di Carlo Benedetti

MOSCA. C’è uno sciopero operaio che agita la stagnante vita sociale e sindacale della Russia. Potrebbe avere conseguenze inaspettate: estendersi e trovare nuovi punti di appoggio. Focolai di una “guerra salariale” per normali condizioni di vita. Il segnale arriva da una fabbrica che è il cuore della classe operaia locale. Tutto accade sulle rive del Volga dove, a partire dal 1964, è sorta la città dedicata a Togliatti. Allora fu un gesto di simpatia politica che il Cremlino volle esprimere nei confronti del Pci. Ma fu, allo stesso tempo, l’avvio della costruzione di una azienda automobilistica (realizzata con la diretta collaborazione della Fiat e denominata “AvtoVaz”) che doveva segnare una svolta nella vita industriale dell’Urss. Da allora le auto che escono dalle catene di montaggio di “Città Togliatti” portano il nome delle colline a ridosso del Volga, le “Gigulì”. Tutto ok, quindi. Automobili, prestigio, notizie di nuove soluzioni tecnico-industriali ed altro ancora. Ma anche - dopo il crollo dell’Unione - giro di oligarchi e di grandi speculazioni favorite da un Cremlino onnipresente e mai attento ai danni provocati dalla nuova classe padronale. Ed ora la situazione esplode (mentre l’azienda è controllata dalla holding “Rosoboroneksport” che è poi quella che ha il monopolio statale dell'export di armamenti) con uno sciopero mai visto che blocca l’azienda e coinvolge l’intera comunità: 110.000 dipendenti fra operai, tecnici, ingegneri e amministrativi. Si chiedono aumenti salariali e diverse condizioni di vita. Con la tensione che domina i tre grandi quartieri della città. La polizia di Putin si mobilita ed occupa il quartiere della rivolta. Quello che si chiama Avtozavodskij e che vede nelle strade i primi picchetti, le prime assemblee, i primi cortei. Agli operai che costruiscono le “Gigulì” arriva la solidarietà delle maestranze di altre aziende locali come la “Azot” e la “Fosfor”.

L’eco della “rivolta” del Volga raggiunge subito Mosca, ma l’ordine di scuderia che viene dal Cremlino è di mettere il silenziatore sull’intera vicenda. Si cerca di circoscrivere il fatto. Mentre dalla “AvtoVaz” arriva forte la voce del leader sindacale che è alla testa dello sciopero, Piotr Zolotariov. E’ lui che rende noto alla stampa che ad incrociare le braccia sono stati già in 2700.

Sono le tute blu d’avanguardia che rivendicano un aumento salariale che li porti a quota 25.000 rubli mensili che sarebbero pari a 1000 dollari. Un “aggiornamento” vitale se si tiene conto che oggi il livello medio si aggira sui 400 dollari. Ma la direzione risponde con un “niet”. “Se accettassimo le rivendicazioni degli operai e del sindacato - dice Vladimir Arzykov, esponente della direzione della “Avtovaz” - saremmo costretti, come conseguenza, a bloccare noi la produzione”.

E così comincia la lotta mentre un altro dirigente aziendale - Andrej Koljadin - alza il tiro e dichiara che gli azionisti, vista la situazione di crisi, potrebbero mettere i lucchetti a tutta l’azienda. Un modo di dire che in russo significa “tutti a casa” e che in un paese del capitalismo selvaggio - come è questa Russia - vuol dire anche che non c’è nessuna cassa integrazione e nessuna possibilità di altri lavori. “Gigulì” addio, quindi, e tutti a piedi?

La voce del leader Piotr Zolotariov torna a farsi sentire. E’ lui che denuncia le errate scelte di politica aziendale e mette in mostra i tanti difetti gestionali. Tra tutti quello di aver lasciato la fabbrica-pilota dell’industria russa nelle mani di oligarchi e avventurieri di ogni risma. Non va dimenticato che negli anni delle privatizzazioni “AvtoVaz” fu vittima delle speculazioni sulla vendita da parte dell’oligarca Boris Berezovskij (tramite la sua finanziaria, “LogoVaz”) e che successivamente fu campo di battaglia di gruppi mafiosi.

E’ avvenuto così che la città “Togliatti” che doveva essere il fiore all’occhiello della nuova industrializzzione è divenuta la Cenerentola della Russia. Prezzi alle stelle e salari di fame. E la Tv di stato - pur se sollecitata ad oscurare i fatti - non può chiudere gli occhi. Intanto le altre reti televisive private presentano operai che non hanno paura di mostrare il volto e di dichiarare che non hanno più speranza nel futuro: il salario è di fame, la vita costa, le condizioni di lavoro non sono all’altezza di una azienda che si rispetti, le violazioni contrattuali sono evidenti...

La direzione della “AvtoVaz” corre ai ripari. Diffonde notizie su uno sciopero fallito e sulla presenza in città e ai cancelli della fabbrica di “provocatori di professione”. Si mobilita anche un alto personaggio del mondo economico russo, Ivan Mironov, che dell’azienda è vice-presidente. Un suo portavoce annuncia che tutto quello che sta avvenendo nella fabbrica del Volga non ha alcun aggancio alla situazione economica della classe operaia, ma è solo una manovra di ordine “politico”. E da Mosca gli fa eco lo speaker della Duma e leader del movimento “Russia Unita”, Boris Gryzlov, che accusa gli organizzatori dello sciopero di agire “non per motivi sindacali, ma perchè spinti da non precisate forze politiche”.

C’è quindi un tentativo per destabilizzare la vita sociale? E per dare una risposta a questo interrogatvo i dirigenti della “AvtoVaz” sostengono che i loro operai sono pagati meglio di quelli di altre aziende del ramo. Ma questi paragoni, oggi, non reggono più, rispondono i comitati sindacali che si stanno organizzando all’interno della fabbrica del Volga. Intanto continua la guerra sulle cifre dello sciopero. La stampa punta ora a minimizzare la portata delle manifestazioni sostenendo che, al momento, lo zoccolo duro della protesta è composto di soli 500 operai contro i quali l’azienda prenderà provvedimenti per violazione delle leggi sulla disciplina del lavoro.

Ma è chiaro che ormai l’intera vicenda ha superato i confini della regione del Volga. E così le televisioni private presentano le tute blu che, al passaggio dei dirigenti che si avviano sotto scorta nella sede della “AvtoVaz”, urlano: “Dite quanto prendete di stipendio al mese e tutto sarà chiaro”. Ed è anche chiaro che questo sciopero avrà notevoli conseguenze politiche. Non solo sulle rive del Volga, ma anche in quella fortezza che a Mosca è adagiata sulle rive della Moscova e che si chiama Cremlino. Non a caso quello stesso capo della Duma, Gryzlov - che ha criticato lo sciopero - cerca di correggere il tiro rilevando che tutta la vicenda di Città Togliatti “è un segnale d'allarme, di cui tener conto”.


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