Durante la campagna per le presidenziali del 2020, l’allora candidato Joe Biden aveva promesso agli americani di fare dell’Arabia Saudita e del suo leader di fatto, il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS), dei veri e propri “paria” sulla scena internazionale. La minaccia, virtualmente senza precedenti contro un esponente di massimo livello della casa regnante a Riyadh, derivava dall’assassinio del giornalista-dissidente, Jamal Khashoggi, fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul nell’ottobre 2018. A quattro anni di distanza, l’amministrazione Biden ha ora assicurato l’immunità formale a MBS, il quale non avrà quindi nulla da temere per la causa legale in corso nei suoi confronti in un tribunale degli Stati Uniti.

Una operazione di false flag, di “disinformazione attiva” come sarebbe giusto chiamarla. Questa è la genesi e la storia della provocazione messa in opera da Kiev con il missile in territorio polacco. Contando sulla complicità polacca (venuta meno su ordine USA) è stata un’operazione grossolana di un governo che sa di poter spacciare la sua propaganda come verità assoluta, approfittando della censura ai media russi e dell’accondiscendenza dell’Occidente, che ha completamente rovesciato la verità storica, militare e politica che fa da sfondo all’operazione russa in Ucraina.

I rilievi satellitari statunitensi e russi sono stati subito in grado di rilevare la falsità affermate da Kiev e Zelensky ha tentato una penosa marcia indietro parlando di “tragico incidente”, ma non c’è stato nessun errore: gli ucraini hanno lanciato un missile in Polonia tentando di innescare i meccanismi previsti dall’articolo 4 e 5 del Trattato Atlantico, che prevedono rispettivamente la convocazione del Consiglio Atlantico su richiesta di uno stato membro (art. 4) e l’immediata risposta militare da parte di tutti a sostegno del membro dell’Alleanza sotto attacco (art.5).

A sbugiardare Kiev e a scoprirne l’intenzionalità di colpire il territorio polacco non ci voleva molto: bastavano un esperto di balistica e uno di buon senso. Il primo avrebbe dimostrato che, vista l’inesistenza di missili con traiettoria boomerang, il missile esploso in Polonia, appartenente alle forze armate ucraine, per quanto di tecnologia superata e imprecisa, avrebbe potuto mancare il bersaglio ma non invertire completamente la rotta. Dunque non era stato indirizzato verso le posizioni russe a sud-est, bensì e volutamente verso il territorio polacco a nord-ovest.

Adesso l’arroganza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha superato ogni limite: non si accontenta più di dettare l’agenda politica dell’Ue, ma vuole cancellare la cultura russa dall’Europa, la stessa pretesa di Putin con l’Ucraina. Come racconta Marco Travaglio sul Fatto: “Il console ucraino Andrii Kartysh ha intimato a Sala, a Fontana e al sovrintendente Meyer di cancellare la prima della Scala col Boris Godunov di Musorgskij e ‘rivedere’ il cartellone per ripulirlo da altri ‘elementi propagandistici’, cioè da opere di musicisti russi”. Dà ordini perentori ai sindaci, ai presidenti di Regione, ai direttori artistici, vuole decidere lui, attraverso i suoi scagnozzi, quale deve essere il cartellone della Scala. La Scala, il più grande teatro al mondo di musica classica, di balletto, di operistica, dove sono stati messi in scena i maggiori compositori russi, da Tchaikovsky a Rimsy-Korsakov a Prokofiev a Khachaturian a Stravinsky, dove hanno ballato le più grandi étoile russe, da Rudy Nureyev a Baryshnikov e, per restare a casa nostra, sempre che rimanga tale, dove sono stati dati tutti i nostri grandi dell’opera, da Puccini a Rossini, da Verdi a Vivaldi, da Monteverdi a Bellini, dove hanno cantato Maria Callas e la Tebaldi. Che cosa ci hanno dato gli ucraini in cambio? Zero, zero.

Con il ritorno della maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti di Washington, è probabile che nei prossimi mesi verrà definitivamente chiusa l’indagine in corso sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 da parte di sostenitori dell’allora presidente uscente Trump. L’archiviazione con un nulla di fatto dei lavori della speciale commissione della Camera, composta quasi interamente da esponenti del Partito Democratico, potrebbe alla fine accontentare tutti, soprattutto in considerazione di un aspetto che sta emergendo anche a livello pubblico nelle ultime settimane, ovvero le prove della possibile complicità di elementi interni all’apparato della sicurezza degli Stati Uniti.

Per la prima volta dopo quasi un anno, i governi di Russia e Stati Uniti sono tornati a incontrarsi con rappresentanti di altissimo livello in un contesto che sembrava aprire qualche scenario utile a intavolare un negoziato di pace sull’Ucraina. Anche dal punto di vista più ottimista possibile, l’incontro di lunedì ad Ankara tra il numero uno dell’intelligence estera russa (SVR), Sergey Naryshkin, e il direttore della CIA, William Burns, rappresenta però solo un primissimo passo verso un futuro cessate il fuoco. Solo per arrivare a questo risultato, dovranno essere superati ostacoli che le condizioni odierne del conflitto rendono a dir poco enormi, a cominciare dalla doppiezza e dall’incapacità organica del governo americano a trattare in buona fede e a rispettare gli impegni presi.


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