Uno straordinario militante della causa sandinista, uomo vocato alla solidarietà assoluta e senza incertezze. Questo era Edoardo Vernerio, per tutti Dino, un compagno di lotte e di idee, di sogni e di fatiche, quello che davvero si definisce un hermano. Da più di 35 anni Dino era impegnatissimo con il Nicaragua. Strenuo difensore del governo rivoluzionario negli anni ’80, dopo la sconfitta elettorale del 1990, diversamente da chi fece un repentino ritorno alle amletiche incertezze codarde che si potevano ascoltare nella sinistra europea che cominciava a perdere il senso di sé, Dino decise di raccogliere l’invito del Comandante Daniel Ortega a “governare dal basso” e si rimboccò le maniche. Per tutti i sedici anni di governo liberista, che stremarono il Nicaragua, Dino continuò senza sosta il lavoro di sostegno materiale alle comunità rurali.

Sempre insieme a Gloria Chiaratti, sua compagna di sempre e per sempre, autentico motore di energia e organizzazione, Dino ha avuto nei progetti di sviluppo per le comunità rurali una sana ossessione. Tutti realizzati con la sua associazione, La Comune di Milano, fondata nel 1967, che portava il nome di Luigi Bottesini, uno dei primi internazionalisti italiani in Nicaragua morto a 44 anni, nel Gennaio del 1997.

Nella comunità El Bonete, nel Dipartimento di Chinandega, realizzò numerosi progetti come il Centro pre-scolare, il Centro di Salute, il Circolo ricreativo (che porta per l’appunto il nome di Luigi Bottesini) e la Biblioteca. Altri progetti sociali Dino e Gloria li realizzarono nelle comunità rurali nel Dipartimento di Jinotega, nel nord del paese. Dino non ebbe mai nemmeno un momento di incertezza nell’offrire tutta l’energia che aveva per difendere il paese centroamericano dalla furia liberista che, dopo il 1990, tentava di vendicarsi di una Rivoluzione che aveva consegnato terre e potere a chi mai aveva avuto né le prime né il secondo. Mai, nemmeno per un momento, la tentazione di ritrarsi, di leggere quel tempo come la fine di un progetto o di un sogno, perché il progetto lo metteva a terra e il sogno lo faceva volare.

Seppe leggere con acume politico l’operazione per distruggere dall’interno il Frente Sandinista operata da ex-sandinisti di "buona famiglia" e si schierò dalla parte giusta come destino imponeva, con quel sandinismo nato dal basso con cui si identificava e che aveva in Daniel Ortega e Tomas Borge i riferimenti principali.

Il ritorno al governo del Frente Sandinista significò per Dino una vittoria in più ed un impegno ancora maggiore: il Nicaragua andava ricostruito per intero, la furia devastatrice del neoliberismo aveva ridotto il paese, già povero, ad un immenso suolo di disperazione. E Dino, come sempre, rispose “Presente”.

Perché sebbene fosse giornalista di professione, Dino no aveva solo uno spirito solidale; era un militante internazionalista, ovvero individuava nelle comuni cause e nei comuni nemici ragioni e battaglie da impugnare per rendere migliore il mondo che lo circondava. Affezionarsi a Dino era quanto di più semplice: era un uomo con un grande cuore ed una forte passione politica, uno di quelli che se non trovi senti subito la mancanza.

Men che mai ebbe incertezze quando, nel 2018, il somozismo di ritorno tentò di sdradicare il sandinismo dal potere. Si battè contro quella sinistra che ha valori destra e si schierò a difesa del miglior governo della storia del Nicaragua e diede vita ad iniziative in diversi luoghi per raccontare la verità su un tentato colpo di stato dell'oligarchia e dell'impero che si voleva far passare per ribellione popolare.

Il Nicaragua, come l’Italia migliore, quella di chi non ha smesso di coltivare sogni e far crescere idee nel buio di questa notte profonda del pensiero, sentirà la mancanza di un uomo che ha passato la vita offrendosi senza mai chiedere, convinto che solo gli ultimi, dal basso, potranno far saltare i tavoli imbanditi dove si apparecchiano le ingiustizie. E Dino, piccolo uomo fortissimo, di ingiustizie non ne tollerava. Nemmeno quella di una malattia infame alla quale ha ceduto senza arrendersi.

Compie sessant’anni la Rivoluzione Cubana. Sessant’anni orsono, guerriglieri chiamati Barbudos divennero liberatori. Un’isola che era diventata un bordello a cielo aperto, con le fiches che valevano più degli esseri umani, ascoltò la deliziosa sinfonia del passo guerrigliero, che superava con la velocità di cui a volte si picca la storia, un’epoca di ingiustizia, violenza, sfruttamento ed ignominia.

 

Cuba era un’isola cubana diventata proprietà statunitense, gestita da Fulgencio Batista, un sergentino ignorante quanto sanguinolento, messo sul trono dai feudatari di Miami. Ma Fidel Castro, avvocato cubano dall’oratoria brillante e  dalla visione profonda, decise di fare della libertà di Cuba la sua unica causa e condannò lo sbirro alla sconfitta eterna.

Con i gas lacrimogeni e la minaccia del piombo, la frontiera tra Messico e Stati Uniti è divenuta il simbolo del regime statunitense. Migliaia e migliaia di esseri umani che sfuggono dai paesi controllati dagli USA, come Honduras e Guatemala, sono accatastati all’interno del recinto che separa l’andare dall’arrivare, gli stenti dal tentativo. Il recinto è fatto di filo spinato, ma a guardarlo bene tra le pieghe si possono notare i volti impressi sui dollari.

 

Quel carcere a cielo aperto è l’applicazione su scala locale della distanza minima che va salvaguardata tra chi ha troppo e chi troppo poco; se quel recinto venisse meno, i dannati della terra potrebbero provare a vivere, sottraendo così risorse a chi vive bene proprio grazie al loro morire. Lo sviluppo di pochi si ottiene col sottosviluppo di tanti. La povertà cresce in pace, la guerra è riservata ai poveri.

 

Il Presidente Trump, che della lotta ai migranti ha fatto la sua fortuna politica, dopo che di quella ai poveri ha fatto quella finanziaria, ben simbolizza la classe cui appartiene. Volgarità mista ad arroganza, narcisismo triviale, esibizione di una factory di famiglia fatta  (e soprattutto rifatta) di esseri squallidi ed ignoranti, hanno preso la chiavi della Casa Bianca e le hanno consegnate, portachiavi compreso, al complesso militar-industriale. Il trattino evidenzia il reciproco ruolo: militari corrotti e guerrafondai che perdono ogni guerra ma ne inventano sempre di nuove, si sposano perfettamente con un’industria incapace di produrre innovazione e qualità.

 

Insieme formano l’essenza di un modello che continua a prosperare solo in virtù di una economia drogata dal saccheggio di paesi terzi e dalla quotidiana emissione di carta moneta oltre ogni limite consentito per i mercati valutari quale che sia la dottrina economica applicata.

 

E’ un sistema allo sfascio, che vede nella guerra e nella destabilizzazione permanente l’unico modo per mantenere una leadership e che ritiene che i poveri, all’interno come all’esterno, siano la vera minaccia al suo ordine prestabilito. Quarantadue milioni di statunitensi che vivono sotto la soglia della povertà si sommano così ai milioni che, ancor più poveri, premono sul recinto che separa gli USA dal resto del mondo, in modo che il secondo sia perennemente  invaso dai primi ma mai viceversa.

 

Dall’altro lato del recinto c’è il Messico, patria di etnie e lingue, imperi e storia che fecero dominanti uomini e donne di piccola statura e grande sapienza, che assiste impotente all’invasione di anime così simili a quelle messicane da rendere impossibile ogni distinzione, offensiva ogni separazione.

 

Del resto in Messico la solidarietà è tra le materie con più alunni. Il suo nuovo Presidente, Manuel Lopez Obrador, s’insedierà tra un paio di settimane al governo e le decisioni sul che fare non arriveranno dunque ad ore. Ma che Trump menta circa un accordo raggiunto con il Messico è stato già scoperto . Difficile che su un tema come i migranti, il paese Azteca, che vive in carne propria la tragedia dell’obbligo di andare, possa sintonizzarsi con il cafone arricchito il cui orizzonte di pensiero risiede comodamente nei 40 caratteri di Twitter con cui si esprime.

 

Nel Paese Azteca, giustamente orgoglioso della sua storia e della sua cultura, albergano tragedie immani e miracoli laici. E’ il Messico dove l’insultante ricchezza di pochi tortura la penosa povertà dei tanti. E’ terra di persone amabili e gentili spaesate dai criminali che lo abitano e lo trasformano in icona dell’orrore. E’ terra dove le istituzioni non colpiscono i criminali ma li comandano o li sostituiscono. Paese dove il bestiame costa più degli umani. Luogo dei desaparecidos e del femminicidio elevato a fenomeno sociale oltre che criminale.

 

Eppure, in questo Messico così straordinariamente affascinante e nel contempo agghiacciante, lembi di dignità in abiti femminili alzano la dignità dei solidali e spostano dalla terra al cielo lo sguardo di chi fugge.  Una umanità antica che non si arrende all’odio trionfante dell’oggi, che si presenta con i tratti evidenti dell’odio di classe, della misoginia e dell’indifferenza di chi spera si salire montando sulle spalle di chi sta subito sotto.

 

Sono le donne che si collocano ai bordi dei binari accarezzando “La Bestia”. Così si chiama il treno che corre per quattromila chilometri dal Sud al Nord dell’immenso paese e che porta ogni giorno il suo carico di dolore, violenza e migranti. Sbuffa di lacrime e paura, bisogna vederlo per capire dove corre la differenza tra l’umanità e l’atrocità.

 

Le donne messicane, povere di tutto ma non di amore per il prossimo, confezionano buste con indumenti e cibo, per rendere meno duro il viaggio che avrà fine con un altro viaggio cui seguirà un altro viaggio ancora. A quel rumore di ferraglia che stride sui binari, le donne fanno caso; si sporgono rischiando di essere travolte per consegnare al volo quello che hanno alle braccia tese di quelli che non hanno.

 

Sette giorni su sette, senza riposo, amore con amor si paga: per quelle buste ricevono sorrisi e benedizioni, ringraziamenti e rimpianti. Nel Messico fatto di orrori ed errori, quelle donne sono diventate famose, rappresentano un santuario movente produttore di energia solidale, confermano agli speranzosi che il modello imperante non sarà eterno. Che “La Bestia”, per quanto corra, può essere raggiunta e domata.

Il tentato colpo di stato in Nicaragua è fallito. Un esito prevedibile dati i rapporti di forza tra la stragrande maggioranza della popolazione, che appoggia il governo, e il pur ampio spettro della destra golpista, alimentata con denaro proveniente da Washington, sostegno degli alleati europei e sudamericani ed anche dei cosiddetti “progressisti” europei e “liberal” americani. Ma se all’esistenza dei secondi credono solo i primi, i sinistrati d’Europa esistono e, come una falange, si sono lanciati senza esitare né dubitare contro il governo sandinista. Ma quali sarebbero i misfatti del governo guidato dal Comandante Daniel Ortega?

 

Il governo sandinista ha prodotto il più imponente ed incisivo processo di modernizzazione del paese e, nel pieno di una economia sociale di mercato, lo ha fatto in senso socialista, orientandolo verso la distribuzione equa delle risorse. Si è concepito un modello di inclusione sociale, con un welfare i cui tratti salienti sono l’offerta di servizi essenziali gratuiti ad ogni livello. Salute, istruzione, pensioni, trasporti, case, cui si sono aggiunti aumenti salariali, crediti agevolati a famiglie, cooperative e piccole imprese.

 

In questi ultimi anni ha fatto registrare una crescita del PIL tra il 4 e il 5% annui e un forte aumento delle riserve in divisa. E’ un paese povero il Nicaragua, certo, ma le politiche del governo combattono la povertà e non i poveri. I dati? Tra il 2015 e il 2016 la povertà è passata dal 48 al 26%, mentre quella estrema è scesa dal 17,2 al 8,3, grazie ad una politica economica che vede il 55% della spesa nazionale destinato alla riduzione ulteriore della povertà attraverso programmi di investimenti pubblici. Non dovrebbe piacere tutto questo alla sinistra?

 

Tra il 2012 e 2016 c’è stato un aumento del 40% della spesa sociale, con 2,715 milioni di dollari spesi in investimenti pubblici. Tra questi spiccano 805 milioni di dollari per il miglioramento dei sistemi di viabilità aerei e terrestri, 145 per la sanità pubblica, 423 per l’energia elettrica, 254 per l’acqua e il risanamento idrico e 107 per l’istruzione. Che cosa delle politiche sopra descritte disturba la cosiddetta “sinistra”?

 

Il Nicaragua è stato premiato dalla FAO per esser stato tra i primi paesi al mondo a raggiungere gli “obiettivi del millennio” per la riduzione della povertà e delle disuguaglianze (dati certificati anche da Banca Mondiale e FMI). E’ quindi, quello sandinista, un modello che ha tenuto insieme crescita del PIL e riduzione forte della povertà estrema, legando la crescita macroeconomica a quella del tessuto sociale. Sono questi obiettivi propri dei regimi dittatoriali?

 

La riorganizzazione sistemica della capacità produttiva ha fornito concretezza a ciò che s’intende per sovranità nazionale in chiave energetica ed alimentare: il Nicaragua, oggi, produce oltre l’80 della sua energia da fonti rinnovabili e anche gran parte del cibo che consuma. E non solo di economia si tratta: il suo modello di polizia comunitaria ha garantito i migliori risultati in termini di sicurezza di tutta la regione centroamericana.

 

La partecipazione delle donne alla vita pubblica è stata in costante aumento, al punto che dal 2007 ad oggi il Gender gap del Nicaragua è passato dal 91° al 14° posto al mondo. Perché dunque la cosiddetta “sinistra” proclama Ortega nemico irriducibile quando egli ha fondato la sua politica socioeconomica sull’inclusione sociale e la partecipazione?

 

Sul piano politico c’è poco da dire. In tre ripetute elezioni - 2006, 2011 e 2016 - il Comandante Daniel Ortega ha vinto con un margine sempre crescente e gli osservatori internazionali presenti, tra i quali anche l’OSA, le hanno dichiarate valide e legittime. Persino diplomatici e analisti statunitensi hanno espresso il convincimento di una maggioranza schiacciante del sandinismo nell’elettorato nicaraguense e la spaccatura dell’opposizione (acuitasi ulteriormente persino durante e dopo il tentato golpe) ha fatto il resto.

 

Dove starebbe quindi la dittatura? Nella consecutiva candidatura di Daniel Ortega? I nostri raffinati giuristi di taglio liberale con aureola di sinistra dovrebbero ritenere risibile la questione. Sono decine e decine i paesi dove il limite dei mandati non esiste e in molti altri esiste solo per i mandati consecutivi, aggirabile con lo scambio tra presidenza e premierato.

 

La riforma costituzionale è stata approvata dal Parlamento e non si può erigere il parlamentarismo come simbolo della democrazia e poi stigmatizzarne le decisioni quando non coincidono con quelle in uso a Washington. Del resto il disegno costituzionale di ogni Paese non può essere accettato o respinto sulla base della sua somiglianza a quello statunitense e le elezioni non possono avere validità solo a seconda di chi vince. Dunque la domanda principale è: di quale dittatura stiamo parlando?

 

Quanto alle accuse di avere il controllo sui tre poteri - Esecutivo, Legislativo e Giudiziario - che disegnerebbe un regime autoritario, si deve ricordare che molti dei paesi al mondo lo hanno, in conseguenza di vittorie elettorali ampie. Gli Stati Uniti hanno lo stesso modello. Infatti, la Casa Bianca è in mano a Trump (che è anche Comandante in capo delle forze armate), Senato e Camera dei Rappresentanti sono sotto il dominio assoluto dei Repubblicani e la Corte Suprema è anch’essa sotto il controllo repubblicano. Dunque, se il Nicaragua è una dittatura perché il FSLN controlla i tre poteri, cosa sono gli USA dove il Partito Repubblicano controlla i tre poteri?

 

La questione, com’è evidente, è tutta politica: è il modello socialista il problema. Le accuse di regime autoritario sono il presupposto per il golpismo dedito al regime change nei paesi non allineati a Washington. E sono anche le relazioni internazionali con Russia, Iran, Cina, Cuba, Venezuela e Bolivia che infastidiscono la nostra “sinistra”. L’indipendenza e la sovranità nazionale del Nicaragua diventano regime appena entrano in collisione con gli interessi egemonici statunitensi.

 

Un esempio fuori dal Nicaragua di cosa questo significa e di cosa comporta? La settimana scorsa il governo di El Salvador, per un calcolo economico, ha deciso di rompere le relazioni con Taiwan ed aprirle con Pechino. Washington ha minacciato El Salvador di sanzioni e altre iniziative perché ritiene la sua scelta “contraria all’interesse nazionale degli Stati Uniti”.

 

In Nicaragua, come in Venezuela, Argentina o Brasile, Bolivia o Ecuador, il copione scelto è il medesimo. S’inventano dittature, corruzione e repressione per poter poi giustificare l’aggressione in nome della democrazia e la salvaguardia dei diritti umani, nuova frontiera ideologica dei disegni imperiali. E’ in campo la nuova giurisprudenza internazionale brandita da chi non riconosce le Corti Internazionali, non si sottomette al loro giudizio ma giudica; di chi esce dagli organismi multilaterali per la difesa dei diritti umani ma dispone condanne agli altri per la loro presunta violazione, sorvolando allegramente su Guantanamo e sull’uso massiccio della pena di morte permessa dal codice penale statunitense.

 

Esempio mirabile è la CIDH (Commissione Interamericana per i Diritti Umani della OSA): ha sede a Washington, gli Usa non le riconoscono la podestà di investigare su di loro ma la dirigono e s’incaricano di stabilire chi va assolto e chi va punito in America Latina. Eppure negli Stati Uniti, nel solo 2018, sono già 566 le vittime della polizia, mentre nel 2017 sono state 1147, quasi tutte di colore. Numeri che dimostrano come gli Usa, al pari del Messico, sono un Paese nel quale gli abusi della polizia assumono una dimensione tale da poter considerare le forze dell’ordine una organizzazione violenta, violatoria dei diritti umani e dedita più all’eliminazione dei rei che alla repressione dei reati. Ma trovano la sfacciataggine di dare pagelle agli altri.

 

Con magistrati formatisi negli USA e istruiti ad arte si muovono accuse ed arresti contro i leader politici della sinistra latinoamericana. Washington stabilisce reati e colpevoli, costruisce liste di proscrizioni, leggi extraterritoriali, tribunali politici senza prove e senza testimoni ed eroga pene a suo insindacabile giudizio che colpiscono sempre i suoi avversari o competitors.

 

Il gioco è senza fine e si ripete con modalità e sceneggiature sempre uguali ai quattro angoli del pianeta. Sanzioni, ingerenze, invasioni e isolamento sono le armi di questo modello che trascina l’umanità nel feudalesimo atomico, guidata da un feudatario che dispone di vassalli e valvassini; tra questi la “sinistra” europea, che da tempo confonde le banche con l’economia, le multinazionali con il lavoro e gli azionisti con la popolazione.

 

Ma questo “dettaglio” non indigna di sicuro la “sinistra” europea, il cui bisogno di compiacere sempre e comunque Washington è conclamato: in fondo, in questi ultimi 30 anni, nemmeno una volta l’Europa si è resa distinta e distante dalle scelte USA di destabilizzazione nei diversi paesi dell’Est Europa e del Medio Oriente e, anzi, in alcuni casi le ha addirittura ispirate (Libia e Siria).

 

Nel continente americano la ricetta vede false accuse contro i leader della sinistra, colpo di Stato in Honduras, golpe parlamentare in Paraguay e Brasile, intenti di golpe in Bolivia ed Ecuador, blocco contro Cuba, aggressione al Venezuela ed ora al Nicaragua; ma la cosiddetta “sinistra” affianca i pirati e accetta che la destabilizzazione permanente del pianeta continui ad imporre gli interessi degli Stati Uniti al centro di ogni processo politico e commerciale. Inevitabile che l’autodeterminazione dei popoli resti così un immemore principio novecentesco.

 

L’Europa ha da decenni la peggiore sinistra del mondo e l’Italia è l’espressione peggiore di quella europea. Ci si riferisce a quella sinistra inquadrata nel sistema di potere e di relazioni che, in Italia, ruota intorno al PD, al suo sottobosco e ai suoi titoli di coda; va dalle redazioni di Repubblica e Manifesto al TG3, ai funzionari delle ONG fino agli scappati di casa del trotzkismo. Padre e madre di tutte le sconfitte progressiste degli ultimi 30 anni,  ha posizioni coincidenti persino nelle virgole con opinioni e giudizi della Casa Bianca e delle ONG legate alle covert action della stessa. Compatta a sostenere la trasformazione della cooperazione in cospirazione, si arruola contro il nuovo “asse del male”, ascolta l’Aspen Institute per sapere come guardare il mappamondo e Freedom House per stabilire chi sono i buoni e i cattivi.

 

Sono i teorici della “ingerenza umanitaria” - dalla metà degli anni ’90 struttura ideologica della Dottrina del Nuovo Ordine Mondiale - che spaccia l’unilateralismo statunitense per governance globale e invoca guerre, sanzioni ed embarghi per chi avversa il comando unipolare. Non tollera i dazi che limitano la libertà di commercio ma promuove gli embarghi che la distruggono. Come già su Cuba e sul Venezuela ora tocca al Nicaragua, è qui che scatta l’ordine di scuderia.

 

La posizione di tutta la sinistra latinoamericana, rappresentata dal Foro di Sao Paulo, che sostiene senza esitazioni il Nicaragua sandinista, non gli provoca nessun interrogativo: del Nicaragua non conoscono nulla, spesso non sanno indicare nemmeno dove si trovi e quasi sempre non ci sono mai stati, ma pubblicano resoconti falsi, direttamente consegnati dai loro amici nell’opposizione golpista e trasformati in verità assolute.

 

Il Manifesto si distingue per solerzia. Il valore di ciò che scrive non è rappresentato dalle copie che vende, qualunque blog ha più lettori, figuriamoci i siti online: il valore aggiunto è piuttosto la suggestione che offre un quotidiano che si vorrebbe di sinistra -addirittura “comunista” - e che da sempre attacca i governi socialisti, fornendo il suo sostegno alla guerra di propaganda. Apparentemente combatte Trump, ma nello specifico del Nicaragua si schiera con la destra statunitense che lo sostiene senza che gli si muova un sopracciglio.

 

Un esempio? Dal 19 Aprile ad oggi, ha pubblicato diversi articoli che, con cifre false, raccontano di una tremenda repressione in Nicaragua. Ma non un rigo su 23 poliziotti e decine di militanti del Frente Sandinista uccisi, di sedi, radio e case di militanti del Fsln date alle fiamme, ambulanze e uffici pubblici bruciati; non una parola sulle falsità documentate di “morti” causa repressione che apparivano vivi e in tutt’altro luogo costretti a smentire, o delle sceneggiate ad arte con telecamere pronte a riprendere lo show e successivamente sbugiardate sui media alternativi e sui social.

 

Lo ha fatto la BBC, ma non Il Manifesto o La Repubblica o Il Fatto, quest’ultimo brogliaccio della legalità in Italia ma papagallo tifoso dell’illegalità in Venezuela e Nicaragua. Mai nemmeno un rigo sugli armamenti delle maras dietro alle barricate, dei furti e degli stupri commessi, nemmeno su una poliziotta fermata, torturata, violentata e assassinata e su un suo collega torturato, ucciso e dato alle fiamme davanti alla barricata. Nemmeno dei video che evidenziavano questo terrore hanno voluto dare conto. E come mai questi cavalieri indomiti dell’emergenza umanitaria e della legalità non hanno gridato l’orrore, anzi hanno difeso a spada tratta i criminali mettendosi a favore di vento nel coro della destra internazionale?

 

Al “quotidiano comunista” non viene in mente che un tentativo di golpe guidato da Confindustria locale e latifondo, gerarchia ecclesiale e ultradestra, diretto dai senatori e congressisti statunitensi dell’ultradestra mafiosa di Miami e finanziato apertamente da USAID, Freedom House, IRI, IDI ed altri istituti che agiscono per conto dell’intelligence USA difficilmente può essere identificabile come rivolta popolare per spostare il paese a sinistra? E suscita non pochi interrogativi un articoletto pubblicato la scorsa settimana che descrive la situazione in Nicaragua con identici termini di una contestuale interrogazione parlamentare di Forza Italia. Si celebra sul Nicaragua il nuovo Nazareno?

 

Perché tanto livore della cosiddetta “sinistra” proprio sul Nicaragua? Perché il Nicaragua è, sotto molti aspetti, un luogo simbolico ideale per la catarsi definitiva del processo di trasformazione della sinistra in destra. E’ luogo per antonomasia dello scontro tra annessione e indipendenza, che significa nei fatti tra Stati Uniti e America Latina (e non solo), dunque terreno cogente di verifica della nuova collocazione.

 

D’altra parte, la cosiddetta sinistra dei salotti, che tra un prosecco e un pettegolezzo si sente ancora il sale della terra, che ha abbandonato ogni istanza di trasformazione anticapitalistica ed elevato la già accertata distanza con gli umili a genuino e sincero rigetto verso di essi, traghetta le ultime scialuppe verso lidi sicuri e più confortevoli. Alla fine degli anni 60’ diedero vita ad un giornale per sostenere una scissione dal PCI che si fondava sulla rottura con il socialismo reale. Oggi, i pronipoti complessati di quella storia, si affannano smodatamente ad ingraziarsi il capitalismo reale. Aveva ragione Marx: la storia si presenta la prima volta come tragedia e la seconda come farsa.

Quarantacinque anni fa, i caccia militari dei traditori delle Forze Armate cilene bombardavano la Moneda, il palazzo presidenziale, con l’ordine di uccidere il Presidente Salvador Allende, medico e leader socialista democraticamente eletto alla guida della coalizione Unidad Popular.

 

Nasceva quel giorno il regno del terrore, con torture, uccisioni e detenzioni di massa. Lo stadio di Santiago del Cile pieno di detenuti politici, la DINA,  famigerata polizia politica e Villa Grimaldi, luogo delle peggiori torture, divennero le icone di una dittatura sanguinaria del macellaio dagli occhiali neri e la divisa inspiegabilmente dotata di fregi militari mai ottenuti sul campo.

 

L’11 Settembre del 1973, nel sangue e nel tradimento delle sue forze armate (e di alcuni partiti della destra come la Democrazia Cristiana che svolsero il ruolo di fronte interno del golpe made in USA), finiva l’esperimento di un socialismo che raggiungeva il potere non con l’insurrezione, fase finale tipica di un processo rivoluzionario, ma con il cammino elettorale, proprio del disegno politico democratico-liberale.

 

Il governo di Unidad Popular aveva ottenuto importanti successi sul piano sociale ed altrettanto decisa era stata la scommessa sul futuro del suo Presidente. Allende infatti aveva scelto di marcare la storia del Cile nel segno della giustizia sociale e dell’edificazione del socialismo: nazionalizzò le miniere di rame (di cui il Cile era primo produttore ed esportatore al mondo) e volle procedere con un piano generale di nazionalizzazioni o, almeno, di riposizionamento dello Stato nei gangli strategici della vita del paese, come le telecomunicazioni e la grande produzione alimentare, oltre che le vie di comunicazione.

 

Il governo statunitense, guidato da Richard Nixon, non poteva e non voleva tollerare ciò che avrebbe messo in discussione il dominio statunitense e, in prospettiva, persino i suoi stessi avamposti militari strategici al Polo Sud. La Casa Bianca, spinta dalle multinazionali americane come la At&T e la United Fruit Company (che vedevano sfumare profitti altissimi) e desiderosa di fornire una lezione valida per chiunque, decise quindi di promuovere il rovesciamento violento del governo di Salvador Allende. L’ispiratore del Colpo di Stato fu Henry Kissinger, criminale internazionale che, come altri, è stato insignito del Nobel per la pace, forse come omaggio per le competenze maturate nell’arte dello sterminio programmato.

 

L’11 Settembre 1973, con la vittoria dei golpisti agli ordini del Generale Augusto Pinochet, il Cile smetteva di essere solo un paese del Sud America per trasformarsi in un nuovo paradigma internazionale. Quello che si stabiliva, da lì in avanti, è che i riti democratici vanno rispettati solo se conviene; che le elezioni sono valide solo se vincono gli alleati degli Stati Uniti e vanno annullate se invece vincono le forze popolari. Certo, all’epoca, facendo ricorso all’arsenale ideologico della Guerra Fredda, di fronte ai processi rivoluzionari si doveva invocare l’alternativa della democrazia rappresentativa, i suoi riti elettorali, la divisione dei poteri e la relazione tra elettori ed eletti mediata dai corpi intermedi. Ma, nel caso anche con questo percorso si fosse affermata la sinistra – allora di origine socialista e comunista - il cammino democratico dovesse essere interrotto con ogni mezzo ed a qualunque prezzo.

 

Si determinava insomma, una volta e per tutte, che la democrazia parlamentare è poco più che un gioco di società quando in ballo ci sono il comando politico e il possesso delle risorse. Che gli Stati Uniti sono detentori assoluti del destino di qualunque paese ovunque nel mondo, il quale ha dinanzi a sé due opzioni: obbedire o perire.

 

Paraguay e Uruguay, Argentina e Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Venezuela, Nicaragua: l’intero sub continente latinoamericano è stato il teatro a cielo aperto della rappresentazione più autentica del modello statunitense, che prevedeva (e tutt’ora prevede con differenze metodiche, non di sostanza) l’annullamento di ogni istanza indipendentista e socialista affinché Centro e Sud America garantiscano, con il saccheggio continuato di ogni loro risorsa, l’accumulo di ricchezze che, insieme alla supremazia militare internazionale, definisce lo status di superpotenza degli Stati Uniti ed il suo comando unipolare.

 

Le dittature militari fasciste latinoamericane furono anche un laboratorio criminale, il primo esperimento su scala internazionale di un sistema di polizia destinato al rastrellamento degli oppositori politici. Si chiamò Plan Condor e vide la CIA coordinare le polizie di tutte le dittature nella ricerca, cattura, tortura e uccisione di decine di migliaia di militanti della sinistra e delle forze democratiche. Come ricorda la tragica storia di Colonia Trinidad, non mancò la collaborazione alle operazioni di ex gerarchi nazisti riparati in Uruguay, Argentina a Paraguay; vi erano giunti grazie alle forze armate statunitensi che, dopo la caduta del nazifascismo, decisero di avvalersi di personaggi della ex Gestapo, la cui esperienza sarebbe tornata utile in vista della lotta contro la crescente influenza del socialismo internazionale.

 

Due generazioni di boia vennero formati allo scopo di garantire la supremazia statunitense nel continente. L’addestramento degli investigatori latinoamericani fu a carico dell’agenzia spionistica di Langley, mentre la formazione dei torturatori e dei vertici militari venne effettuata dal Pentagono, che la organizzò nella famigerata Escuela de las Americas con sede a Panama.

 

Il Cile, poi, rappresentò anche uno spartiacque a livello internazionale. Sul suo destino caddero maschere ed emersero verità occulte. Al fianco di Allende, nel balcone della Moneda, si affacciò il Comandante Fidel Castro, che nel corso della sua visita, con la sua consona preveggenza, volle regalare al presidente cileno un fucile mitragliatore di fabbricazione russa, AK-47, impugnando il quale Allende si recò all’ultimo combattimento della sua vita contro i militari golpisti.

 

Molti anni dopo, da quello stesso balcone, in una foto che racconta tutto quel che c’è da sapere circa i rispettivi personaggi e l’incrocio di affinità ideologiche, si affacciavano insieme e sorridenti Papa Woytila e il dittatore Augusto Pinochet, che ebbe nell’allora Pontefice, in Ronald Reagan e soprattutto in Margareth Teatcher, i suoi migliori alleati e amici.

 

Quarantacinque anni dopo, la lezione cilena ricorda a tutti come le strategie di destabilizzazione dei governi considerati ostili dagli Stati Uniti siano arma ricorrente ai quattro angoli del pianeta, ma racconta anche che la loro riuscita ha bisogno di un clima internazionale e di forze armate disposte al tradimento quali condizioni indispensabili per la riuscita dei golpe.

 

Per questo, nonostante le pressioni, le sanzioni, gli embarghi e l’isolamento, la propaganda mediatica e le minacce militari, con il Venezuela e il Nicaragua i golpisti non ce la faranno. I tentativi di golpe vincono solo dove la sinistra perde il contatto con il suo popolo, la capacità di difendere le sue istituzioni, di arrendersi di fronte a quello che in penombra può anche sembrare un gigante, ma che a veder bene risulta spesso essere un nano sulle spalle di un altro.

 

Allora è bene conservare la memoria di quel medico socialista che, con un elmetto in testa e un fucile mitragliatore in mano, decise che dinanzi alla prepotenza imperiale si può perdere tutto ma non la dignità; che si può morire, persino, pur di non mettersi in ginocchio.

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