Managua. Conclusesi le celebrazioni per l’insediamento del nuovo quinquennio di governo guidato dal suo Comandante, Daniel Ortega, l’iniziativa politica sandinista si misura sulla scena interna ed internazionale. Il tutto in uno scenario in parte inedito ma certamente più favorevole di quello nel quale si era votato il 7 Novembre scorso.

Il Paese vive un clima di straordinaria tranquillità e l’economia viaggia a gonfie vele. Il 2021 ha segnato la definitiva uscita dalla crisi economica generata dal tentato golpe del 2018, che era costata 1800 milioni di dollari di danni. L’anno appena passato ha infatti registrato un + 9% del PIL e il record dell’export.

Sul piano politico interno il Frente ha ormai completamente in mano l’iniziativa e l’opposizione golpista è ripiegata su se stessa, letteralmente stordita dalla vittoria elettorale sandinista del Novembre scorso. A seguito di questa, l’ultra destra aveva puntato su una crescente rottura tra Managua e gli organismi internazionali agli ordini degli Stati Uniti, cosa che, nei piani golpisti, avrebbe determinato una ondata di timori interni circa il futuro dell’economia. Il piano prevedeva che, debitamente alimentati dai media affini, questi timori avrebbero generato malcontento e tensioni e offrire terreno favorevole per dimostrare a Washington che l’estrema destra può ancora recitare un ruolo e che il sandinismo può andare in difficoltà. In assenza di ciò, l’oligarchia e i suoi funzionari non riceverebbero più i compensi che gli consentono di giocare a fare i dissidenti tra un cocktail e un altro.

Con il clamoroso attacco subito lunedì ad Abu Dhabi, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno improvvisamente scoperto che l’aggressione contro lo Yemen, condotta dal 2015 assieme all’Arabia Saudita, comporta un prezzo sempre più salato da pagare. L’incursione portata a termine per la prima volta con successo sul territorio emiratino dal governo di resistenza yemenita, guidato dal movimento sciita Ansarullah (“Houthis”), ha colpito una parte dell’aeroporto della capitale e un’installazione petrolifera nelle vicinanze, facendo tre vittime e alcuni feriti. Per il regime degli Emirati si tratta di un brusco avvertimento che mette fine alla tranquillità di cui aveva finora goduto, nonostante il coinvolgimento nel massacro in Yemen, e apre una serie di interrogativi sull’opportunità di continuare a perseguire gli obiettivi strategici collegati alle vicende nel più povero dei paesi arabi.

L’ultima parte dei negoziati in programma questa settimana, con al centro il deteriorarsi delle relazioni tra la Russia e l’Occidente, si è conclusa nuovamente e come previsto in un sostanziale nulla di fatto. I rappresentanti del governo di Mosca e della NATO non hanno infatti raggiunto nessuna intesa, così come in precedenza gli emissari dell’amministrazione Biden avevano respinto le richieste del Cremlino in materia di “sicurezza”. Le parti coinvolte si sono quanto meno accordate sulla necessità di continuare a trattare, ma la rigidità delle posizioni di Washington fa apparire i colloqui più come un tentativo di mettere all’angolo la Russia e provocare una reazione che verrebbe sfruttata per rilanciare gli obiettivi strategici americani, primo fra tutti la creazione di una spaccatura definitiva tra l’Europa e il suo potente vicino orientale.

Managua. Con una cerimonia sobria, è iniziato oggi il quarto mandato presidenziale del Comandante Daniel Ortega. Alla presenza di delegazioni internazionali rappresentanti 21 paesi, e di oltre 300 rappresentanti di partiti e movimenti di europa, USA e America Latina, tra fazzoletti rosso e neri e guayaberas bianche, la banda presidenziale è stata indossata per la quarta volta consecutiva dal Comandante.

Le forze armate yemenite sotto il comando del governo guidato dal movimento sciita Ansarullah (“Houthis”), per la prima volta dall’inizio della guerra, hanno intercettato e posto sotto sequestro una nave-cargo di uno dei regimi responsabili dell’aggressione contro il paese della penisola arabica. L’imbarcazione appartiene agli Emirati Arabi Uniti ed è stata fermata al largo delle coste della provincia occidentale di Hodeidah, controllata appunto dai “ribelli” Houthis. Se questi ultimi durante il conflitto avevano già più volte distrutto con attacchi missilistici navi saudite ed emiratine nelle acque dello Yemen, il sequestro avvenuto lunedì rappresenta un nuovo e ulteriore passo avanti nella lotta contro la “coalizione” sunnita, proprio mentre la guerra sembra essere vicina a un possibile punto di svolta.


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