di Daniele John Angrisani

Tra gli arazzi e gli affreschi che ornano i palazzi del potere di Mosca, si è tenuta la riunione commemorativa del Consiglio NATO-Russia. All'ordine del giorno c'erano i “festeggiamenti” del decimo anniversario della firma dell'Atto Fondativo delle relazioni tra la Nato e la Russia e, insieme, del quinto anniversario della nascita del Consiglio in questione. Ma l'atmosfera è stata ben diversa da quella che ci si poteva attendere in occasioni del genere. Se 5 anni fa, ai tempi della firma del Trattato per la nascita del Consiglio NATO - Russia a Pratica di Mare, i media parlavano addirittura di "ingresso della Russia nella Nato", oggi i toni sono infatti decisamente diversi. Da molte parti si prevede ormai come inevitabile una nuova guerra fredda, e, nonostante alcune brevi schiarite e le dichiarazioni diplomatiche per sciogliere la tensione, la sensazione comune è che i rapporti tra Mosca e Bruxelles stiano solo peggiorando con l'andare del tempo. Il fatto che l'unico effettivo risultato ottenuto con i colloqui odierni sia stata l'apertura di un sito internet apposito per tenere traccia dei lavori del Consiglio Nato-Russia, la dice lunga sullo stato delle relazioni attuali. I motivi più o meno palesi di conflitto tra i due ex duellanti della guerra fredda sono molti: in primo luogo sicuramente il sistema di difesa antimissilistica che gli americani vogliono costruire in Repubblica Ceca e Polonia e che i russi vedono come un “cavallo di Troia” americano in Europa per tenere sotto controllo il territorio della Russia europea e mettere a rischio la cosiddetta deterrenza nucleare, ovvero la capacità di una delle due superpotenze di reagire ad un eventuale attacco nucleare dell'altra. Il Cremlino ritiene, non senza ragioni, che la deterrenza nucleare sia stata alla base di tutti gli accordi del disarmo ottenuti sinora e che una sua eventuale violazione metterebbe in discussione tutto ciò che si è ottenuto sinora. Mosca teme perciò che l'installazione di missili per la difesa antimissilistica così vicino al territorio della Federazione Russa, lungi dall'essere un sistema di difesa nei confronti dei regimi "canaglia" come affermato dalla Casa Bianca, altro non sia che un modo da parte americana per ridurre la capacità offensiva dei russi e quindi la loro influenza sullo scacchiere europeo e mondiale.

Qualche settimana fa sembrava vi fosse stata una possibilità di risolvere l'impasse diplomatico sullo scudo antimissile grazie all'offerta russa dell'uso congiunto della base di Gabala in Azerbaigian come capisaldo di un possibile sistema comune di difesa antimissilistica ABM, ma è stato lo stesso segretario della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, ad affermare in una conferenza stampa a Mosca, in maniera chiara, che la base in Azerbaigian non può essere un sostituto di quelle previste in Repubblica Ceca e Polonia, quanto piuttosto un suo complemento. Ma di questo i russi, almeno per ora, non ne vogliono neppure sentire parlare. Ricordiamo che nelle scorse settimane, prima del vertice G8, quando i toni si erano parecchio accesi, il presidente russo Vladimir Putin aveva persino parlato della possibilità di puntare nuovamente i missili russi su obiettivi europei come possibile risposta alla creazione di un sistema antimissilistico senza l'accordo di Mosca, per poi fare una parziale marcia indietro su queste gravi affermazioni che sono state definite "teoriche".

Oltre allo scudo antimissile, vi sono però diverse altre questioni su cui la Nato e la Russia si trovano su posizioni diametralmente opposte: anzitutto la questione del Trattato sulle Forze Anticonvenzionali in Europa (CFE), la pietra miliare del disarmo europeo, la cui versione modifica ed aggiornata è stata firmata ad Istanbul nel 1999 e ratificata sinora da pochi Paesi, tra cui la Russia e l'Ucraina. Il presidente russo ha minacciato, durante il suo ultimo discorso sullo Stato dell'Unione, il ritiro del suo Paese dall'accordo in questione, a meno che tutti i Paesi della Nato non si sbrighino a ratificarlo, in quanto, parole sue, la Russia si sente "tradita" dalle promesse mancate dell'Occidente sul disarmo in Europa.

Per questo motivo meno di due settimane fa si è tenuta una riunione di emergenza dei firmatari del CFE a Vienna, richiesta dai russi e finita con un nulla di fatto che fa temere il peggio. Il motivo del contendere in questo caso è il rifiuto da parte di diversi Paesi di ratificare il Trattato prima della conclusione del ritiro delle truppe russe dalla Moldavia e dalla Georgia, cosa che viene vista da Mosca come una provocazione e come il segnale della mancanza di volontà da parte occidentale. La situazione è decisamente delicata, e la "Komsomolskaja Pravda", quotidiano vicino al Cremlino, ha addirittura affermato che il Cremlino avrebbe già preparato un decreto per la sospensione unilaterale del Trattato CFE e che, a meno di miracoli, stia solo attendendo il momento migliore per ufficializzare la notizia. Un segnale molto preoccupante.

Altra questione calda è sicuramente quella dell'indipendenza del Kosovo. Già quando il Cremlino era in mano al filo-occidentale Boris Eltsin, la Russia è stata fermamente contraria alla guerra della Nato in Kosovo e secondo la versione di alcuni dei principali protagonisti dell'epoca, verso la fine della guerra, nella primavera 1999, si era rischiato addirittura lo scontro armato quando, con un colpo di mano i generali russi decisero di spostare le proprie truppe dalla Bosnia (dove si trovavano in missione di peacekeeping) verso il Kosovo per occupare l'aereporto di Pristina prima delle truppe della Nato. Allora la crisi venne risolta senza colpo ferire, ma i rapporti tra Mosca e gli alleati occidentali su questo argomento sono sempre stati molto tesi e non hanno dato alcuna dimostrazione di miglioramento con il tempo. Ora, a distanza di ormai 8 anni dalla fine delle ostilità, secondo gli occidentali i termini sono maturi per parlare dello status definitivo del Kosovo.

L'Unione Europea e gli Stati Uniti d'America appoggiano il cosiddetto "piano Ahtisaari", dal nome dell'ex premier finlandese che ne è stato il pensatore, che prevede la concessione di una indipendenza pressoché completa alla provincia secessionista a maggioranza albanese. Ma il nuovo governo serbo uscito dalle ultime elezioni (formato dai democratici e dai nazionalisti moderati), appoggiato in pieno del Cremlino, non vuole neanche sentire parlare di indipendenza, sebbene sia disposto a fare molte concessioni alla controparte. Gli albanesi kosovari invece non sono disposti a trattare su niente altro che non sia una completa indipendenza, soprattutto dopo le rassicurazioni ottenute dal presidente americano George W. Bush che, durante il suo ultimo viaggio in Europa, ha promesso "solennemente" al Kosovo la sua indipendenza. Ora la questione è nelle mani del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e Mosca più volte ha minacciato l'uso del veto ad una qualsiasi risoluzione che non sia accettata da entrambe le parti. Anche in questo caso, nessuna soluzione si intravede all'orizzonte per evitare lo showdown.

E non è finita qui. Altri motivi di disaccordo sono indubbiamente la situazione preoccupante della democrazia e dei diritti umani in Russia, la quasi totale scomparsa delle fonti di informazione indipendenti, la mancata collaborazione delle autorità russe alle indagini di Scotland Yard sulla morte di Alexander Litvinenko, l'uso dell'arma energetica come strumento di pressione da parte del Cremlino e più in generale una mancanza di fiducia tra le parti che è ancora il residuo di una guerra fredda, che non sembra mai essere veramente finita. Di tutto questo, e anche di altro, avranno modo di parlare i due presidenti, Putin e Bush, durante l'incontro che si terrà il 1-2 luglio a Kennenbukport, in Maine, nella casa di famiglia dei Bush. Ma, per quanto tutti lo auspichino, nessuno si fa realmente illusioni che basti un incontro, per quanto ad altissimo livello, per porre nuovamente sul giusto binario le relazioni tra le due ex superpotenze. Anzi, è indicativo che nei prossimi giorni a Mosca Putin si incontrerà con il principale nemico degli USA nell'America Latina, il presidente venezuelano Hugo Chavez, per firmare una serie di accordi economici e militari piuttosto cospicua, giusto prima di partire per gli Stati Uniti.

Il clima è desumibile anche dalle dichiarazioni del viceministro russo, Sergej Ivanov, da più parti considerato il principale candidato alla successione di Putin alle elezioni del prossimo anno, che ha affermato che la Russia è pronta a mettere in produzione seriale i nuovissimi missili strategici Topol-M e tattici Iskander-M, per rinnovare il suo arsenale nucleare e convenzionale, in gran parte ancora di epoca sovietica. O anche dall'annuncio che nel prossimo inverno la marina russa terrà "manovre su larga scala" nell'Oceano Altantico con la partecipazione della portaerei "Ammiraglio Kuznetsov", le prime di questa portata dalla fine della guerra fredda. Stante queste premesse, l'incontro tra i due presidenti rischia di essere l'incontro tra due leader sulla via del pensionamento anticipato, il cui unico reale obiettivo può essere quello di attenuare quanto più possibile le differenze, nell'attesa che i rispettivi successori cercheranno di chiarire una volta e per tutte quale futuro possa esserci per le relazioni tra la Russia e la Nato.

Eppure, nonostante tutto, sarebbe sbagliato essere solo pessimisti. Da entrambe le parte, sebbene non si faccia mistero di tutti i problemi ivi esposti, si parla della necessità della continuazione del dialogo tra la Nato e la Russia come di una pietra miliare per la pace nel mondo. Come ha affermato oggi il presidente russo Vladimir Putin, "nonostante tutti i problemi che ci sono ... le relazioni tra la Nato e la Russia hanno raggiunto un punto di svolta negli ultimi anni. Si è passato dalla fase del confronto alla fase della collaborazione". Questo è vero, almeno in parte. In molti progetti la Russia e la Nato hanno sviluppato efficaci partnership, soprattutto nell'ambito della lotta al terrorismo internazionale, ed è notizia delle ultime settimane che la Russia ha ratificato, dopo diversi anni, l'accordo che permette alle truppe di Mosca di partecipare congiuntamente nelle esercitazioni con i Paesi della Nato, nell'ambito del Programma di Partnership for Peace. Ma, se l'obiettivo è quello di una reale e completa partnership, allora il cammino da fare è ancora molto lungo. Solo il tempo, ed una reale volontà politica, potranno trasformarlo in realtà. E, purtroppo, nonostante le belle parole, quest'ultima, al momento, ancora latita, da entrambe le parti.

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