di Elena Ferrara

L’Oltretevere parla di “approccio socio-politico” ed auspica il superamento della linea di confine tra le culture europea, russa, cinese e musulmana. E per sviluppare questa azione di “proselitismo intelligente” con un progetto ideologico globale mobilita alcune teste d’uovo più sensibili alla tematica relativa all’espansione del credo vaticano. Non a caso la scelta del complesso impianto teorico cade sul “Centro per gli Studi dell’Est”, che ha sede a Varsavia e che vede impegnati religiosi e studiosi come Jacek Cichocki, Maciej Falkowski e Krzysztof Strachota. Tutti pronti all’attacco dell’Asia, in grande stile. Il Vaticano studia così le mosse future seguendo gli sviluppi attuali della geopolitica asiatica: prepara piani a medio e lungo termine. Partendo dalla considerazione che l’Occidente rivela sempre più una crescente miopia nei confronti di quanto avviene oltre agli Urali, nel nord e nel sud asiatico, in particolare in Cina. La politologia occidentale, infatti, si dedica all’economia e alle relazioni diplomatiche e non guarda molto - è la tesi degli studiosi d’Oltretevere - ai rapporti reali con le popolazioni e tra le popolazioni. Il Vaticano cerca di colmare questo vuoto ridisegnando una sua mappa del potere che include, in particolare, paesi dell’ex Urss e Cina. La preoccupazione centrale riguarda lo sviluppo “impressionante” di quei sentimenti che, carichi di nazionalismo e di islamismo, vanno sempre più caratterizzando varie realtà asiatiche. E’ qui, infatti, che l’Islam si sta affermando come religione dominante non solo quanto ad adepti, ma quando ad influenza socio-politica, con forti connotazioni nazionali segnate anche dalla crescente importanza dei movimenti radicali.

In questo contesto la recente lettera del papa Ratzinger alla Chiesa cinese è una vera e propria spia delle tante preoccupazioni vaticane che riguardano non solo la gestione di Pechino, ma anche di altre realtà nazionali asiatiche. E al Vaticano non sono certamente sfuggite quelle manovre dell’Islam fondamentalista tese a stabilire precise alleanze con chi protesta contro l’autoritarismo o è scontento per i problemi economici e sociali.

Il malcontento - questa la realtà - domina in grandisime regioni dell’Asia arrivando a provocare proteste di piazza, come avvenuto ad Andijan in Usbekistan, nella città di Nalcik nel Caucaso settentrionale russo e in moltissime regioni della Cina. In tutti questi casi la mancanza di libertà e il soffocamento violento delle aspirazioni autonomiste e indipendentiste portano ad un crescente sviluppo del fondamentalismo islamico.

Secondo gli studiosi del Vaticano si è di fronte ad un processo di “destabilizzazione” che agita l’Eurasia e in questo contesto l’esame che la diplomazia religiosa della Chiesa Cattolica presenta al suo vertice (al Ratzinger della lettera ai religiosi cinesi) è denso di riferimenti e di indicazioni. Si evidenzia subito la situazione dell’Usbekistan (il Vaticano qui è presente con il polacco Jerzy Maculewicz, amministratore apostolico) dove il potere centrale ha organizzato roghi di bibbie e multe per chi prega. Con relative sanzioni contro quelle minoranze religiose che non hanno ricevuto l’autorizzazione ad esprimersi pubblicamente.

Situazione analoga nel Turkmenistan dove, nonostante le promesse del nuovo presidente Berdymukhamedov, la persecuzione antireligiosa continua. Con tre anni di campo di lavoro ad un esponente dei cristiani-battisti che, espulso dal paese per la sua attività religiosa, è rientrato di nascosto. Anche in Kasachstan carcere e pesanti multe per quei gruppi religiosi non registrati, specie i cristiani battisti. Si sequestrano le case per impedire gli incontri tra membri delle comunità religiose. E nell’intero Paese oltre 100 gruppi battisti sono perseguitati e rifiutano di chiedere il riconoscimento della loro religione, pur se la Costituzione sancisce la libertà di fede.

Intanto - sempre nel Kasachstan - la Chiesa di Roma ottiene un certo successo. Perchè nella città di Atyrau, importante porto sul Mar Caspio, si insedia il primo vescovo. E’ un polacco nato a Lazy nel 1964 e si chiama Janusz Kaleta. Dovrà “curare” una zona dove ci sono solo 7 sacerdoti e 3 suore che si occupano dei 2.600 cattolici presenti nelle 7 parrocchie, su una popolazione di 2,2 milioni di persone. Ed ora, quindi, l’intero Kasachstan (dove già si trova il monsignore ucraino Vasiliy Hovera, superiore ecclesiastico dei Cattolici di rito greco) avrà quattro giurisdizioni cattoliche: la Diocesi di Karaganda e le amministrazioni apostoliche di Almaty, Astana e Atyrau.

L’obiettivo più importante - sempre per il Vaticano - resta comunque la Cina dove il dialogo diplomatico tra il sistema statale comunista e la Chiesa di Roma sembra che si stia caratterizzando con segni di timide aperture. Con il Papa Ratzinger che ha chiesto a Pechino “condizioni di libertà e di azione per la sua missione” offrendo “collaborazione per la salvaguardia della dignità di ogni uomo ed il servizio del bene comune”. E nella lettera ai cattolici cinesi il Vaticano ha sottolineato anche il desiderio di approfondire un “dialogo rispettoso e costruttivo con le Autorità governative, per superare le incomprensioni del passato”, auspicando “di pervenire a una normalizzazione dei rapporti ai vari livelli”. In pratica prove di dialogo e di distensione. Ma sempre nel quadro di una politica vaticana che punta decisamente a superare la muraglia cinese e ad installare nel Paese le sue diocesi, i suoi vescovi, i suoi seminari.

Comunque sia le opposizioni interne, in Cina, non mancano. E alla testa di questa “rivolta” c’è la forte “Associazione patriottica”, organismo governativo che da 50 anni controlla la Chiesa cattolica con l’obiettivo di costituire una comunità cristiana indipendente dal Vaticano. I diplomatici d’Oltretevere, in proposito, sostengono che l’Associazione e il ministero per gli Affari religiosi sono il feudo di una fazione stalinista che frena ogni spiraglio di libertà per motivi ideologici ed economici. C’è quindi una guerra fredda che continua nonostante segni di disgelo che, di tanto in tanto, vengono in superficie.

Ma su tutto pesa il rapporto che il Vaticano continua ad avere con Taiwan, lo stato insulare dell'Asia sudorientale, situato nell'Oceano Pacifico al largo delle coste della Cina meridionale e separato dal continente dallo stretto di Formosa. E’ qui che il partito nazionalista non accettando il regime della Cina Popolare ha trasformato la regione in baluardo della politica anti-Pechino trovando alleati negli Usa e nel Vaticano. Ecco quindi che sulla strada verso la grande muraglia il Papa di Roma dovrà prima sciogliere il nodo di Taiwan. Decidere, in pratica, da che parte stare per far progredire il proselitismo cattolico verso l’Estremo Oriente come risultato di un lungo processo di consolidamento e radicalizzazione ideologica.


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