Venerdì scorso 24 maggio a Budapest la bella stagione era arrivata, ma il piacevole tepore che spinge la gente si tavolini di bar e ristoranti affollati, era turbato da lievi pioggerelline primaverili. Anche nell’aula 2 del Tribunale di Budapest faceva discretamente caldo. Per la prima volta Ilaria Salis ha potuto assistere al giudizio senza le consuete catene e l’arcigna guardia a vista delle teste di cuoio ungheresi. A oltre quindici mesi dal suo arresto, il processo è finalmente entrato nel vivo con l’escussione dei testimoni e la visione delle riprese delle telecamere relative all’aggressione.

Ho rivisto di recente su YouTube il film cult di George A. Romero, “La notte dei morti viventi”.  Quei personaggi orribili, i morti richiamati in vita da strane radiazioni, che si muovono come automi e sentono unicamente il richiamo del sangue e della carne umana, per procurarsi i quali si gettano in massa su qualunque persona viva si imbatta in loro, trasformandola a sua volta in uno zombie assetato di sangue, mi hanno ricordato, non so perché, gli attuali governanti europei che si apprestano alle elezioni e nel frattempo hanno deciso di preparare i cittadini all’inevitabile guerra contro la Russia, mentre continuano col loro sostanziale appoggio al regime genocida di Benjamin Netanyahu.

La vicenda di Ilaria Salis, la giovane maestra antifascista italiana detenuta da oltre un anno in Ungheria in condizioni indegne, è giunta a conoscenza dell’opinione pubblica italiana e internazionale solo alla fine dello scorso anno. Nel giro di poche settimane si è quindi raccolto un importante movimento di solidarietà che occorre ulteriormente estendere, tenendo presente qual è la posta in gioco.

Ilaria è tuttora ostaggio di un regime autoritario che si fa beffe dei fondamentali principi dello Stato di diritto, tra i quali primeggia quello dell’indipendenza della magistratura. Principi affermati a chiare lettere nell’art. 2 del Trattato sull’Unione Europea intitolato appunto ai valori che dovrebbero ispirare l’azione della UE. Non a caso l’Ungheria è da tempo sul banco degli imputati in tale consesso e l’accusa relativa all’assenza di indipendenza dei giudici costituisce un elemento fondamentale per dubitare del rispetto da parte del governo ungherese di tali valori, unitamente a numerose altre scelte fortemente discutibili dal punto di vista dei principio di uguaglianza, non discriminazione ed altri ancora.

Il regime di Orban che tiene prigioniera Ilaria Salis, è fortemente orientato a destra e si regge su di una coalizione di cui fanno parte forze apertamente fasciste che sicuramente hanno posto il destino della nostra connazionale come elemento determinante nel negoziato politico interno al paese magiaro. Ma non è questo l’unico elemento di deteriore mercanteggiamento politico retrostante al processo contro Ilaria. Ci sono altri retroscena, che conosciamo solo in parte, e che riguardano il posizionamento di Orban all’interno del Parlamento Europeo e dell’Unione Europea più in generale, tenendo presente il ruolo chiave esercitato proprio da Giorgia Meloni nel traghettare la destra ungherese, per quanto impresentabile, verso l’appoggio alla candidatura di Ursula von der Leyen al suo secondo mandato.

In tale ottica potrebbe del resto essere interpretato l’ammorbidimento delle riserve di Orban nei confronti del trasferimento di armi all’Ucraina che costituivano l’unico aspetto positivo della sua politica. L’esistenza di un negoziato politico avente per oggetto la sorte della nostra concittadina ha ricevuto ulteriore accredito dall’atteggiamento sorprendentemente rude assunto dal ministro degli esteri ungherese all’uscita del suo incontro col suo omologo italiano Tajani.

Il tutto in un contesto europeo che, proprio grazie a Von der Leyen & Co., ma anche al Pd e tanti altri, sta definitivamente smarrendo la discriminante antifascista che pure si situa innegabilmente nel cuore stesso dell’Europa moderna, come dimostrato proprio dalle obbrobriose risoluzioni che mettono sullo stesso piano fascismo e comunismo nel momento stesso in cui inondano di armi l’esercito ucraino e i suoi battaglioni Azov.

Né può sfuggire l’ulteriore decisivo elemento costituito dalla legittimità dell’apologia del fascismo e del nazismo, argomento sul quale abbiamo registrato in Italia pericolosi arretramenti anche dal punto di vista della giurisprudenza. E non va dimenticato che la presenza di Ilaria sul suolo ungherese era diretta proprio a contestare una delle più vergognose manifestazioni di tale apologia, e cioè il cosiddetto giorno dell’onore che si tiene ogni anno l’11 Febbraio a Budapest col beneplacito della coalizione di destra che governa il paese.

Per tutti i motivi detti si tratta di un processo fortemente politico, che può essere manovrato a proprio piacimento dalle autorità ungheresi che si avvalgono di una strumentazione normativa e processuale per nulla garantista, come dimostrato fra l’altro dal carattere monocratico del giudice e dall’esistenza di una fattispecie normativa assolutamente indefinita come quella denominata “lesioni suscettibili di provocare la morte”. Un’accusa folle ma che in virtù della quale su Ilaria grava una minaccia di condanna spropositata in relazione dell’entità del danno concretamente inflitto alle vittime dell’aggressione di cui si sarebbe resa responsabile (lesioni guarite in circa una settimana e il cui autore in Italia non sarebbe perseguibile in assenza di querela). L’unica lesione evidente appare quella delle garanzie processuali fondamentali relative alla concreta conoscibilità degli elementi di prova ed altro ancora.

Il 28 marzo si terrà nel tribunale di Budapest la seconda udienza del processo che dovrebbe avviare l’esame degli elementi di prova, in particolare l’escussione dei testimoni, comprese le vittime dell’aggressione, e lo svolgimento delle perizie, in particolare quelle antropometriche che potrebbero smentire l’assunto dell’accusa che ha identificato in Ilaria la persona ripresa dalle telecamere mentre compie l’aggressione. Ilaria si è dichiarata innocente nel corso della prima udienza che si è svolta il 29 gennaio scorso e occorre darle tutti gli strumenti processuali e di altro genere atti a dimostrare la sua innocenza. Dato però il rilevato carattere fortemente politico della vicenda, occorre che questa sacrosanta pretesa sia sorretta da un’adeguata mobilitazione democratica dentro l’aula giudiziaria ungherese e al di fuori di essa.

 

NdR: Fabio Marcelli sta seguendo il processo in presenza con la delegazione del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia - Gruppo d’intervento giuridico internazionale (CRED-GIGI)

Come previsto dai sondaggi e come ipotizzabile vista la storia politica degli ultimi 20 anni della Regione, l’Abruzzo resta nelle mani della destra, della quale del resto è sempre stato storicamente un feudo. Le lezioni abruzzesi sono piuttosto semplici da comprendere, la politica spesso è contorta solo per dare modo a tutti di dire la propria, specialmente se non si ha niente da dire.

In Sardegna l’immagine e l’impronta politica della candidata del centrosinistra avevano capitalizzato il voto, riuscendo a battere il ridicolo fascista Truzzu e ad impedire anche l’ennesimo sgambetto degli avanzi avariati di Rifondazione che, con bertinottiana memoria hanno tentato fino all’ultimo di far vincere la destra senza riuscirvi. Altrettanto in Abruzzo, dove il ridotto impatto mediatico del candidato, pure brava persona ma certo visibilmente non avvezzo all’arena politica, è risultato decisivo nella scrittura del risultato finale. Aveva di fronte Marsilio, una vecchia volpe della politica, un marpione capace di gestire da remoto il suo patrimonio elettorale, in una versione molto peggiorata dei tempi di Remo Gaspari.

La sconfitta del centrosinistra ha una dimensione decisamente inferiore a quella pronosticata anche solo alla vigilia del voto in Sardegna, dove nei sondaggi Marsilio staccava di almeno 10 punti il candidato di centrosinistra. La crescita del PD non lascia dubbi: hanno perso Calenda e M5S.

La vittoria elettorale della Todde in Sardegna è una splendida notizia per la Sardegna che non dovrà più avere un fascista insopportabile come Truzzu al comando (castigato con un distacco in meno di 20 punti sulla Todde soprattutto da Cagliari, la città dove è sindaco e che quindi lo conosce) ed è un’importante dato di valore nazionale per l’esperimento politico del “campo largo” fondato sull’antifascismo. L’egocentrico Soru ha provato a fare il Bertinotti riveduto, ma non è riuscito nell’impresa di vendicarsi del centrosinistra facendo vincere la destra.

Soprattutto la vittoria della Todde è una novità politica, dato che l’ultima regione passata dal centrodestra al centrosinistra era stata la Campania nel 2015. Quella sarda è un’autentica sberla alla Meloni e al suo governicchio di impresentabili. La sberla alla Meloni risponde all’arroganza con la quale la ducetta aveva imposto la candidatura del suo camerata di gioventù, ribadendo come a lei, e lei sola, spetta il comando sulle scelte dell’intera destra italiana in tutte le sue sfaccettature.


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