Il pacchetto di aiuti anti-Covid dell’amministrazione Biden sembra essere ben avviato verso l’approvazione al Congresso di Washington, anche se fuori dal provvedimento da quasi duemila miliardi di dollari resterà alla fine una delle misure più importanti, soprattutto dal punto di vista simbolico, incluse nella proposta originaria. L’aumento a 15 dollari l’ora del salario minimo federale, da tempo vero e proprio cavallo di battaglia “liberal”, è stato infatti escluso dalla nuova legge a causa di discutibili questioni procedurali. Tra le recriminazioni dell’ala “progressista” del Partito Democratico, la Casa Bianca ha tirato un sospiro di sollievo, confermando come la promessa al centro della campagna elettorale del presidente serviva sostanzialmente solo a raccogliere qualche consenso a sinistra.

Il termine “sovranità nazionale” insinua cose nobili, sentimenti di patriottismo e di indipendenza, di libertà ed autonomia. Ci sono diversi modi per declinarli, taluni aulici e alcuni decisamente concreti. Un esempio di questo secondo tipo è l’uguaglianza di tutti i cittadini nell’accesso ai beni ed ai servizi pubblici, poiché parte fondamentale dei diritti collettivi. Questa è la principale destinazione a terra del principio teorico dell’uguaglianza: affermare l’universalità del diritto pubblico e la sua prevalenza nei confronti di quello privato. Ciò non comporta la lettura del diritto privato come figlio di un dio minore, ma considera che esso mai possa rappresentare una priorità su quello collettivo.

Settantadue ore. Questo il tempo che il governo venezuelano ha concesso a Isabel Brilhante, Capo della delegazione dell’Unione Europea a Caracas, per lasciare il Paese. Finisce con una espulsione roboante la pazienza degli eredi di Bolivar e Chavez verso una Unione Europea incapace di far politica e riluttante ad apprendere le leggi della diplomazia. La misura venezuelana si è resa necessaria a seguito delle sanzioni comminate in modo illegittimo ed illegale da Bruxelles nei confronti di 19 alti funzionari del governo di Caracas.

L’accusa di “genocidio” contro la minoranza musulmana uigura dello Xinjiang è da qualche tempo lo strumento preferito dall’Occidente per denunciare la Cina e le pratiche presumibilmente anti-democratiche o criminali del Partito Comunista Cinese. Questa accusa è del tutto strumentale, oltre che infondata, ma continua a essere insistentemente al centro di iniziative e dichiarazioni ufficiali di governi e parlamenti, così come di commenti e analisi dei media ufficiali. L’ultimo paese a muoversi in questa direzione è stato il Canada, che ha deliberatamente aggravato le tensioni già alle stelle con Pechino, di fatto per segnalare da subito alla nuova amministrazione americana l’intenzione di partecipare alla campagna anti-cinese che verrà pianificata da Washington con metodi in larga misura simili a quelli impiegati dall’ex presidente Trump.

Con l’avvicinarsi della data che dovrebbe in teoria segnare il ritiro del contingente americano rimasto in Afghanistan, Joe Biden dovrà decidere se onorare l’accordo stipulato un anno fa tra l’amministrazione Trump e i Talebani o se prolungare ancora una volta l’occupazione del paese asiatico e il più lungo conflitto nella storia degli Stati Uniti. Il presidente democratico potrebbe essere orientato ad avviarsi verso il disimpegno dall’Afghanistan, ma su questa strada restano ostacoli enormi che rischiano di far saltare il fragilissimo negoziato in corso.


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