circolata un’accusa anonima relativamente a un presunto stupro risalente addirittura al 1988. I fatti, per quanto possibile, erano stati oggetto nel 2020 di un’indagine della polizia australiana, ma non portarono a nulla. L’anonima accusatrice si era alla fine tolta la vita nel giugno dello scorso anno.

Secondo il network australiano ABC, amici della donna avevano inviato al premier Morrison e ad altri politici una lettera anonima che puntava il dito contro il ministro Porter e che includeva una dichiarazione della presunta vittima. Dello strupro, la donna ne avrebbe discusso con alcuni conoscenti alla fine del 2019. Inoltre, nello stesso periodo avrebbe anche inviato una lettera per raccontare la sua esperienza all’ex primo ministro, Malcolm Turnbull, predecessore di Morrison e rivale interno di quest’ultimo nel Partito Liberale.

Per quanto riguarda il presunto colpevole, il ministro della Giustizia Porter, come già anticipato ha tenuto una conferenza stampa mercoledì. Il ministro ha ammesso di avere conosciuto ai tempi del liceo la sua accusatrice, ma ha negato qualsiasi comportamento improprio e denunciato gli attacchi nei suoi confronti. Per il momento ha escluso di dimettersi, ma ha fatto sapere di avere chiesto e ottenuto dal premier un congedo temporaneo per ragioni mediche.

È ad ogni modo improbabile che l’iniziativa di Christian Porter metta fine alle polemiche. I fatti di queste settimane indicano un chiarissimo attacco contro il governo federale australiano, la cui posizione appare sempre più traballante. Settimana scorsa, la coalizione di governo aveva già perso di fatto la propria maggioranza alla Camera bassa del parlamento dopo l’annuncio del deputato di estrema destra, Craig Kelly, di uscire dal Partito Liberale. Un eventuale addio al governo o la rinuncia al proprio seggio da parte di Porter metterebbe così ancora più in crisi l’esecutivo guidato da Morrison, decretandone probabilmente la caduta.

Come in ogni scandalo sessuale che coinvolge il mondo della politica, anche in questo caso non è facile decifrarne gli obiettivi. I fatti contestati a Porter potrebbero essere effettivamente avvenuti e implicano indiscutibilmente crimini gravissimi. Le modalità con cui sono venuti alla luce li rendono tuttavia molto sospetti e, soprattutto, hanno innescato come al solito un processo mediatico che presuppone la colpevolezza dell’accusato senza bisogno che la vicenda finisca in un’aula di tribunale.

Nel caso specifico, è utile ricordare le circostanze entro le quali si colloca quest’ultimo scandalo. La classe dirigente australiana è attraversata da tensioni e divisioni principalmente per due motivi. Il primo è da collegare alla pandemia in atto e alle sue conseguenze economiche e sociali. L’altro è di natura strategica e riguarda i riflessi sul paese della rivalità tra Stati Uniti e Cina, rispettivamente alleato storico e primo partner commerciale di Canberra, soprattutto alla luce degli assestamenti determinati dal trasferimento di poteri tra Trump e Biden a Washington.

La considerazione più immediata in merito agli scandali sessuali descritti ha a che fare con il malcontento nei confronti del governo in carica, considerato non in grado di affrontare i problemi del paese garantendo la stabilità del sistema. Nell’ambito COVID-19, ad esempio, il lancio della campagna vaccinale sta incontrando parecchie difficoltà e il governo è andato perciò incontro ad accesissime critiche, come già era avvenuto per la gestione dei vari “lockdown” decisi nei mesi scorsi. Questa nuova fase dell’emergenza risulta cruciale perché da essa dipende la riapertura totale dell’economia australiana, chiesta a gran voce dal business privato. Da considerare c’è anche la necessità di avere un governo forte in previsione del fermento sociale pronto a esplodere, in particolare quando, nelle prossime settimane, termineranno alcune delle misure adottate per attenuare gli effetti della crisi su milioni di lavoratori australiani.

Contro il governo Morrison si sono scagliati, tra gli altri, i leader del Partito Laburista all’opposizione e l’ex primo ministro liberale Turnbull, con l’obiettivo evidentemente di candidarsi come alternative agli attuali equilibri politici. A questo proposito, va ricordato che Morrison aveva cavalcato l’onda trumpiana nell’estate del 2018 per diventare primo ministro a discapito della fazione più “moderata” del suo partito, rappresentata appunto da quel Malcolm Turnbull che è tornato sulla scena politica in queste settimane con l’esplodere degli scandali sessuali.

In altri termini, mentre Turnbull era stato liquidato, probabilmente con il contributo americano, per garantire un maggiore allineamento in senso populista e anti-cinese tra Washington e Canberra, lo stesso ex premier potrebbe tornare oggi utile con Joe Biden alla Casa Bianca e in preparazione di un aggiustamento delle politiche USA nei confronti di Pechino. Saranno comunque i prossimi sviluppi della crisi politica che sta attraversando l’Australia a stabilire la sorte di un governo e di un primo ministro che, ad oggi, sembrano essere avviati rapidamente verso una clamorosa uscita di scena.

Le aspettative che si erano create alla vigilia della pubblicazione da parte dell’amministrazione Biden di un rapporto della CIA sul brutale assassinio del giornalista saudita, Jamal Khashoggi, sono andate in larga misura deluse. Il responsabile ultimo dell’uccisione e dello smembramento del cadavere del giornalista “dissidente”, sparito dentro l’ambasciata saudita di Istanbul nell’ottobre del 2018, è stato indicato anche dall’intelligence americana nell’erede al trono, Mohammed bin Salman (MBS). Tuttavia, i provvedimenti già presi e che verranno valutati in futuro da Washington non prefigurano un rimescolamento sostanziale delle relazioni tra i due alleati, bensì, al massimo, un riassestamento di natura tattica, in grado comunque di creare qualche sussulto in Medio Oriente e all’interno della casa regnante a Riyadh.

La decisione di declassificare il rapporto su Khashoggi, tenuto segreto da Trump, si è accompagnata all’imposizione di sanzioni nei confronti di alcune personalità del regno coinvolte nella vicenda e, più in generale, facenti parte di uno speciale team, alle dirette dipendenze del principe MBS, con l’incarico di perseguire i dissidenti sauditi riparati all’estero. La Casa Bianca ha poi avvisato che una nuova dichiarazione sul caso Khashoggi sarebbe stata emessa lunedì, ma ha allo stesso tempo escluso ulteriori iniziative di un qualche rilievo oltre a quelle già adottate nel fine settimana. La promessa fatta da Biden circa la possibilità di “cambiamenti sostanziali” nell’approccio USA all’Arabia Saudita è rimasta quindi prevedibilmente disattesa.

La retorica della nuova amministrazione americana è stata in ogni caso piuttosto accesa, tanto da far pensare a un messaggio inequivocabile rivolto a Riyadh circa l’insofferenza per il comportamento degli alleati sauditi. Che il fermento stia andando in scena anche lontano dai riflettori è stato confermato dalla portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, che in un’intervista a FoxNews ha rivelato che “dietro le quinte sono in corso molteplici conversazioni diplomatiche”.

Se è facilmente scartabile l’ipotesi di un qualche interesse genuino di Biden per la sorte di Khashoggi o per i metodi raccapriccianti attuati dal regime di Riyadh contro i propri oppositori, la domanda fondamentale da porre riguarda i veri motivi della mossa decisa a Washington per mettere sotto pressione i vertici sauditi. L’insistenza sulla necessità di “ricalibrare” i rapporti bilaterali riassume forse le intenzioni americane, ma la sostanza resta tutta da definire.

Settimana scorsa era circolata la notizia del proposito del presidente USA di dialogare solo con il sovrano saudita, Salman, lasciando intendere la possibile emarginazione di MBS. A livello teorico, una presa di posizione di questo genere avrebbe implicazioni non indifferenti. Tuttavia, la percorribilità dell’opzione avanzata dalla Casa Bianca è quanto meno dubbia. L’85enne re saudita è già oggi in condizioni di salute estremamente precarie e, oltre ad avere egli stesso molti problemi a sostenere impegni politici e diplomatici, ha da tempo delegato buona parte di poteri e responsabilità al figlio Mohammed bin Salman.

Il portafoglio gestito da quest’ultimo è cioè talmente ampio da rendere problematico l’impegno americano di bypassarlo e discutere esclusivamente con il sovrano. Sempre le condizioni di re Salman rendono anche molto probabile un avvicendamento a favore di MBS sul trono in tempi brevi, con la conseguente definitiva impraticabilità del proposito di Biden. Tutto ciò a meno di clamorosi sviluppi, come lo stravolgimento della linea di successione al trono, forse desiderata da una parte dell’apparato di potere USA. Quando MBS venne scelto come principe ereditario dal padre nel 2017, in molti a Washington accolsero la notizia con irritazione, soprattutto negli ambienti dell’intelligence, dove il cavallo preferito era il principe Mohammed bin Nayef, ex ministro degli Interni e considerato molto vicino alla CIA.

Questa ipotesi non è comunque di facile attuazione, visto il consolidamento del potere da parte di MBS in questi anni, né è detto che rappresenti l’obiettivo dell’amministrazione Biden, nonostante le preferenze di Langley. Resta il fatto che le stanze reali a Riyadh sono pervase da un certo nervosismo fin dalla sconfitta elettorale di Trump, con il quale i leader sauditi avevano goduto di un trattamento decisamente privilegiato.

In risposta ai segnali lanciati da Biden ancora in campagna elettorale, Riyadh ha fatto recentemente alcuni passi per creare le condizioni di un dialogo più disteso con l’amministrazione americana entrante. Anche se nessuna di queste iniziative ha cambiato significativamente la natura delle politiche regionali saudite, tantomeno quelle domestiche, è apparso evidente il tentativo di mostrare una qualche flessibilità a Washington. I leader sauditi hanno così ad esempio attenuato la ferma opposizione al ritorno degli USA nell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), mentre si sono detti disponibili a studiare una soluzione diplomatica al conflitto nello Yemen e si sono mossi per risolvere la crisi con il Qatar. Sul fronte interno, invece, qualche timidissima misura è stata implementata per creare un sistema giudiziario civile da affiancare alla legge islamica.

È probabile però che da Riyadh ci si aspettasse un passo indietro di Biden sulla pubblicazione del rapporto relativo alla morte di Khashoggi. Infatti, una volta apparso chiaro che la Casa Bianca intendeva comunque procedere in questa direzione, sono iniziati a circolare commenti dai toni non esattamente concilianti sui media controllati dal regime. Il messaggio generale è difficile da equivocare, avendo quasi sempre a che fare con l’ipotesi di una diversificazione della politica estera saudita in caso di irrigidimento di Washington.

L’avvertimento recapitato al governo americano va al cuore del dilemma in cui si trova l’amministrazione Biden. Gli stenografi della casa regnante hanno infatti ricordato i rapporti coltivati in questi anni da Riyadh e, in particolare, da Mohammed bin Salman con Russia e Cina in vari ambiti, da quello delle forniture militari a quello energetico. Relazioni e partnership che minacciano di essere approfondite a discapito degli Stati Uniti se dovesse persistere l’ostilità evidenziata, per il momento solo a livello retorico, in questa fase iniziale del mandato di Biden.

Il presidente democratico è dunque costretto a muoversi con prudenza. Da un lato, la freddezza nei confronti di MBS è dovuta principalmente alla sua intraprendenza nell’implementazione di una politica estera relativamente indipendente e, dall’altro, all’oggettivo ostacolo rappresentato da Riyadh ad alcuni obiettivi della nuova amministrazione in Medio Oriente, dal rientro nel JCPOA alla conclusione della guerra nello Yemen fino alla proiezione di un’immagine di potenza rispettosa dei diritti civili e democratici. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita resta un cardine della politica mediorientale di Washington e gli intrecci strategici, militari e petroliferi sono ormai consolidati.

Le frecce all’arco di Biden restano quindi limitate e non sembrano essere in molti a credere in un atteggiamento inflessibile del presidente o a una rottura con Riyadh. Emblematico, a questo proposito, è quanto accaduto una settimana fa dopo che la Casa Bianca aveva annunciato la sospensione alle vendite più “rilevanti”di armi al regime del Golfo, ufficialmente a causa dei ripetuti massacri avvenuti nel campo di battaglia dello Yemen. Pochi giorni più tardi, il colosso dell’industria bellica USA, Lockheed Martin, aveva siglato un accordo con le forze armate del regno per la creazione di una joint venture destinata a sviluppare le capacità produttive e difensive saudite.

L’accordo sugli investimenti raggiunto il penultimo giorno dell’anno tra Cina e Unione Europea ha rappresentato una sorpresa particolarmente sgradita per il governo americano e, in particolare, per l’amministrazione entrante del presidente-eletto Joe Biden. L’intesa, che sembrava in pieno stallo appena un paio di mesi fa, potrebbe infatti aggravare le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico proprio mentre l’uscita di scena di Trump prospettava a Washington la possibilità di costruire un fronte comune con gli alleati per contenere la minaccia cinese.

I negoziati erano in corso da parecchi anni, ma le differenze che apparivano quasi insormontabili sono state superate nell’arco di poche settimane soprattutto, secondo quanto riportato dai media, grazie all’impegno diretto del presidente cinese, Xi Jinping, e della cancelliera tedesca Merkel, con il pieno appoggio di Macron e della numero uno della Commissione Europea, Ursula von der Leyen.

L’accordo dovrà essere ratificato dai singoli parlamenti dei paesi UE prima di entrare in vigore e, in tal caso, rafforzerà i legami economici tra Bruxelles e Pechino, spianando la strada a quello che sarà probabilmente il passo successivo, vale a dire un trattato di libero scambio. A dare la spinta decisiva sono stati due fattori. Il primo è il voto per le presidenziali USA dello scorso novembre e il successivo periodo di transizione tra le due amministrazioni, mentre l’altro è l’avvicinarsi della fine del semestre tedesco alla presidenza dell’Unione.

Quest’ultimo elemento ha messo in chiaro quale sia la posta in gioco per il governo di Berlino, ben deciso a far valere la propria autonomia strategica dagli Stati Uniti, in particolare riguardo alla promozione degli interessi del capitalismo tedesco, orientato sempre più verso il mercato cinese. L’autorità ulteriore garantita dalla leadership provvisoria dell’UE, assieme alla finestra temporale tra la sconfitta di Trump e l’insediamento di Biden, hanno dato, come spiegava qualche giorno fa un commento del francese Le Monde, una “opportunità unica” a una Germania convinta dalla pandemia della necessità “urgente di rafforzare la sovranità europea… nel pieno dello scontro tra Washington e Pechino”.

Proprio la concomitanza dell’accordo con la vittoria di Biden e l’impegno dell’ex vice-presidente democratico per rinsaldare le alleanze in Occidente, al fine di contrastare le spinte centrifughe e multipolari, testimonia della presenza di forze formidabili dentro la classe dirigente europea che spingono per l’implementazione di politiche “indipendenti” e potenzialmente in conflitto con gli Stati Uniti, al di là degli orientamenti dell’inquilino della Casa Bianca.

Queste dinamiche rispondono d’altra parte a fattori oggettivi e non dipendono solo dalle tendenze personali di Trump. Da Parigi a Berlino, i leader delle principali potenze economiche europee ritengono evidentemente che negli USA la strada del nazionalismo spinto difficilmente verrà abbandonata del tutto. La minaccia alla coesione della NATO, la guerra commerciale anche contro gli alleati e l’arma delle sanzioni economiche dirette verso paesi con cui Bruxelles non intende rompere (Cina, Russia, Iran) rischiano di restare a lungo in cima all’agenda di qualsiasi governo USA perché sono in definitiva una reazione alla declinante posizione internazionale di Washington.

L’accordo sugli investimenti è dunque in primo luogo una decisione politica da parte dell’Europa, il cui business intende però sfruttare le occasioni di profitto offerte dalla Cina, praticamente l’unica potenza economica mondiale in grado di far segnare tassi di crescita positivi per l’anno 2020. Secondo i termini concordati, le compagnie europee di svariati settori avranno accesso senza precedenti al mercato cinese, ad esempio senza l’obbligo di operare in regime di “joint venture” o di condividere tecnologie e proprietà intellettuale. Ancora, a livello teorico il governo di Pechino non potrà fare discriminazioni tra le aziende europee e quelle statali domestiche nell’assegnazione di appalti.

La Cina si impegna inoltre a rispettare i termini dell’accordo sul clima di Parigi e a ratificare le convenzioni internazionali contro il lavoro forzato. Questa promessa, già denunciata come improbabile dagli oppositori dell’intesa con l’UE, serve a limitare la valanga di accuse, in larga misura strumentali, relative alla presunta esistenza di campi di lavoro nella regione a maggioranza musulmana dello Xinjiang.

Da parte sua, la Cina otterrà più ampie possibilità di investimento in Europa, dal settore manifatturiero a quello energetico. Anche in questo caso, tuttavia, i benefici saranno soprattutto politici. È quasi unanime il giudizio degli osservatori sui vantaggi di natura geopolitica che deriveranno per Pechino. L’accordo del 30 dicembre e, ancora di più, un eventuale trattato di libero scambio con l’Europa implicano la rottura dell’isolamento in cui gli Stati Uniti intendono forzare la Cina, sia attraverso la guerra commerciale unilaterale di Trump sia, in prospettiva, con il compattamento del fronte occidentale auspicato da Biden.

Ampiamente citato dai media internazionali è stato nei giorni scorsi il commento all’accordo dell’analista Noah Barkin. Quest’ultimo lo ha definito uno “schiaffo” all’amministrazione democratica entrante, intenzionata a “riparare i legami transatlantici e a lavorare in sintonia con l’Europa per far fronte alle sfide strategiche” proposte da Pechino. La rapidità con cui l’accordo sugli investimenti è stato finalizzato nelle ultime settimane dell’anno indica precisamente il desiderio dei leader europei di mettere Biden davanti al fatto compiuto, anticipando le iniziative comuni che la sua amministrazione avrebbe adottato in funzione anti-cinese.

I tempi dell’accordo e la determinazione da parte europea sono ancora più sorprendenti, nonché altamente significativi, se si pensa che i futuri membri del gabinetto Biden avevano orchestrato una vera e propria campagna per impedire la stipula dell’accordo, puntando con ogni probabilità sugli ambienti più filo-americani da questa parte dell’Atlantico.

Il prossimo consigliere per la Sicurezza Nazionale USA, Jake Sullivan, era stato il più esplicito in questo senso. Il 22 dicembre aveva scritto su Twitter che “l’amministrazione Biden-Harris gradirebbe consultarsi precocemente con i propri partner europei in merito alle preoccupazioni comuni derivanti dalle pratiche economiche cinesi”. Sempre Sullivan, in una più recente intervista alla CNN, aveva inoltre espresso la volontà di superare le incomprensioni con gli alleati sorte durante la presidenza Trump, allo scopo di “creare un’agenda comune” sulle questioni legate ai problemi sollevati dalla minaccia di Pechino.

Manifestando tutta l’apprensione degli ambienti USA vicini al Partito Democratico, l’editorialista del Washington Post, Ishaan Tharoor, ha spiegato che l’annuncio dell’accordo sugli investimenti tra Cina e UE ha invece mostrato una “realtà differente”. La Merkel e Macron hanno cioè optato per una “’autonomia strategica” dell’Europa, con l’obiettivo addirittura di liberarsi dalla “protezione, durata oltre mezzo secolo, della Pax Americana”.

Il rimescolamento in atto, che potrebbe spiazzare da subito il nuovo governo americano, è sottolineato anche dal fatto che la Commissione Europea solo nel 2019 in un documento ufficiale aveva bollato la Cina come un “rivale strategico”. Non solo, quanto meno a livello potenziale, l’integrazione euro-asiatica, a cui strizza l’occhio il recente accordo tra Pechino e Bruxelles, potrebbe produrre effetti benefici anche per la Russia. Quest’ultimo paese è infatti sempre più uno snodo imprescindibile di queste dinamiche, soprattutto per via della partnership strategica costruita con la Cina.

La posizione dell’Europa non è ad ogni modo univoca sull’approccio alla Cina. Voci fermamente contrarie all’accordo si sono fatte sentire già a partire dalle ultime ore dell’anno. Le riserve più diffuse riguardano appunto l’opportunità di inviare un messaggio così ostile a Washington alla vigilia di un cambio della guardia alla Casa Bianca che dovrebbe favorire il ripristino di relazioni più distese tra USA e UE. L’argomento preferito per denunciare l’accordo con Pechino è stato poi quello della “democrazia” e dei “diritti umani”, in merito ai quali la Cina dovrebbe presumibilmente fare molto di più prima che l’Europa acconsenta a un accordo come quello appena sottoscritto.

Una delle speranze ostentate dalla stampa ufficiale cinese nei giorni scorsi è che l’accordo sugli investimenti con Bruxelles e un futuro trattato di libero scambio possano non solo evitare l’isolamento di Pechino, ma anche stabilizzare in qualche modo il capitalismo internazionale e consolidare le fondamenta della globalizzazione.

Le divisioni in Europa e la quasi certa risposta degli Stati Uniti a questi sviluppi fanno pensare piuttosto a un inasprimento delle tensioni internazionali, già alimentate dall’impatto della pandemia in corso. La questione più esplosiva e difficilmente risolvibile nel quadro attuale resta in definitiva l’integrazione pacifica di una Cina dal peso economico sempre maggiore in un sistema dominato da un’America in profonda crisi e non più in grado di conservare la propria posizione se non attraverso la forza e la minaccia militare.

Lo scontro politico e commerciale fra Usa e Cina arriva a coinvolgere TicTok, uno dei social media più diffusi fra gli adolescenti di tutto il mondo. Donald Trump ha annunciato venerdì l’intenzione di mettere al bando l’app per ragioni di sicurezza nazionale, ma c’è da scommettere che la partita non si risolverà facilmente: le implicazioni economiche sono troppe e riguardano anche uno dei colossi della Silicon Valley. Ma partiamo dall’inizio.

Domanda numero uno: cos’è TicTok? Nata nel 2016 dall'idea dell'imprenditore e informatico Zhang Yiming, l’applicazione è oggi di proprietà di Bytedance, multinazionale cinese che – secondo Reuters – è stata valutata 50 miliardi di dollari. In sostanza, TicTok è una piattaforma per la condivisione di video che si possono sincronizzare con brani musicali e arricchire di effetti (adesivi, dissolvenze, scritte). Disponibile in 75 lingue, è diffusa in 155 Paesi e il 41% dei suoi utenti ha fra i 16 e i 24 anni. In tutto, è stata scaricata oltre due miliardi di volte e conta circa 800 milioni di profili attivi, di cui decine di milioni negli Stati Uniti.

Domanda numero due: perché Trump vuole chiudere TicTok? Come per il 5G targato Huawei, gli Usa temono che la tecnologia cinese possa funzionare da cavallo di Troia per rubare dati, portare avanti attività di spionaggio e manipolare l’opinione pubblica. Non si tratta di preoccupazioni infondate: essendo di proprietà cinese, l’applicazione è soggetta alle leggi di Pechino che – in caso di necessità – impongono alle aziende private di collaborare con le agenzie d’intelligence del governo. Per la stessa ragione, il 30 giugno TicTock è stato bandito dall’India, uno dei Paesi dove la sua diffusione era più capillare.

Dal punto di vista politico, però, un’eventuale chiusura dell’applicazione negli Usa rischia di portare a Trump più danni che benefici. I problemi sarebbero due: da un lato la reazione degli utenti, che però in gran parte sono minorenni e quindi non votano; dall’altro l’impatto economico negativo (negli ultimi tempi TicTok ha assunto personale americano tra New York, Los Angeles e Washington) in una fase già drammatica a causa del Covid (nel secondo trimestre il Pil americano è sprofondato del 32,9%, il crollo peggiore dal 1947).

La Casa Bianca potrebbe risolvere la situazione con l’aiuto di Microsoft, che deve rafforzarsi nel settore dei social network (in cui è presente solo con Linkedin) e da tempo tratta con i cinesi per acquistare una quota dell’app. Pur di evitare la messa al bando, ByteDance si è detta pronta a vendere anche il 100% delle attività di TikTok negli Stati Uniti. Se passasse nelle mani di un gruppo americano, infatti, l’applicazione non risponderebbe più alle leggi cinesi, cancellando – almeno in teoria – il rischio spionaggio. Peccato che Trump detesti Bill Gates e si sia già detto “fermamente contrario” all’acquisto dell’app da parte di Microsoft. A questo punto, rimane da capire se il Presidente americano abbia davvero il potere d’impedire un’operazione di mercato così importante, che peraltro consentirebbe di tutelare la sicurezza nazionale senza mettere a rischio posti di lavoro.

Un thriller all'italiana quello proposto da Milena Cocozza in Letto N. 6. La dottoressa Bianca Valentino (Carolina Crescentini) viene assunta in un ospedale pediatrico per coprire i turni di notte in reparto. Bianca si ritrova immersa in un ambiente che dietro la sua immagine rassicurante nasconde un terrificante segreto legato al suo passato di manicomio infantile. Il fantasma di un bambino si aggira tra i corridoi tormentandola e trasformando le sue notti in clinica in un incubo senza fine che giorno dopo giorno sta per diventare realtà.

“Letto N. 6 – afferma l'esordiente regista - nasce da un soggetto dei Manetti bros. in cui mi sono immediatamente calata grazie al fascino che suscitano in me le storie di fantasmi e più in generale quelle avvolte da misteriose energie. Il mio approccio, personale e registico, è stato quindi quello di raccontare una storia sovraumana collocandola in un contesto realistico e credibile. La Roma dei nostri giorni, personaggi con una forte connotazione naturalistica, il tema della maternità e degli ostacoli lavorativi che una donna deve affrontare se non vuole rinunciare non solo al lavoro stesso, ma anche alla carriera. Ma anche la debolezza umana e i danni, talvolta irreparabili, che questa debolezza porta con sé. Tutto questo inserito nel 'genere' che pur avendo degli stilemi riconosciuti, rappresenta una scommessa interessantissima per interpretare gli stereotipi all’interno dei quali si muove il racconto”.

Un film che avrebbe avuto anche delle buone potenzialità per centrate l'obiettivo, ma che risulta troppo lungo e con una sceneggiatura per nulla snella e piuttosto ripetitiva.

Buono l'uso delle musiche, firmate da Motta, che aiutando a creare quella giusta tensione, tipica di questo genere.

Letto N. 6 (Italia 2020)

Regia: Milena Cocozza

Soggetto: Manetti bros. Michelangelo La Neve

Sceneggiatura: Michelangelo La Neve con la collaborazione di Cristiano Brignola

Musiche: Motta

Prodotto da: Carlo Macchitella, Manetti bros.


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