La legge economica fondamentale del capitalismo è quella della domanda e dell'offerta. Ci permette di capire come il sistema "regola" il mercato in modo che produca profitti nell'interesse delle imprese, mantenendo la stabilità del sistema. Una delle merci più importanti nel mercato globale per sostenere questa stabilità sono le sostanze psicotrope che producono profitti esorbitanti per gli "imprenditori" che trafficano questo prodotto, sotto regole stabilite dai paesi sviluppati per nutrire i potenziali clienti senza traumi o disgregazione sociale, assicurando che i dividendi fluiscano senza conflitti attraverso il sistema finanziario globale.

La settimana scorsa, l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ha annunciato che la coltivazione di coca in Colombia è diminuita del 7% nel 2020 rispetto al 2019, con 143.000 ettari, rispetto ai 154.000 ettari dell'anno precedente. Tuttavia, anche se l'area piantata è diminuita, la resa è aumentata dell'8%, a 1.228 tonnellate di cocaina per ettaro, rispetto alle 1.137 tonnellate dell'anno precedente. In pratica, le politiche antidroga hanno fallito, anche perché non hanno mirato ad attaccare il mercato ma piuttosto i contadini che producono la coca.

Secondo Leonardo Correa, coordinatore dell'Integrated Illicit Crop Monitoring System e autore del più recente rapporto dell'UNODC, questa situazione è il risultato di una produzione più efficiente dovuta all'apprendimento e ai cambiamenti tecnologici che "avvengono principalmente nelle enclavi produttive". È interessante notare che queste enclavi si trovano nelle regioni di confine con l'Ecuador e il Venezuela. Molto più curioso è il fatto che sono aumentati in misura superlativa al confine con il Venezuela (il Norte de Santander è il dipartimento con la maggiore superficie piantata con 40.84 ettari) nonostante il fatto che il più grande e sofisticato contingente militare colombiano-statunitense si trovi lì. È inspiegabile che il 40% della coca prodotta nel 2020 sia legata a queste zone di confine e che ci sia stata una tendenza all'aumento dal 2010, quando si diceva che erano stati piantati solo 1.700 ettari.

Il rapporto sottolinea anche che in questi luoghi c'è una "ottimizzazione degli input agricoli", cosa che non avviene nel resto del paese, così come delle sostanze chimiche per trasformare la coca in cocaina: acido solforico, acido cloridrico, permanganato di potassio, cemento, calce, urea, ammoniaca e combustibile. È noto che la parte più consistente di questi input non sono prodotti nel paese e sono importati - la stragrande maggioranza - legalmente dagli Stati Uniti senza che le autorità di entrambi i paesi abbiano fatto nulla per impedirlo, pur essendo a conoscenza dell'uso di queste sostanze.

Il rapporto conclude che nonostante il continuo declino della coca negli ultimi anni, la Colombia rimane il primo produttore mondiale di cocaina. Questo accade in un paese dove, secondo il Dipartimento Nazionale Amministrativo di Statistica (DANE), 3,6 milioni di persone sono cadute in povertà e 2,78 milioni in povertà estrema dall'inizio della pandemia, rendendo chiaro che l'aumento della produzione di cocaina non beneficia i contadini, ma piuttosto i grandi capitalisti che trafficano in cocaina. Secondo gli esperti, la Colombia ha perso quasi un decennio nella lotta contro la povertà.

Secondo questo ente governativo colombiano, l'anno scorso il 42,5% della popolazione viveva in povertà, cioè c'è stato un aumento di 6,8 punti percentuali rispetto al dato del 2019 (35,7%), raggiungendo un totale di 21,02 milioni di cittadini, mentre la povertà estrema ha raggiunto 7,47 milioni di colombiani.

D'altra parte, uno sguardo alle cifre della disuguaglianza mostra anche un calo, dato che a livello nazionale l'indice di Gini è passato da 0,52 a 0,54, la cifra più alta di tutte le misurazioni fatte dalla DANE dal 2012.

 

La guerra alla droga di Nixon, durata 50 anni, è fallita
Cosa è successo all'altra estremità del mercato? L'aspettativa di vita negli Stati Uniti è scesa di un anno e mezzo nel corso del 2020, raggiungendo i livelli più bassi dalla seconda guerra mondiale e colpendo soprattutto le comunità latine e afroamericane, secondo il Center for Disease Control and Prevention degli Stati Uniti. Si potrebbe pensare che questa cifra sia il risultato degli effetti della pandemia di coronavirus, ma mentre questo è vero, i funzionari dicono che il problema è stato esacerbato dall'epidemia di overdose, che è aumentata del 30 per cento rispetto al 2019.

Il National Center for Health Statistics degli Stati Uniti ha riferito che più di 93.000 persone sono morte per overdose di droga nel paese nel 2020, quasi il 30% in più rispetto all'anno precedente. Molte persone in povertà hanno perso il lavoro, vivono in condizioni di estremo stress perché non hanno le risorse per risolvere i loro problemi di base, quindi si rivolgono alla droga come un modo per sfuggire a tale situazione.

Secondo un rapporto di RT, dal 1999, più di 900.000 persone sono morte per overdose di droga negli Stati Uniti, un gran numero delle quali a causa della cocaina inviata nel paese dalla Colombia. Questa cifra supera di gran lunga quella registrata in tutti i paesi ricchi del mondo. Si stima che il tasso di morte per overdose negli Stati Uniti sia 3,5 volte superiore alla media di una ventina di paesi comparabili. Mentre questo accade, le banche internazionali stanno felicemente "trangugiando" i miliardi di dollari che questo business produce.

Contemporaneamente, un altro rapporto, questa volta pubblicato il 30 luglio dal Programma Alimentare Mondiale (PAM) e dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO), richiama l'attenzione su 23 punti caldi in tutto il mondo che soffriranno di carenze alimentari nei prossimi quattro mesi, colpendo in misura maggiore gli agricoltori e i cittadini, di fronte alla connivenza dei governi e della cosiddetta comunità internazionale che non fornisce risorse per fornire aiuti alimentari, impedendo la semina di colture su larga scala al momento giusto.

Nel frattempo, i grandi milionari che hanno visto le loro fortune gonfiarsi durante la pandemia si distraggono organizzando passeggiate nello spazio, sperperando miliardi di dollari che potrebbero essere utilizzati per alleviare questo flagello, ma che - invece - vengono utilizzati da loro per divertirsi a guardare la povertà del pianeta dal cielo.

Il suddetto rapporto afferma che i maggiori problemi si trovano in Etiopia e Madagascar, così come in altri 23 paesi, tra cui El Salvador, Honduras, Guatemala, Haiti e - sorpresa - Colombia, in America Latina e Caraibi. Questo spiega perché il presidente Duque sta facendo i suoi migliori sforzi internazionali per ottenere che gli Stati Uniti dichiarino il Venezuela un paese che favorisce il terrorismo. Pensa che questo gli permetterà di ridurre la produzione di droga nel suo paese e superare la fame crescente del suo popolo di fronte alla sua indifferenza, inettitudine e indolenza? O forse, in questo modo, intende nascondere l'intero disastro sopra descritto.

La guerra alla droga decretata dal presidente Richard Nixon 50 anni fa è fallita. Il rapporto delle Nazioni Unite afferma che tra il 2010 e il 2019, il numero di utenti è aumentato del 22% in tutto il mondo, mentre il mercato è rimasto abbastanza stabile in termini proporzionali. Afferma anche che nel 2019 circa 275 milioni di persone hanno fatto uso di droghe almeno una volta, di cui 36 milioni soffrono già di disturbi da abuso di sostanze, portando più profitti agli spacciatori. Questo continuerà ad essere il caso fino a quando il capitalismo "regolerà" il mercato nell'interesse del profitto e del guadagno sfrenato.

 

fonte: www.misionverdad.com

Si è detto a lungo che la Colombia è l'Israele dell'America Latina, un'affermazione che è stata fatta da vari analisti e figure politiche, soprattutto quando nell'ultimo decennio si è approfondito il suo ruolo di base statunitense che serve come esperimento e centro di destabilizzazione della regione.

Un numero imprecisato di basi militari sono state installate in quel paese, che sono servite realmente come truppe di controinsurrezione, perché in termini di traffico di droga i loro fallimenti sono più che evidenti, e anche clamorosi. Basta guardare le notizie di questa settimana sul coordinamento tra alcuni alti ufficiali dell'esercito e gruppi narco-paramilitari, in particolare proteggendo le azioni del clan Barros, un clan della Guajira alleato con il clan del Golfo dedicato al narcotraffico e al contrabbando di benzina nei dipartimenti di Guajira, Cesar, Magdalena, Atlántico e il sud di Bolívar.

È dalla fine del XIX secolo che il mondo assiste alle guerre per il petrolio. Ora iniziano quelle per il litio, minerale indispensabile per i telefoni portatili, ma soprattutto per le vetture elettriche. Da documenti del Foreign Office, esaminati da uno storico e da un giornalista britannici, risulta che il Regno Unito ha organizzato da cima a fondo il rovesciamento del presidente Evo Morales, al fine d’impossessarsi delle riserve di litio della Bolivia.

Ripensate al rovesciamento a fine 2019 del presidente Evo Morales: all’epoca i media egemonici asserivano che Morales aveva trasformato la Bolivia in una dittatura e per questa ragione il popolo lo cacciava. L’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) pubblicò un rapporto per certificare che le elezioni erano state truccate e che si stava assistendo al ripristino della democrazia.

Il presidente Morales, temendo di far la fine del presidente cileno Salvador Allende, fuggì in Messico e denunciò un colpo di Stato, organizzato per far man bassa delle riserve di litio del Paese. Non essendo riuscito a individuarne i mandanti, in Occidente non ottenne che sarcasmo. Soltanto Réseau Voltaire rivelò che l’operazione era stata condotta da una comunità di cattolici croati ustascia, insediatasi in Bolivia - a Santa Cruz - dalla fine della seconda guerra mondiale; una rete stay-behind della NATO.

Un anno dopo, il partito del presidente Morales vinse le elezioni con larghissimo margine. Non ci furono contestazioni e Morales poté rientrare trionfalmente in patria. La supposta dittatura di Morales non è mai esistita; quella di Jeanine Áñez è stata rovesciata dalle urne.

Lo storico Mark Curtis e il giornalista Matt Kennard hanno ottenuto l’accesso a documenti desecretati del Foreign Office e li hanno studiati, pubblicando le conclusioni sul sito Declassified UK, trasferito in Sud Africa dopo aver subito nel Regno Unito la censura militare.

Curtis ha mostrato in tutte le sue ricerche che la politica del Regno Unito non è affatto mutata dopo la decolonizzazione. Réseau Voltaire ha citato i suoi lavori in decine di articoli.

Dalle analisi emerge che il rovesciamento del presidente Morales fu comandato dal Foreign Office stesso e da elementi della CIA sfuggiti al controllo dell’amministrazione Trump. L’obiettivo era il furto del litio boliviano, bramato dal Regno Unito nel quadro della transizione energetica.

Già nel 2009 l’amministrazione Obama aveva tentato un colpo di Stato, che però Morales riuscì a sventare. Molti diplomatici e funzionari USA furono all’epoca espulsi dalla Bolivia. L’amministrazione Trump ha invece lasciato in apparenza campo libero ai dittatori dell’America Latina, impedendogli però sistematicamente di mettere in atto i loro piani.

Il litio è un elemento essenziale delle batterie. Si trova soprattutto nelle soluzioni saline naturali dei laghi degli altipiani desertici andini in Cile, Argentina e, in particolare, in Bolivia (il “triangolo del litio”), nonché in Tibet: i salares. Si trova in forma solida anche in taluni minerali estratti dalle miniere, segnatamente australiane. È indispensabile per la transizione dai veicoli a benzina a quelli elettrici. Con gli Accordi di Parigi per contrastare il riscaldamento atmosferico, è diventato una posta più importante del petrolio.

A febbraio 2019 il presidente Morales ha autorizzato una società cinese, TBEA Group, a sfruttare le principali riserve di litio del Paese, il Regno Unito ha perciò architettato un piano per appropriarsene.

Morales, indiano aymara, è diventato presidente della Bolivia nel 2006: rappresentava i produttori di coca, pianta locale indispensabile alla vita ad alta quota, ma anche una potente droga proibita nel mondo dalle statunitensi leghe cattoliche sedicenti virtuose. L’elezione di Morales e il suo governo hanno segnato il ritorno al potere degli indiani, esclusi sin dall’epoca della colonizzazione spagnola.

 Dal 2017-2018 il Regno Unito inviò esperti presso la società nazionale Yacimientos de Litio Bolivianos (YLB) per valutare le condizioni di sfruttamento del litio boliviano.
 Nel 2019-20 Londra finanziò uno studio per «ottimizzare la ricerca e la produzione di litio in Bolivia per mezzo della tecnologia britannica».
 Ad aprile 2019 l’ambasciata del Regno Unito a Buenos Aires organizzò un seminario con rappresentanti di Argentina, Cile e Bolivia, nonché con responsabili d’industrie minerarie e governi, per presentare i vantaggi che avrebbero ricavato utilizzando la Borsa dei Metalli di Londra. Vi partecipò anche un ministro dell’amministrazione Morales.
 Subito dopo il colpo di Stato, emerse che a finanziare i progetti britannici era la Banca Interamericana di Sviluppo (IADB).
 Molto prima del colpo di Stato, il Foreign Office incaricò una società di Oxford, la Satellite Applications Catapult, di predisporre una mappa delle riserve di litio; la società fu però retribuita dalla IADB soltanto dopo il rovesciamento di Morales. Alcuni mesi dopo l’ambasciata del Regno Unito a La Paz organizzò un seminario cui parteciparono 300 protagonisti della filiera del litio, con il concorso della società Watchman UK, specializzata nel coinvolgimento delle popolazioni in progetti per loro dannosi, al fine di prevenirne la rivolta.

Prima e dopo il colpo di Stato l’ambasciata britannica della Bolivia trascurò la capitale, La Paz, per interessarsi soprattutto alla regione di Santa Cruz, quella dove i croati ustascia presero legalmente il potere: vi fiorirono eventi culturali e commerciali.

Otto mesi prima del colpo di Stato, per neutralizzare le banche boliviane, l’ambasciata britannica di La Paz organizzò un seminario sulla sicurezza informatica. I diplomatici presentarono la società DarkTrace (creata dai servizi britannici per la sicurezza interna) e spiegarono che unicamente gli istituti bancari che ne avrebbero usato i servizi per la propria sicurezza avrebbero potuto operare con la City.

Secondo Curtis e Kennard, gli Stati Uniti non parteciparono direttamente al complotto contro Morales, però funzionari della CIA lasciarono l’Agenzia per organizzarlo. Così DarkTrace ha reclutato Marcus Fowler, specialista della CIA in cyber-operazioni, e soprattutto Alan Wade, ex capo dell’Intelligence. La maggior parte del personale che partecipò all’operazione era britannico; fra loro i responsabili di Watchman UK, Cristopher Goodwin-Hudson (ex militare di carriera, poi direttore della Sicurezza di Goldman-Sachs) e Gabriel Carter (membro del privatissimo Special Forces Club di Knightsbridge, distintosi in Afghanistan).

Lo storico e il giornalista affermano altresì che l’ambasciata britannica fornì all’Organizzazione degli Stati Americani i dati che le servirono a “provare” i brogli elettorali; un rapporto demolito prima dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT), poi dai boliviani stessi nelle successive elezioni.

L’attualità dà ragione alle ricerche dello storico Mark Curtis. Infatti abbiamo mostrato il ruolo di Londra nei tre anni successivi al colpo di Stato in Bolivia del 2019: nella guerra dello Yemen e in quella dell’Alto-Karabakh del 2020.

Il Regno Unito predilige guerre brevi e operazioni segrete e fa il possibile perché i media non le individuino. Per mezzo di uno stuolo di agenzie di stampa e di media, che finanzia in segreto, controlla direttamente la pubblica percezione della sua presenza. Impone alle popolazioni del Paese che vuole sfruttare condizioni di vita ingestibili. Situazioni che può anche far durare a lungo, sicuro che le vittime ricorreranno nuovamente al Regno Unito, il solo in grado di spegnere il conflitto da esso stesso appiccato.

 

fonte: www.voltairenet.org

2011-21, la guerra infinita. Nel decennale del conflitto le sanzioni Usa ed europee a Damasco sono il vero nodo scorsoio stretto intorno alla gola del regime di Assad e della popolazione. Ma le potenze occidentali e i media lo nascondono: se ne vergogna persino Robert Ford, l'ex ambasciatore Usa a Damasco.
 
La guerra siriana si può raccontare in molti modi, uno però viene largamente ignorato. Nel decennale del conflitto le sanzioni Usa ed europee a Damasco sono il vero nodo scorsoio stretto intorno alla gola del regime di Assad e della popolazione. Non solo: Libano e Siria sono legate da un destino comune, anche questa volta. C’è un legame diretto tra la crisi economica libanese e quella siriana con sanzioni che ostacolano ogni ricostruzione. Gli investitori siriani, ovviamente alcuni legati ad Assad, hanno circa 42 miliardi di dollari nelle banche libanesi ma questi conti sono congelati e vengono impediti i prelievi. I soldi insomma ci sono ma non possono arrivare in Siria.
 
È quello che accade anche all’Iran che per le sanzioni Usa non ha accesso a dozzine di miliardi di dollari di depositi della repubblica islamica nelle banche occidentali e asiatiche, al punto da impedire recentemente l’acquisto da parte di Teheran dei vaccini anti-Covid in Corea del Sud. Alle sanzioni si aggiunge anche l’embargo sulle esportazioni petrolifere dell’Iran. E così si completa il quadro: con un altro aspetto non trascurabile, le sanzioni Usa ed europee imposte alla Russia dopo l’annessione della Crimea nel 2014 e intervenuta nella guerra siriana a fianco di Assad nel 2015.
 
In tutto questo c’è naturalmente un progetto politico che era dell’amministrazione Trump e prosegue con quella di Joe Biden: da una parte bloccare il denaro siriano e degli alleati di Assad, dall’altra esercitare pressioni sul presidente libanese Michel Aoun e sul movimento e partito Hezbollah, alleato di Teheran e Damasco. In poche parole se la guerra siriana ha mantenuto in sella Assad sostenuto da Mosca da Teheran e dalle milizie sciite libanesi si può provare, secondo Washington, a destrutturare il regime e i suoi alleati con una crisi economica che travolge la popolazione e l‘intera regione.
 
L’operazione americana di destabilizzazione, ma anche europea, è in atto da un decennio. Il 6 luglio 2011 l’ambasciatore Usa a Damasco Robert Ford andava a passeggiare tra i ribelli anti-Assad di Hama, accompagnato il giorno dopo da quello francese. Era il segnale che in Siria di poteva fare quel che si voleva e che Erdogan colse, incoraggiato dalla strategia della Clinton dello “stay behind”, “guidare da dietro” le primavere arabe, facendo passare migliaia di jihadisti dal suo confine, con i seguiti che sappiamo fino all’ascesa dell’Isis e alle complicità tra turchi e Califfato per far fuori la resistenza dei curdi.
 
Ecco cosa pensa Ford a 10 anni di distanza. “La strategia americana è stata un fallimento”, scrive su Foreign Affairs l’ambasciatore, ora senior fellow presso il Middle East Institute. Gli Usa, dice Ford, hanno cercato di usare la forza militare e le pressione finanziarie per rovesciare Assad, ma Biden farebbe bene a cambiare rotta. Dopo anni di conflitto, infatti Bashar è ancora al suo posto e la Siria non è diventata una democrazia liberale come qualche ingenuo analista sperava diventasse all’indomani della devastante guerra per procura scoppiata nel 2011. Ford si spinge a sostenere che gli Stati Uniti “dovrebbero negoziare con Mosca un ritiro graduale delle proprie forze e una tempistica per la transizione nella zona orientale dal controllo americano a quello russo”.
 
Ma le cose vanno un po’ diversamente. Le sanzioni contro la Siria, introdotte sin dall’inizio della guerra civile non solo non si sono allentate ma nel 2020 sono state ulteriormente aggravate, sia dagli Usa, con il cosiddetto Caesar Act che blocca ogni tipo di transazione economico-finanziaria-commerciale con Damasco, sia dall’Unione europea, che, pur muovendosi sulla scia degli Stati uniti e confermando le sanzioni, per salvare la faccia consente il finanziamento di interventi umanitari “purché non coinvolgano il governo siriano”: come se fosse possibile effettuare interventi efficaci in un contesto così deteriorato senza un coordinamento con le autorità competenti.
 
Il livello dell’ipocrisia europea si è confermato anche recentemente quando Bruxelles ha deciso di seguire Washington nel colpire con nuove sanzioni la famiglia Assad, esponenti del governo e imprenditori. L’idea degli europee è di farci credere che le sanzioni sono “mirate”, cioè non colpiscono il popolo siriano: in realtà le sanzioni includono un embargo sul petrolio, restrizioni sugli investimenti, il congelamento dei beni della banca centrale siriana detenuti nell’Ue e restrizioni all’esportazione di attrezzature e tecnologie. In pratica il blocco dell’industria energetica, del petrolio e di ogni tentativo di ricostruzione.
 
Ma in Siria denuncia l’arcivescovo greco-melkita di Aleppo, monsignor Jean-Clément Jeanbart: “La gente non ha più cibo, elettricità, carburante e gas sufficienti per riscaldare le case. Non riesce a ottenere prestiti e andare avanti”.
 
Le sanzioni sono un messaggio a tutti coloro che erano intenzionati a partecipare alla ricostruzione della Siria e a normalizzare i rapporti con Damasco, dalla Russia alla Cina, ad alcuni stati del Golfo che chiedono il rientro di Damasco nella Lega araba, agli stessi Paesi europei come l’Italia, che nel 2010, alla vigilia della guerra, era il maggiore partner europeo di Damasco.
 
Ma forse qui nessuno se lo ricorda più. La rimozione delle sanzioni alla Siria è stata chiesta da Alena Douhan, rapporteur dell’Onu e da diverse organizzazioni umanitarie e delle Nazioni Unite. Ma si preferisce lasciare le cose come stanno, permettere a Israele, che occupa il Golan dal’67, di bombardare in Siria le milizie sciite _ tanto nessuno si lamenta _e far precipitare i siriani in una miseria ancora più nera.
 
 
fonte: Il Manifesto

Mentre in Italia il Governo prova a spegnere i primi focolai di protesta contro le nuove misure di contenimento del contagio da coronavirus con la politica dei “ristori”, in Spagna l’esecutivo targato PSOE-Podemos vara una legge di bilancio per il 2021 (Presupuestos Generales del Estado – PGE) all’insegna di cospicui investimenti infrastrutturali (+115%), del rafforzamento del sistema sanitario, di misure strutturali per il sostegno al reddito e della redistribuzione della ricchezza attraverso una maggiore imposizione sui redditi più elevati e sui grandi patrimoni.

Un modo diverso di rispondere alla crisi, avendo riguardo in primo luogo alle fasce più deboli e vulnerabili della società; un primo tentativo, per quanto ancora timido, di intervenire sulle gravi diseguaglianze prodotte dalla crisi precedente. Non solo. Rinunciando al MES e ai prestiti del pacchetto Next Generation Ue, l’esecutivo spagnolo sta dimostrando di essere molto più avanti di altri governi europei, a cominciare da quello italiano, nella comprensione di ciò che sta accadendo in questa fase nell’ambito della governance comunitaria.

La prova che Sanchez e Iglesias stanno andando nella direzione giusta? Il giudizio sulla manovra da parte del padronato spagnolo e dei mass media ad esso collegati, che può essere riassunto nell’incipit di un articolo apparso sul noto quotidiano economico Expansion, a firma di Ignacio de la Rica: «Il discorso del duo dei Flintstones è vecchio. Suona come una stantia sacralizzazione del collettivismo sovietico o, non volendo esagerare, del socialismo scandinavo del secolo scorso, felicemente superato dagli stessi paesi di quella regione».

Ma andiamo con ordine. Dopo molti anni di dominio dell’ideologia monetarista (i suoi danni li abbiamo scontati anche nella crisi del 2008-2012), sembra che questa nuova crisi abbia riportato in auge un concetto che nel dopoguerra, dagli Stati Uniti al Vecchio Continente, nessun Governo avrebbe mai messo in discussione: nei periodi di recessione o depressione non basta aumentare l’offerta di moneta, ma è necessario che questa moneta vanga effettivamente spesa. Meglio ancora se banche centrali e governi lavorano, ognuno dalla loro postazione, per lo stesso obiettivo. Una formuletta keynesiana, che, come tante regole economiche, è solo una regola di buonsenso. Un po’ quello che sta succedendo in Europa in questo periodo. Il patto di stabilità è stato momentaneamente sospeso, i governi spendono in deficit come non si vedeva da decenni, la Banca Centrale Europea tiene bassi i tassi sulle obbligazioni statali. 

Perché, allora, indebitarsi con un organismo tecnico come il MES o con la stessa Ue, quando l’accesso al mercato dei capitali attualmente è quasi a costo zero (in Spagna il rendimento dei decennali è inferiore dello 0,5% rispetto a quelli italiani, quindi quasi nullo)? È il ragionamento che hanno fatto a Madrid che, evidentemente, tiene conto di un altro e non secondario elemento: le emissioni statali vengono acquistate sul mercato secondario dalla Bce per il tramite delle banche centrali nazionali e il “reddito monetario” da esse prodotto viene retrocesso agli Stati stessi.

Siamo al dunque: meglio avere come creditore la propria banca centrale o un’organizzazione internazionale? Sarebbe logico che anche in Italia alcuni esponenti politici e di governo si facessero questa domanda, anziché parlare di MES senza cognizione di causa, ovvero per buttarla in caciara, come spesso accade dalle nostre parti.

Nella situazione in cui siamo immersi, tuttavia, affidarsi esclusivamente alle risorse del mercato non è la soluzione ideale e nemmeno quella più conveniente (il momento della resa dei conti è sempre incombente). Servono tanti soldi ed è giusto che chi ha molto paghi una parte del costo della crisi per chi ha meno o non ha niente. «Giustizia fiscale, chi ha di più contribuisca di più», ha dichiarato il leader di Podemos Pablo Iglesias. Un concetto che il Governo spagnolo ha provato a mettere in pratica, accompagnando alla dilatazione del disavanzo alcuni interventi redistributivi dal lato, per l’appunto, dell’imposizione fiscale.

Vediamo di che si tratta. Per quanto riguarda la rimodulazione delle aliquote (IRPF), si prevede un aumento di due punti percentuali di quelle sui redditi da lavoro superiori a 300 mila euro annui e di tre punti per quelle relative ai redditi da capitale superiori a 200 mila euro annui. A queste modifiche si aggiungerà un prelievo dell’1% sui patrimoni superiori a dieci milioni di euro, una piccola patrimoniale, e una tassa minima del 15% per le società di investimento immobiliare quotate.

La platea dei contribuenti coinvolta non è molto larga (36.194 contribuenti, lo 0,17% del totale, secondo le stime del Ministero delle finanze), ma, al di là del valore simbolico delle misure, e tenendo conto anche di alcune tasse indirette (bevande zuccherate, “aliquote Google”, tassa sulla plastica), il Governo stima di conseguire da questa manovra maggiori entrate per quasi sette miliardi di euro nel 2021 e di due miliardi e mezzo nel 2022.

Dove andranno questi soldi, tra nuovo deficit, nuove entrate e grants europei (196,1 miliardi di euro, di cui 27 da aiuti Ue)? Anche qui la differenza con il nostro Paese e con altri paesi europei è notevole.

I soldi per le piccole e medie imprese ci sono, ma il grosso degli interventi vanno nella direzione della sanità pubblica, del sociale, del welfare. C’è un aumento significativo della spesa sanitaria (+151,4%) e per l’educazione (+70%); un aumentano delle risorse per la ricerca e l’innovazione (+80%), per i sussidi di disoccupazione e per quella che in Spagna viene definita «economia della cura», nella quale rientra il sistema degli asili nido, il baby sitting e tutte le misure di sostegno alle famiglie, compresi i congedi parentali di maternità e di paternità; l’ampliamento della platea dei beneficiari dell’Ingreso Minimo Vital (IMV), il reddito di base che attualmente varia da 461 a 1015 euro al mese (sono stati modificati alcuni requisiti d’accesso alla luce della caduta dei redditi privati nella pandemia). Cose diverse dal “ristorare” attività economiche senza alcun riguardo al loro fatturato o tagliare l’IRAP anche alle imprese che con questa crisi ci stanno guadagnando o dispensare bonus una tantum agli scarti della società.

Non è il “socialismo” di cui parla il giornalista di Expansion, niente rispetto alle conquiste dei primi trent’anni del Secondo dopoguerra, ma la dimostrazione che da questa crisi si può uscire senza portare tutto il conto ai ceti popolari come è accaduto nel recente passato un po’ ovunque in Europa. Un esempio che potrebbe seguire anche il nostro Governo con la prossima legge di bilancio, magari facendo anche meglio.

 

fonte. www.volerelaluna.it


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