di Bianca Cerri

Il ragazzo afferra la coda dell’iguana mentre gli amici gli fanno cerchio tutto attorno. Dopo tre giorni di digiuno, l’animale sarà il loro unico pasto e chissà quando ce ne sarà un altro. Tre giorni, un tempo eterno per i giovani ispanici ma finalmente sta per arrivare il treno che li porterà verso il futuro. La gente alla stazione di Tecnosique li ha avvertiti: tornatevene a casa perché quel treno vi mangerà ma loro vogliono prenderlo a tutti i costi. Soldi per il biglietto non ne hanno, aspetteranno che il treno riparta per saltare su prima che prenda velocità. Finalmente arriva il segnale di partenza e i ragazzi iniziano a correre, afferrano la maniglia e, con una spinta si reni, si issano a bordo. La loro gioia è incontenibile e, voltandosi verso il passato che si lasciano alle spalle, urlano al vento che stanno andando verso “el norte”. Gloria Salas, la coordinatrice del Gruppo Beta, che assiste i migranti, ha visto centinaia di volte quella scena. Guatemaltechi e honduregni aspettano giorni interi per salire su quel treno dopo aver percorso fino a 1000 chilometri per arrivare a Tecnosique. Madidi di sudore e coperti di polvere, senza nemmeno un abito di ricambio, ma disposti a tutto pur di andarsene. Salas porta sempre con sé dell’acqua per non farli morire di sete e, quando può, anche qualche abito usato ma pulito per i bambini.

Prima faceva l’infermeria e questa è una fortuna perché le è capitato spesso di soccorrere persone che si erano ferite gravemente nel tentativo di saltare sul treno. Ogni invito alla cautela da parte sua e di altri si è sempre rivelato inutile, pur di raggiungere l’agognato “norte” sono disposti a qualunque cosa.

Giovanni e Karla hanno trascorso la notte vagando nei boschi dopo essere stati rapinati dai banditi che infestano la regione. Lungo i binari, le rapine sono all’ordine del giorno. I malcapitati di turno vengono spaventati con colpi d’arma da fuoco sparati a terra e consegnano subito tutto ciò che hanno. Ora Giovanni e Karla non possiedono altro che una piccola valigia con dentro pochi indumenti, ma non torneranno a casa perché troverebbero ad attenderli sola miseria. Giovanni ha 25 anni ma sembra molto più giovane.

A casa faceva l’elettricista ma non guadagnava abbastanza e se voleva un paio di scarpe doveva rinunciare a mangiare per un’intera giornata. Karla è una bella ragazza con gli occhi tanto scuri da sembrare liquidi. Ha sposato Giovanni cinque giorni prima di partire ed ora spera di arrivare in Missouri e di avere presto una casa tutta sua.

Di coppie come Karla e Giovanni Salas ne ha conosciute molte. Arrivano esauste al Centro Beta, dopo aver viaggiato per giorni e desiderano solo mangiare, riposare e prendere quanto prima quel treno che ormai tutti chiamano “la bestia” a causa dei tanti incidenti capitati a chi tenta di salire aggrappandosi ai portelloni. Tirare fuori un ferito grave da sotto una carrozza ferroviaria non è una cosa semplice.

Salas ha visto giovani con le gambe staccate di netto e per alcuni di loro ogni tentativo di tamponare l’emorragia in atto è stato inutile. Per ogni 20-26 persone che riescono a salire sul treno, almeno una è destinata a morire e altri moriranno perdendo l’equilibrio durante il viaggio. Altri ancora hanno trovato la morte per mano di altri migranti che, dopo averli rapinati, li hanno gettati giù. I loro corpi sono rimasti per giorni sotto il sole cocente e le famiglie aspettano ancora di sapere cosa ne sia stato di loro.

Schiacciati l’uno sull’altro, i migranti si sentono più soli che mai e spesso la tensione sale ed iniziano a volare colpi di coltello. Se le cose volgono al brutto, il macchinista chiede l’intervento della polizia. In un tempo ormai lontano, il viaggio sul treno della morte era fatto anche di solidarietà. I poveri dividevano cibo e acqua con gli altri, gli adulti sorvegliavano reciprocamente i propri figli. Oggi tutto questo è cambiato, la paura di essere scoperti e rispediti indietro rende i viaggiatori molto più cauti, è la lotta per la sopravvivenza.

Finalmente, si scorgono le ciminiere delle fabbriche di Mexico City e si entra in stazione. A bordo del treno salgono i “coyotes”, con le braccia coperte di tatuaggi e l’aria arrogante. In cambio di cifre elevate si offrono di guidare i clandestini fino ad oltre il confine con gli Stati Uniti. Nel frattempo, altri disperati raggiungeranno Tecnosique nella speranza di salire sul treno che li porterà verso il “norte”. Aspetteranno il suo passaggio nascosti tra l’erba alta lungo i binari, bevendo acqua piovana per dissetarsi.

Poi tenteranno di saltare su, aggrappandosi con tutte le loro forze ai portelloni, lottando per non essere risucchiati dal vuoto d’aria quando il treno inizierà a sferragliare. Se saranno fortunati, una volta arrivati a destinazione troveranno un lavoro sottopagato al soldo delle multinazionali o di mercanti senza scrupoli. Per il loro paese d’origine saranno sempre causa d’imbarazzo e per quello che li ospita resteranno dei criminali.

Se verranno scoperti finiranno nei centri di detenzione per clandestini, piccole Guantanamo dove muoiono le ultime speranze dei disperati. Perché queste sono le leggi del “norte”, fatte dagli uomini che hanno firmato il Nafta senza mai aver viaggiato sul treno della morte.



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