La crisi irreversibile del governo britannico del primo ministro, Rishi Sunak, è culminata mercoledì con la decisione, presa da quest’ultimo e ratificata dal sovrano, di indire elezioni anticipate per il prossimo 4 di luglio. In un clima domestico e internazionale esplosivo, in buona parte responsabilità dello stesso gabinetto conservatore di Londra, la classe dirigente d’oltremanica ha ritenuto evidentemente urgente un passaggio di consegne nel Regno Unito, senza cioè attendere la scadenza naturale del mandato legislativo (gennaio 2025). Tutti i sondaggi danno favorito il Partito Laburista e il suo leader, Keir Starmer, la cui agenda è per molti versi indistinguibile da quella del governo e della maggioranza uscenti.

La crisi esplosa oltre una settimana fa nella colonia francese della Nuova Caledonia ha raggiunto un livello tale di gravità da spingere il presidente Macron a recarsi personalmente sull’arcipelago situato in posizione strategica nel Pacifico meridionale. Il governo di Parigi sta cercando in tutti i modi di soffocare le proteste della popolazione indigena contro una recente modifica costituzionale che minaccia di alterare gli equilibri elettorali in questa “collettività francese d’oltremare”. Il malcontento della fascia più povera della popolazione caledoniana va ricondotto però anche all’aggravarsi della situazione economica, per via soprattutto delle difficoltà in cui si dibatte l’importante industria estrattiva di questo territorio, a sua volta collegata alle mire strategiche francesi e occidentali in genere.

La richiesta di arresto ai danni del primo ministro israeliano Netanyahu e del ministro della Difesa del suo governo da parte del procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale (ICC) ha aggravato questa settimana l’isolamento internazionale di Tel Aviv, così come di Washington. La reazione rabbiosa dell’amministrazione Biden ha anche confermato come oltreoceano abbiano raggiunto ormai i livelli di guardia i timori per le conseguenze di un’operazione militare, come quella in corso a Gaza, che praticamente per tutto il resto del pianeta ha da tempo i connotati del genocidio.

Il decesso del presidente iraniano, Ebrahim Raisi, in seguito allo schianto del suo elicottero nella giornata di domenica in un’area remota al confine con l’Azerbaigian è il secondo gravissimo incidente in pochi giorni a coinvolgere un leader di governo al centro del dibattito politico internazionale. Settimana scorsa, il primo ministro slovacco, Robert Fico, era sopravvissuto ad alcuni colpi di arma da fuoco sparati da un sostenitore dell’opposizione e della guerra contro la Russia in Ucraina. Quasi tutti gli elementi emersi finora in relazione alla morte di Raisi, nonché del ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian e altre due importanti personalità politico-religiose, fanno pensare a un incidente dovuto al maltempo e, forse, alle non perfette condizioni del mezzo su cui viaggiavano.

Dopo un lungo e complicato intervento chirurgico, il primo ministro slovacco Robert Fico è sopravvissuto al tentato assassinio di mercoledì avvenuto in una località a un paio d’ore di auto da Bratislava. Il gravissimo episodio ha tutti i connotati di un’operazione politica ed è da collegare allo scontro sull’Ucraina che si sta consumando tra i vertici UE e gran parte dei leader dei paesi membri da un lato e, dall’altro, quei governi di orientamento nazionalista che chiedono una soluzione diplomatica alla guerra, come appunto quello guidato da Fico e quello ungherese di Viktor Orban.

Non è ancora chiaro se il responsabile dell’attentato abbia agito soltanto di sua iniziativa, ma identità e orientamento politico risultano estremamente chiari e dimostrano a sufficienza quale sia il clima che ha contribuito agli eventi di mercoledì.


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