Uno dei processi penali più attesi degli ultimi anni negli Stati Uniti e non solo, quello contro l’ex produttore cinematografico Harvey Weinstein, è iniziato questa settimana in un tribunale di Manhattan con le arringhe introduttive dell’accusa e degli avvocati della difesa. Il compito che attende i dodici giurati appare estremamente complicato, viste le implicazioni e il clamore mediatico della vicenda che mette alla sbarra colui che era considerato uno degli uomini più potenti di Hollywood.

Al di là delle sue reali responsabilità nei molteplici episodi di molestie e violenze sessuali di cui è accusato – dentro e fuori i tribunali – il procedimento contro Weinstein sta avvenendo in un clima avvelenato e tutt’altro che imparziale. In gioco c’è d’altra parte non solo la sua libertà, ma anche la sorte del cosiddetto movimento “#MeToo”, oggetto degli enormi sforzi negli ultimi anni di una parte consistente dei media americani, ma anche di politici “liberal” e personalità del mondo dell’arte e dello spettacolo.

In un intervento apparso sull'ultimo numero del Nature Journal, Hans Joachim Schellnhuber, climatologo e fisico atmosferico, direttore e fondatore dell'Istituto Potsdam per la ricerca sull'impatto climatico (PIK), nonchè ex presidente del Consiglio consultivo tedesco sui cambiamenti globali (WBGU), azzarda un confronto quanto mai efficace per definire una teoria che sembra mettere d'accordo molti scienziati sull'attuale momento “titanico” del clima terrestre. Egli lo rappresenta come “punta di un iceberg matematico”, espressione per nulla “fantasiosa” riferendosi a “un tempo di reazione più lungo del residuo d'intervento”,  circostanza che provoca in effetti, una perdita di controllo.

L'accostamento al transatlantico che cola a picco centrato da un iceberg sulla propria rotta, non è solo un escamotage figurativo, piuttosto il risultato di una vera e propria sequenza algebrica: se sei il capitano del Titanic e ti stai incautamente avvicinando a un gigantesco iceberg con il potenziale d'affondare la tua nave, il rischio diventa emergenza quando ti rendi conto di non avere più tempo necessario per invertire la rotta ed evitare l'impatto.

L'attuale crisi climatica, secondo Schellnhuber, non è un'astrazione aperta a varie interpretazioni ma un dato oggettivo, con rischi calcolabili, che può essere inserito nella seguente formula: Emergenza =  R × U = p × P × τ / T. Sapere quanto tempo ha a disposizione la società umana per contenere gli effetti climatici e quanto tempo ancora impiegherà la nave a rallentare: in sostanza, è tutta qui la differenza tra un'emergenza e un problema gestibile.

Nell'articolo apparso su Nature, Shellnhuber spiega come, insieme ai colleghi della sua equipe, abbia quantificato l'emergenza climatica stilando una relazione tra rischio (R) e urgenza (U), prendendo in prestito i grafici delle compagnie assicurative. Si definisce il rischio (R),  come l'eventualità che qualcosa accada (p), moltiplicata per il danno (D).

Un esempio: quanto è probabile che gli oceani si innalzeranno di un metro e quanti danni ciò causerà. Urgenza (U) è il tempo necessario per reagire a un problema (τ), diviso per il tempo d'intervento che rimane per scongiurare un esito negativo. Per Hans Joachim Schellnhuber e i ricercatori dell'Istituto Postdam, la formula è solo “la punta di un iceberg matematico” per definire, in pratica, l'emergenza climatica che ci aspetta. “Ho illustrato il disastro del Titanic, ma questa prassi si applica a svariati rischi molto elevati in cui è possibile calcolarne l'impatto e la pericolosità, nelle probabilità di non fare nulla o non intervenire nei tempi necessari per contenerne gli effetti. E tuttavia, gli stessi grafici indicano che ci sono opzioni per evitare un risultato sfavorevole. In altre parole, è un problema di controllo...”.

Il ritardo a decarbonizzare il pianeta e ridurre i gas serra rispetto al tempo di reazione nel sistema climatico, è già di per sé un fatto palesemente irresponsabile. Attraverso la formula  si saprà se ci sarà tempo utile, in quali e quanti punti saremo più o meno in emergenza. Intanto, si procede a elaborare i numeri; il tempo dovuto per la piena decarbonizzazione globale sarà almeno di vent'anni e se, purtroppo, il tempo d'intervento che rimane risulterà più lungo, allora abbiamo perso il controllo. L'analisi del “rischio standard” del Postdam parla chiaro, Schellnhuber afferma: “Oltre quel punto critico, ci resta solo un'opzione di adattamento, come spostare i passeggeri del Titanic in barche di salvataggio (se disponibili)".

In toto, se ci vogliono vent'anni per la completa decarbonizzazione, se ne calcolano trenta per stabilizzare la pressione sul clima. Gli scienziati evidenziano nove “punti di non ritorno”, che se fossero attraversati, renderebbero impossibile tornare indietro e cinque di questi sono già “attivi”. Lo scioglimento del permafrost, il degrado e gli incendi delle foreste, aggiungono più gas serra nell'atmosfera, rendendo ancora più difficile mantenere basse le temperature globali. Si tracciano le priorità con diversi tempi d'intervento: per esempio, abbiamo dai venti ai venticinque anni per salvare la calotta glaciale della Groelandia, quindi bisogna impegnarsi fin da ora senza perdere un minuto di più. Ancora, il tempo che ci resta per intervenire sullo sbiancamento e la morte delle barriere coralline è parecchio al di sotto dei trent'anni e se la decarbonizzazione dovrà avvenire entro il 2050, dobbiamo muoverci ora. Questo è il punto nodale della matematica di Schellnhuber: “Prendere altro tempo e divagare incontro al pericolo è l'atteggiamento più stupido che possiamo assumere”.

 

Il 58 per cento della popolazione italiana si dichiara d’accordo con alcuni stereotipi sul ruolo della donna nella sfera lavorativa ed economica, nelle decisioni famigliari e nella gestione della casa. Il più diffuso, quello dell’importanza del successo professionale per l’uomo e che quest’ultimo sia meno adatto a occuparsi delle faccende domestiche e più adeguato a provvedere alle necessità economiche della famiglia. Nel ventesimo anniversario della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ancora, i dati Istat su “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale”, appena diffusi, parlano di un radicamento di modelli stereotipati.

Una città millenaria per un giorno è divenuta un gigantesco luogo di donne. Grande è stata infatti la manifestazione di sabato scorso a Roma promossa dal movimento Non Una di Meno per la giornata internazionale contro la violenza di genere. In prima fila hanno sfilato i centri antiviolenza - primo fra tutti Lucha y siesta, sotto sgombero da parte della Giunta Raggi - che rischiano di non avere finanziamenti.  Sono in numero drammaticamente insufficiente, senza i necessari posti nelle case rifugio dove inviare le donne vittime di violenza con i loro figli, senza la possibilità soprattutto di garantire per loro risposte e soluzioni, per una casa  e per un lavoro.
Subito dopo, insieme alle tante Case delle donne di tante città, la Casa Internazionale delle donne, privata da più di un anno della convenzione, con il silenzio assordante  della sindaca di Roma che non risponde a nessuna proposta per risolvere la questione del debito. E ancora donne, tante e di tutte le generazioni, ma anche tanti uomini e femministe cilene e curde, che hanno sfilato con le loro bandiere.
Far aprire la manifestazione ai “luoghi delle donne” è stata una scelta precisa: obiettivo centrale della manifestazione era la questione, tutta politica, della difesa di questi luoghi di libertà e autodeterminazione delle donne. Di fronte all’oscena statistica dell’aumento dei femminicidi, di fronte alle mancanze (che sono in realtà voragini) della rete dei servizi, contro la violenza di genere servono certo politiche, risorse, servizi; ma serve in primo luogo riconoscere il ruolo e il valore simbolico di questi luoghi.
Ruolo e valore che sono anche sociale ed economico. L’obiettivo è infatti far riconoscere una loro funzione di utilità sociale, da contrapporre a chi tratta questi luoghi come fossero morosi inquilini “normali”, a chi si affida al furore ideologico della rimozione della memoria della storia delle donne,  a chi tratta  la materia degli sgomberi con arroganza in nome di una neutralità astratta, di un  tecnicismo amministrativo.
La lotta alla violenza di genere deve ripartire dall’obiettivo di difendere, salvare, moltiplicare questi luoghi e, proprio per questo, ottenere  per loro il comodato gratuito, superando gli attacchi e le obiezioni di chi, in nome della trasparenza e della cosiddetta legalità, chiede il conto alla Casa o sgombera tutti gli edifici occupati, compreso il centro antiviolenza di Lucha y siesta, cercando consenso nella rabbia sociale e in un revisionismo culturale che cancella il nesso complesso ma ineludibile tra principio di legalità e principio di giustizia  sociale.
Ancora una volta attorno a Non Una Di Meno è andata in scena  una grande prova di forza e di maturità politica. E con questo movimento, con la sua richiesta di radicalità, con le sue elaborazioni e pratiche, le forze politiche e sociali sono tenute sempre più a confrontarsi. Sono infatti avvenute profonde trasformazioni e le donne si dimostrano capaci, più della politica, di leggere questa  complessità della modernità. A partire dalla questione politica della violenza di genere.
Violenza di genere sulla quale tanto è stato detto e scritto. La Convenzione di Istanbul, diventata legge italiana nel 2013, è il quadro normativo più completo che è stato prodotto. Lì è stata finalmente inserita la definizione di violenza di genere, intesa non come questione emergenziale, bensì strutturale delle società, come violazione dei diritti umani e “manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi”. Essa ha riconosciuto il nesso inscindibile tra violenza e disuguaglianze di genere, tra violenza e patriarcato. Ma non solo la Convenzione resta inapplicata, anche chi parla di violenza ne parla male, favorendo una narrazione sbagliata, un “senso comune intossicato”.
Siamo tornati indietro. Non solo perché restano indecenti le disuguaglianze di genere ma soprattutto perché, nell’ultimo anno, è successo qualcosa d’impensabile nel passato recente: il disegno di legge Pillon sulla cosiddetta bigenitorialità perfetta, che in realtà ha sdoganato la peggiore misoginia, addirittura introducendo la PAS, orrenda invenzione della cosiddetta “alienazione parentale”, usata nei tribunali dai legali dei mariti abusanti per togliere alle donne i figli che non vogliono stare con i padri. Altra nefandezza? L’attacco continuo e fortissimo alla 194, attraverso l’obiezione di coscienza e con campagne organizzate e finanziate che non sono solo italiane ma internazionali e, di nuovo, gli attacchi ai gay. Nonostante le grandi risposte del movimento femminista le radici di questa restaurazione patriarcale non sono state tagliate.

Anche il femminismo ha vissuto nei decenni una stagione di depotenziamento, è stato quasi “rifunzionalizzato". Sono stati rubati i nostri stessi linguaggi, valori. La richiesta di “femminilizzare la società”, per esempio, invece di richiedere un cambiamento dell’assetto economico e sociale, è diventata accettazione della flessibilità trasformata in precarietà, del part-time obbligatorio per le donne,  della precarizzazione del mercato del lavoro per tutti;  la “cultura del dono” si è trasformata in sostituzione del welfare pubblico; “il personale è politico” è divenuto lo strumento e il linguaggio intimista della politica; la centralità del corpo e delle relazioni sessuali da vissuti politici sono stati “naturalizzati”, neutralizzati.
Soprattutto è successo che le destre hanno visto crescere anche tra le donne il consenso popolare. Le donne o si sono astenute, o hanno votato Salvini, anche quando si è dichiarato esplicitamente come razzista, fascista  e sessista. Le destre sono state capaci di rappresentare bisogni sociali e contemporaneamente identitari, che hanno parlato anche alle donne. Anche sulla violenza, le donne che hanno votato Salvini si sono sentite rappresentate da una visione securitaria e da una difesa patriarcale. “Le nostre donne” è lo slogan che si rivolgeva sia agli uomini di destra che alle donne. Sono prevalse le percezioni di sicurezze derivanti da appartenenze ristrette, comunità di simili uniti “contro l’altro” (immigrato, tossico, gay), ma anche “contro l’altra” (intendendo per “altra” la femminista, quella che “se l’è cercata”, quella che uccide i bambini/embrioni, che è  bugiarda e manipolatrice).
Questo tsunami non è passato. Esiste e persiste. Riguarda in primis la sinistra ma anche il femminismo. La sinistra deve fare i conti, dopo la caduta del muro (di cui si ricordano con troppa inutile retorica i 30 anni e si omette come ora in Europa i muri siano 16) con le illusioni e la contiguità con le politiche liberiste, proprio oggi che  - come dice uno studioso francese - “è il momento fascista del liberismo”. Deve saper rinominare valori e ideali, senza aver paura - come sollecita l’economista femminista Mazzuccato - di parlare della crisi del capitalismo. Per ritrovare la consonanza sentimentale con la sua gente.
Il femminismo deve ritrovare la centralità della sua carica trasformatrice, della sua radicalità, del suo “sguardo sul mondo”. Classe, razza e sesso sono i nessi con cui oggi le destre costruiscono strategia e pensiero dominante. Non è un caso che nella manifestazione contro la violenza di genere lo slogan molto gridato è stato “Contro il liberismo, contro il patriarcato”. Con questi stessi nessi, il movimento Non Una Di Meno ha espresso uno straordinario protagonismo, nel nostro paese come a livello mondiale.

Non per caso davanti a tutti, in prima fila, hanno sfilato le donne, le operatrici, le associazioni che hanno in questi anni costruito e fatto vivere i luoghi delle donne. Senza questi spazi di libertà, di pensiero e di pratiche tante  donne non avrebbero potuto realizzare la loro autodeterminazione per uscire dalla violenza; senza questi spazi di libertà, di pensiero e di pratiche il femminismo sarebbe stato sconfitto. Le donne in piazza hanno detto che serve coraggio e - come dicono le femministe cilene - “il coraggio è quel muscolo che si esercita con l’uso”. Allora, usiamolo.

Sebbene si sia arrestata la crescita della povertà in valori percentuali, il numero assoluto dei poveri è ancora ai massimi livelli, quelli del 2005. E pure di fronte a timidi segnali di ripresa, fra cui la diminuzione del tasso di disoccupazione e l’aumento del PIL pro capite, i benefici sulla collettività stentano a farsi concreti. E continuano, pure, ad aumentare i working poor: dal 2008 a oggi, l’incidenza della povertà tra di loro è del 624 per cento e i salari reali sono calati del 2 per cento fra il 2008 e il 2019. A farne le spese, soprattutto le famiglie numerose, i minori, i giovani fra i 18 e i 34 anni, fascia d’età in cui la povertà è cresciuta dell’8 per cento. A dirlo, il report 2019 sulla povertà ed esclusione sociale della Caritas che si sofferma sull’immobilità generazionale: secondo una ricerca di Banca d’Italia, riportata nel rapporto, esistono nessi strettissimi tra la condizione dei figli e quella dei genitori, superiori a quanto mai registrato in passato.

Nel 2018, alla Caritas, si sono rivolte 195mila persone, registrando un calo dell’afflusso rispetto all’anno precedente ma un incremento di ascolti annui per individuo, chiaro segnale di una povertà che diventa sempre più cronica, persistente e multidimensionale. Continua a lievitare il numero degli italiani mentre rimangono stabili le differenze tra Nord e Sud, dove le storie intercettate appartengono, per lo più, agli italiani contro il Nord e il Centro, in cui il volto delle persone sostenute coincide con quello degli immigrati, provenienti principalmente dall’Africa. Diminuiscono le richieste d’aiuto dei rifugiati, passando dalle oltre 13mila a più di settemila; si riscontra una parità tra uomini e donne e l’età media ruota intorno ai 45 anni.

Cresce, sempre di più, il numero delle persone sole a fronte di chi vive in unione matrimoniale: sale la quota dei divorziati, arrivando al 16 per cento, e sono 88mila i genitori, 30mila dei quali vivono con figli minori, dato che registra un incremento del 15 per cento rispetto a un anno fa. Più della metà delle persone incontrate nei centri di ascolto in tutta la Penisola, coabita con famigliari e parenti ma c’è una quota non trascurabile di soggetti costretti a vivere con persone esterne alla propria rete famigliare. E poi, anche nel 2018, c’è una fetta consistente di persone senza fissa dimora: più di 27mila, per lo più uomini, stranieri, celibi e sotto i 44 anni e per i quali il problema dell’abitare si somma a molte altre fragilità. Tra le persone ascoltate, c’è una maggiore incidenza di analfabeti e i due terzi degli assistiti possiede, al massimo, il titolo di scuola media inferiore, una condizione che tra gli italiani interessa il 78 per cento, confermando una relazione tra bassi livelli di scolarità e cronicizzazione del disagio.

Difficoltà materiali, i bisogni più frequenti: tre persone su quattro manifestano uno stato di fragilità economica, determinato non solo da assenza di reddito ma anche da reddito insufficiente; seguono i problemi occupazionali e abitativi e tra gli italiani problematiche che attengono alla sfera personale e famigliare. In continua crescita, e decisamente alta, la porzione di chi vive vulnerabilità sul fronte della salute: una persona su cinque, traducendosi spesso in disagio psicologico, in patologie oncologiche e cardiovascolari. Ma non è raro che le criticità sopra esposte si sommino tanto che solo il 38 per cento manifesta una sola difficoltà e l’incidenza di chi sperimenta due aree di bisogno è pari al 24 per cento.

“L’efficacia e l’adeguatezza delle misure adottate, il Rei prima e il RdC ora, rischiano di essere inficiate da alti livelli di disuguaglianza nei sistemi di offerta dei servizi e nell’accesso a essi”, si legge nel Report che specifica il netto aumento di risorse stanziate sul RdC: dai due miliardi e 700mila euro del Rei si è passati ai quasi otto miliardi del RdC, il quale, però, non prevede l’orientamento nella misura attraverso i Punti di accesso a titolarità comunale creando difficoltà rispetto alla possibilità per molti beneficiari di ricevere le giuste indicazioni durante tutto l’iter. Non solo: il potenziamento e la riqualificazione del personale impegnato nella realizzazione del RdC non sono stati adeguati alle necessità. Manca un modello unitario di intervento che penalizza la successiva progettazioni delle azioni da attivare.

Alla resa dei conti, comunque, sono stati esclusi dal Reddito di Cittadinanza 87mila nuclei di stranieri extra Ue, tagliati fuori per il criterio della residenza, i senza dimora, il 16 per cento di coloro che non rispetto il criterio del reddito e il 35 per cento di coloro che non rientrano in quello del patrimonio.

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