Una casa-museo “regalata” alla città di Verona, grazie alla passione dell'imprenditore e collezionista Luigi Carlon. Palazzo Maffei è il nuovo punto di riferimento per gli amanti dell'arte, un percorso denso di emozioni, tra opere che attraversano più di cinque secoli.

Il debutto c'è stato lo scorso 15 febbraio e questa apertura ha rappresentato un evento importante sotto tanti profili.

Da un lato il restauro completo di uno dei più scenografici e noti palazzi seicenteschi della città, quinta suggestiva di Piazza delle Erbe, con la sua facciata barocca ora risplendente, l'imponente scalone elicoidale autoportante, gli stucchi e le pitture murali del piano nobile; dall'altro una raccolta d'arte di grande interesse che spazia dalla fine del Trecento fino ad oggi.

E così ci si trova immersi in un turbinio di quadri e sculture, dove Giovanni Boldini o Andrea Mantegna vengono accostati a Schifano, Fontana o Cattelan.

Il risultato è un'immersione nell'arte che lascia senza fiato, che riempie gli occhi e l'anima e fa sentire nuovamente grati per essere consumatori di cotanta bellezza.

Il percorso consta di oltre 350 opere, tra cui quasi 200 dipinti, una ventina di sculture, disegni e un'importante selezione di oggetti d'arte applicata (mobili d'epoca, vetri antichi, ceramiche rinascimentali e maioliche sei-settecentesche, ma anche argenti, avori, manufatti lignei, pezzi d'arte orientale, rari volumi) e con una scelta espositiva dalla “doppia anima”.

Nella prima parte, connotata dagli affacci sulla piazza, si privilegia il dialogo con gli ambienti del piano nobile del palazzo a ricreare l'atmosfera di una dimora privata, ma anche il senso di una wunderkammer e di una sintesi tra le arti, con nuclei tematici d'arte antica in cui irrompe all'improvviso il dialogo con la modernità; nella seconda parte, dedicata al Novecento e all'arte contemporanea, si è invece voluta creare una vera e propria galleria museale, ove spiccano molti capolavori, si scorge la passione per il Futurismo e la Metafisica e s'incontrano alcuni dei massimi artisti del XX secolo: Boccioni, Balla,Severini, ma anche Picasso e Braque; de Chirico, Casorati e Morandi accanto a Magritte, Max Ernst, Duchamp. E ancora Afro, Vedova, Fontana, Burri, Tancredi, De Dominicis, Manzoni e molti altri.

Per Luigi Carlon le opere raccolte negli anni sono racconti di vita, gesti d'amore, testimonianze di quella sensibilità unica e singolare che egli ha colto negli artisti fin da giovane e dalla quale è stato affascinato e colpito.

Una ricchezza condivisa con la città e con il pubblico, in un edificio fortemente simbolico come è appunto Palazzo Maffei, il cui nucleo originario tardo-medievale sorge nell'area del Capitolium, il complesso votivo dedicato alla Triade Capitolina, costruito quando Verona divenne municipio romano (49 a.C.), di cui nei sotterranei del palazzo restano ancora le evidenze.

Un nuovo motivo per visitare Verona.

Scontratosi ripetutamente contro le resistenze quasi unanimi dei paesi alleati, il governo americano sta studiando nuove eccezionali misure per danneggiare Huawei e ostacolare il consolidamento del colosso cinese come attore principale nella creazione della nuova rete 5G su scala globale. Le prospettive di successo restano però scarse, visto il sostanziale fallimento degli sforzi messi in atto finora e i contraccolpi negativi in termini economici e di innovazione tecnologica sul fronte domestico che rischiano di provocare le iniziative dell’amministrazione Trump.

Ai primi di febbraio, il governo britannico aveva respinto in buona parte gli inviti americani a escludere Huawei dalla partecipazione alla costruzione della nuova infrastruttura 5G. Il primo ministro, Boris Johnson, aveva optato per una scelta prudente che, per non scontentare del tutto Washington, imponeva stretti controlli sul lavoro della compagnia di Shenzhen, esclusa inoltre dagli ambiti più sensibili della nuova rete.

Il governo del Regno Unito, in stretta collaborazione con quelli di USA, Ecuador, Svezia e Australia, continua a tenere arbitrariamente in stato di detenzione e a trattare con metodi di tortura il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, nonostante gli appelli alla sua liberazione provenienti non solo dall’opinione pubblica, ma anche e sempre più da autorevoli istituzioni internazionali. Dopo anni di silenzio nei circoli ufficiali del potere, qualcosa sembra finalmente muoversi a favore del giornalista/attivista australiano, la cui sorte, strettamente legata alla sopravvivenza del diritto a una libera informazione, continua tuttavia a essere minacciata da una possibile estradizione negli Stati Uniti.

La figura istituzionale più importante impegnata negli ultimi mesi a difendere i diritti di Assange è quella del relatore speciale sulla tortura per le Nazioni Unite, Nils Melzer. Nel maggio dello scorso anno, il giurista svizzero aveva presentato il suo rapporto sulla situazione di Assange, spiegando senza mezzi termini che quella orchestrata nei suoi confronti per quasi decennio è una campagna persecutoria, fatta di torture psicologiche dimostrate dal punto di vista medico, diretta a distruggerlo moralmente e fisicamente.

I responsabili di questa operazione sono i governi dei paesi citati all’inizio, il cui obiettivo più ampio è quello di scoraggiare qualsiasi giornalista che in futuro intenda rivelare crimini di stato come quelli che Assange e WikiLeaks hanno fatto conoscere al mondo in questi anni. Melzer aveva posto interrogativi specifici sulla situazione di Assange e, grazie al mandato ricevuto dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, chiesto ai governi incriminati di procedere alla sua immediata liberazione. Nessuno di questi governi, tuttavia, ha mai nemmeno risposto alle istanze di Melzer.

Quest’ultimo ha partecipato lunedì scorso a un incontro su Assange organizzato a Londra e nel suo intervento ha ribadito la gravità del comportamento soprattutto di Londra e Washington, per poi rivelare alcuni particolari relativi al tentativo di questi stessi governi di screditare il suo operato. Mentre il governo britannico ha ignorato qualsiasi proposta di confronto in merito alle condizioni di Assange, alcuni suoi esponenti hanno manifestato la propria insofferenza nei confronti di Melzer direttamente presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. L’accademico svizzero ha ricordato che il suo ruolo è completamente indipendente e che non è sua intenzione cedere a simili intimidazioni.

Ancora più gravi sono state le pressioni, fatte sempre da Londra, sull’università di Glasgow, dove Melzer insegna diritto internazionale, nel tentativo di mettere in atto un qualche ricatto per convincerlo a desistere dalle sue attività nel caso Assange. Il vergognoso comportamento del governo britannico conferma come all’interno di esso sia diffuso un certo nervosismo alla luce della crescente mobilitazione a favore del fondatore di WikiLeaks. Inoltre, evidenti devono essere gli imbarazzi per le possibili conseguenze legali e di immagine derivanti sia dal ricorso a metodi di tortura in violazione delle raccomandazioni delle Nazioni Unite sia dal totale servilismo mostrato verso Washington con gli sforzi di incastrare Assange.

Il relatore ONU sulla tortura ha anche risposto alle critiche rivolte nei suoi confronti in questi mesi. In particolare, Melzer ha respinto le accuse di avere abbandonato la sua imparzialità nel corso delle indagini e di essere diventato una sorta di attivista per la liberazione di Assange. Nell’incontro di Londra, Melzer ha spiegato che non è possibile rimanere neutrali “tra il torturatore e il torturato”. Obiettività, imparzialità e assenza di pregiudizi, ha continuato, sono necessarie “mentre si indaga su un caso”, ma, “una volta assodato che qualcuno è stato vittima di torture, di certo non è possibile restare neutrali”, visto che il suo compito è quello di assumerne la difesa.

Significative sono state anche le denunce rivolte da Melzer alla stampa ufficiale, colpevole di essersi in larga misura allineata alla linea persecutoria dei governi di Londra e Washington sul caso Assange. La BBC, ad esempio, ha declinato le richieste fatte per ben nove mesi dal giurista elvetico di apparire in un programma televisivo della stessa rete britannica per discutere della detenzione del numero uno di WikiLeaks nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh. Per il network, la vicenda di Assange non sarebbe di alcun rilievo giornalistico.

Questo atteggiamento dei media, comune anche a testate teoricamente di orientamento progressista come il Guardian o il New York Times, appare particolarmente grave e sconcertante, visto che nel caso Assange è in gioco precisamente il futuro di una stampa libera in grado di informare l’opinione pubblica di tutti i fatti ritenuti scomodi dai governi. L’eventuale estradizione di Assange negli USA fisserebbe un precedente devastante, poiché rischia di distruggere un principio fondamentale della libera informazione, vale a dire la facoltà dei media di pubblicare notizie riservate relative a crimini commessi da entità governative, indipendentemente dalle modalità con cui esse sono state ottenute.

In realtà, anche alcuni giornali che da tempo partecipano al tiro al bersaglio contro Assange, tra cui lo stesso New York Times, hanno recentemente iniziato a interrogarsi sulle implicazioni di una sentenza sfavorevole al fondatore di WikiLeaks in Gran Bretagna o una sua condanna per tradimento negli Stati Uniti. Il livello di impegno e di mobilitazione necessario a garantire la liberazione incondizionata di Julian Assange è però ancora ben lontano dall’essere sufficiente.

L’apparato giudiziario del Regno Unito impegnato nella sua persecuzione continua infatti ad agire con arroganza e prepotenza, ignorando quasi del tutto i diritti di Assange, costretto da mesi, dopo l’espulsione illegale dall’ambasciata londinese dell’Ecuador, a una privazione arbitraria e inaccettabile della libertà, così come a subire scandalosi soprusi per limitare al massimo le facoltà di difendersi nel procedimento-farsa in corso.

Il suo caso è in definitiva di una gravità e un’urgenza difficili da sopravvalutare e la definizione più efficace della situazione imposta dal comportamento dei governi di USA, Gran Bretagna, Ecuador, Svezia e Australia è stata data forse dallo stesso Nils Melzer. In una recente intervista alla stampa svizzera, quest’ultimo ha parlato della “persecuzione politica” contro Assange come uno “scandalo enorme che rappresenta il fallimento del diritto in Occidente”.

Qualche timido segnale di risveglio nei circoli ufficiali almeno europei è arrivato comunque nei giorni scorsi con una presa di posizione a favore di Assange del braccio parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE o Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa), l’organo composto da 47 paesi membri che si occupa della promozione e della difesa dei diritti umani, della democrazia e del diritto.

In una risoluzione del 28 gennaio scorso adottata nell’ambito di un rapporto sulle minacce alla libertà di stampa e alla sicurezza dei giornalisti in Europa, l’APCE ha introdotto un emendamento su Assange per chiederne la liberazione e lo stop alle procedure di estradizione. Per convincere il governo di Londra servirà ad ogni modo ben altro, ma l’iniziativa del Consiglio d’Europa potrebbe rappresentare un primo passo verso l’abbattimento del muro di indifferenza che sta lentamente uccidendo Julian Assange e il diritto inviolabile alla libertà di informazione.

Lorenzo Jovanotti ci propone una rilettura in chiave “morbida” e acustica di 11 pezzi - alcuni “storici” - della musica italiana, quasi un contraltare di fine anno alla frenetica ultima estate che lo ha visto protagonista in esibizioni e concerti “da spiaggia”. Un omaggio “senza pretese” di sorprendere, quanto piuttosto una libertà artistica, una raccolta di melodie pacate e sempre suggestive, confezionate in soli sei giorni di registrazione, dedicate all’anniversario cinquantennale dello sbarco sulla luna dell’Apollo 11. E difatti la luna è il tema comune di ognuna delle canzoni del lavoro, prodotto da Rick Rubin.

Si parte con l’atmosfera onirica e distensiva di “Notte di luna calante”, canzone lanciata nel 1960 da Domenico Modugno, che - senza impegnative retoriche o significati reconditi - ci racconta di una notte d’amore su una spiaggia deserta di fine estate.

E poi “Luna”, del 1980, il singolo di successo di Gianni Togni, che ha attraversato una intera generazione di amori adolescenziali.

Si prosegue con l’atmosfera dolcissima di “Accendi una Luna nel cielo” che nel lontano 1976 Vinicius De Moraes e Toquinho scrissero insieme ad altri brani per l’amabile voce di Ornella Vanoni in un album che è rimasto una pietra miliare della bossa nova.

Luna di città d’agosto” è la riedizione di un pezzo di Jovanotti del 1994. La luna come elemento di continuità in chiave nostalgica di un amore poi finito ma che rimane vivo nel ricordo. 

Non poteva mancare un omaggio a Lucio Dalla attraverso “L’ultima luna”, che non a caso - nella complessiva atmosfera positiva dell’album - riporta il tema della speranza; in fondo al tunnel degli orrori della nostra esistenza c’è un’ultima luna che ci ricorda che tutto può cambiare in senso positivo. Interessanti i vocalizzi finali, senza pretese di raggiungere le alchimie vocali di Dalla.   

Chiaro di luna” è una canzone d’amore dello stesso Jovanotti che ha deciso di riproporre reinterpretando se stesso, un inno all’amore, una ballata romantica “fino alla noia”.

Scritta da Samuel e Jovanotti nel 2017, “La luna piena” celebra il dolore e la bellezza della solitudine, con la nostalgia che è rievocata dalla luna, che è quasi uno specchio con il quale ci si confronta nei momenti di necessità e di introspezione.

Viene poi cantata una tra le migliori realizzazioni di Ivano Fossati, “Una notte in Italia”, la storia di una notte qualunque in cui brilla una luna, che suggerisce l’importanza del “futuro che viene a darci fiato”; non a caso Jovanotti sceglie un pezzo in cui si intrecciano dinamiche esistenziali caratterizzate da ricordi, errori, nostalgie, speranze.

Del gruppo musicale Tre Allegri Ragazzi Morti è la canzone “La faccia della luna”, che l’incisiva voce di Jovanotti ripropone, in cui la luna è scura, perché riflette i dolori di un uomo che ha perso le cose più care, una luna che ”..non è che non ci sia, ma è come fosse andata via”.

Con una improbabile cadenza partenopea ma pur sempre attraverso un generoso tentativo, Lorenzo canta “Luna Rossa”, la splendida melodia napoletana, scritta negli anni 50 da Vincenzo De Crescenzo e Antonio Vian, che ha subito nel tempo molte contaminazioni artistiche attraverso interpretazioni di innumerevoli cantanti e vere e proprie cover d’epoca. Una luna che accompagna la solitudine e la vana attesa di un uomo che spera che la sua amata si affacci dal balcone.

Chiude la pubblicazione “Guarda che luna”, un successo di Fred Buscaglione della fine degli anni ’50. Ancora una volta la luna è la consolazione lirica e immaginifica di un’anima in pena, abbandonata dal suo amore.

Insomma, un lavoro rievocativo di tanti successi, ma soprattutto un’occasione per farsi accompagnare con la dolce voce di Jovanotti in atmosfere delicate, oltre il tempo e lo spazio, attraverso la simbologia della luna, legata al divenire, ai cicli di nascita e di mutazione, al mistero atavico del destino degli uomini e della vita.

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La santificazione a testate unificate di Giampaolo Pansa lascia sconcertati. È naturalmente comprensibile il lutto degli amici e degli ammiratori, così come è lodevole la gratitudine dei più giovani giornalisti che ripensano ai loro debiti verso quello che fu, fino a un punto preciso della sua vita, un maestro del nostro italianissimo giornalismo.
Ma il silenzio sulla scelta revisionista di Pansa (una scelta che assorbe, portandolo di male in peggio, quasi gli ultimi vent’anni della sua vita), o peggio i tentativi di liquidarla con accenni a un suo gusto per le questioni «controverse», al suo essere «bastian contrario» o «sempre contro», sono invece inaccettabili. E nemmeno il combinato disposto dell’intollerabile ipocrisia italica e borghese del «de mortuis nihil nisi bonum» e del corporativismo giornalistico possono giustificare questa corale opera di depistaggio.

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