Le immagini del tribunale di Budapest, con Ilaria Salis in ceppi e manette, come nemmeno il peggiore dei serial killer, offendono la dignità dell’imputata, la civiltà giuridica internazionale e mancano di rispetto all’Italia, Paese che con l’Ungheria condivide la presenza nell’Unione Europea e dunque l’adesione ai principi della giurisprudenza comunitaria.

Due sono gli aspetti da considerare nella vicenda giudiziaria, collocata per metà nell’assurdo giuridico e nell’assenza di equilibrio nell’operato della polizia giudiziaria e magistratura ungheresi, e l’altro di carattere normativo, afferente alle modalità della detenzione della professoressa italiana.

E’ bene dire subito che Ilaria Salis, professoressa milanese di 39 anni, è accusata di aver partecipato, insieme ad altri, alle contestazioni che vi furono contro un’adunata nazista nel centro di Budapest dell’11 Febbraio, quando i nazi festeggiano l’attacco suicida della Wehrmacht e delle SS contro l’Armata Rossa Sovietica.

Le cronache di Oltremanica dicono che la Corte Suprema britannica ha bocciato il provvedimento del governo di sua maestà che prevedeva la deportazione in Ruanda degli immigrati, provenienti dall’Albania come dall’Africa. L’assenza di garanzie sulla destinazione finale e sul trattamento hanno spinto l’organo della magistratura britannica a bloccare la legge del miliardario figlio di immigrati, Sunak.

Al di qua della Manica, l’Italia si avvia a gestire la questione migranti con l’allocazione forzata degli stessi in Albania; non proprio una patria del Diritto e non certo uno Stato che si erge sulla legalità, vista l’influenza nefasta di narcos e contrabbandieri sul sistema-paese. Peraltro, buona parte degli albanesi ritengono che questa operazione sia dannosa sia per il turismo – grazie al quale l’Albania sta tentando di trasformarsi in un polo di richiamo per i flussi del Mediterraneo e dell’Adriatico in particolare – che per i precedenti storici all’influenza ingombrante dell’Italia sul suo sistema politico.

Dopo la presentazione della legge di bilancio 2024, chi ancora pensava che Fratelli d’Italia fosse un partito di destra sociale deve ammettere di aver preso la cantonata politica del secolo. Peggiore ancora di aver creduto nella taumaturgia di Monti o nel riformismo di Renzi. Quello che ci ritroviamo è sì un governo di destra nazionalista, razzista, omofoba e pecoreccia, fatto di gente che nemmeno sa stare a tavola. Ma rispetto al vecchio Msi, di cui si presentano come epigoni, questi figuri hanno perso ogni traccia di componente sociale, inebriati dall’inganno neoliberista in base al quale ciò che fa bene alle imprese fa bene bene alla società.

Non solo: la manovra indifendibile che hanno presentato sovverte anche una miriade di promesse ripetute per anni da Meloni e Salvini. A cominciare dalla “cancellazione immediata della riforma Fornero”, un vero mantra del leader leghista: ebbene, la legge bollinata peggiora addirittura lo scenario di macerie lasciato dalla professoressa piemontese. La conferma di Quota 103, fortemente voluta dalla Lega, sarà caratterizzata da forti penalizzazioni per chi vorrà andare in pensione con 62 anni d’età e 41 di contribuzione. In pratica, scegliere la pensione anticipata sarà molto più svantaggioso di oggi, come già anticipato dal Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti: “Per quanto riguarda i pensionamenti anticipati ci sono forme restrittive rafforzate rispetto al passato. Non ci sono più l’Ape sociale, né Quota 103 nelle forme previste nello scorso anno. L’accesso agli anticipi sarà più restrittivo”.

“Ministro, chi le ha dato quel video?”. Per settimane Matteo Salvini si è sentito porre questa domanda. Il caso riguarda la ritorsione contro la giudice di Catania, Iolanda Apostolico, che ha rigettato il fermo di alcuni migranti tunisini nel Cpr di Pozzallo, definendo illegittimo il decreto del governo Meloni alla base del provvedimento. Per screditarla, il leader della Lega ha pubblicato online un video del 2018 in cui si vede la magistrata partecipare a una manifestazione contro il blocco dei migranti sulla nave Diciotti, con la folla che urla "assassini" e "animali" alla Polizia.  

Le dichiarazioni di Giuliano Amato sulla strage di Ustica appaiono, per quanto tardive, utili a rinfrescare la memoria di un Paese che di assenza di memoria patisce endemicamente. Ci si può interrogare - è sempre bene farlo - sul perché oggi Amato decida di dire cose di una gravità estrema. Cose fino ad oggi sostenute solo da Francesco Cossiga, ex Presidente della Repubblica, ex ministro dell’Interno e, fuori curriculum, riferimento politico di Gladio, la rete Stay-Behind anticomunista, operativa in Italia dal dopoguerra in funzione sovversiva. Una sorta di legione irregolare della NATO, destinata a sostenere militarmente il famoso “Fattore K”, cioè il divieto di accesso al PCI al governo del Paese. E, sempre a proposito di memoria, Amato ricorderà di essere stato il Presidente del Consiglio nel 1992 e per 305 giorni. Sarà che non trovò il tempo per chiedere la verità al suo omologo francese?

Quanto avvenne a Ustica è ormai noto. La sera del 27 Giugno del 1980, l’aereo Itavia copriva la rotta Bologna-Palermo e partì con due ore di ritardo rispetto all’orario schedulato. Scomparve dai radar di Ciampino e Licola intorno alle 20,00, mentre era in discesa per atterrare all’aeroporto palermitano di Punta Raisi, dove non arrivò mai. Ci sono state diverse versioni sull’accaduto, ma quelle fornita dal presidente Cossiga, che parla di un missile francese, è certamente la più veritiera, peraltro corrispondente a quella fornita dagli stessi libici pur se mai in forma aperta.


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