di Luca Mazzucato


Alcuni mesi fa, avevamo raccontato della manifestazione che si svolge tutti i venerdì da quasi tre anni, nel villaggio palestinese di Bil'in, in West Bank. Il muro dell'apartheid, che dalla Linea Verde si snoda nella profondità dei Territori, ha rubato centinaia di ettari appartenenti al villaggio, per annetterli alla vicina colonia illegale israeliana: olivi secolari e terre coltivate, sottratti ai legittimi proprietari adducendo i soliti “motivi di sicurezza.” La scorsa settimana, la Corte Suprema israeliana ha accolto la petizione degli abitanti di Bil'in e ordinato al governo Olmert di abbattere il muro e ricostruirlo lasciandone fuori i terreni del villaggio. Un vero e proprio schiaffo per chi sostiene che il muro serva a proteggere Israele: la Corte ha infatti sconfessato il governo e messo a nudo il sistema di corruzione che lega le imprese di costruzione israeliane alle colonie illegali in continua espansione in West Bank. Millecinquecento persone hanno festeggiato a Bil'in lo scorso venerdì, con il primo ministro dell'ANP in West Bank Salam Fayyad e alcuni parlamentari arabi-israeliani. Per dimostrare che, laddove il confronto militare fallisce miseramente, le mobilitazioni non-violente della popolazione possono fare davvero la differenza.
La storia di Bil'in è la storia di tutta la West Bank, del furto di una nazione e della spudorata commistione tra gli inarrestabili insediamenti illegali dei coloni ultra-ortodossi e l'affarismo senza scrupoli delle imprese israeliane, con la complicità del governo e la protezione dell'esercito di Occupazione. Nella sentenza della Corte Suprema si legge la storia di terra nella costruzione della colonia illegale di Modi'in Illit, alcuni chilometri oltre Linea Verde del '67. Illegale secondo il diritto internazionale, l'appalto per l'edificazione della colonia ultraortodossa è stato vinto alcuni anni fa dal tycoon israeliano Yona Boaz, leader nella costruzione di colonie illegali in tutta la West Bank.

Alcuni anni fa il costruttore ha rastrellato cinquanta milioni di euro da famiglie ebree ultra-ortodosse che decidevano di unirsi alla colonizzazione della West Bank, con la promessa di case a prezzi stracciati. Boaz riesce in seguito a concordare l'appalto con l'allora governo Sharon e inizia a costruire la colonia, peraltro un vero esempio di scempio paesaggistico, direttamente sui terreni del villaggio palestinese di Bil'in. Avendo deciso di costruire molte più abitazioni di quelle previste nell'appalto, Boaz ha bisogno di molto più spazio per l'espansione della colonia, rispetto a quello inizialmente previsto dal progetto.

Ma il problema è presto risolto: al momento della costruzione del muro, circa due anni fa, riesce a disegnarne un tracciato “favorevole” che si snoda ben oltre gli edifici in costruzione nella colonia, fino a lambire il villaggio stesso di Bil'in. In questo modo, la colonia, il muro e la terra fra essi compresa sorgono interamente su terreni coltivati di proprietà del villaggio, i cui abitanti si vedono dunque privati della loro unica fonte di sostentamento. Gli abitanti del villaggio chiedono che il muro venga fermato, ma il governo e l'IDF bloccano la petizione citando i soliti ineffabili “motivi di sicurezza”: il muro servirebbe a protezione della vicina colonia in costruzione. Gli abitanti di Bil'in si appellano (ironia della sorte) alla Corte Suprema israeliana e iniziano a manifestare.

Venerdì dopo venerdì, mese dopo mese, il corteo di centinaia di persone parte puntuale dal villaggio e scende la collina verso il muro. Immancabilmente, quando i manifestanti con gli striscioni arrivano a mezzo chilometro dal muro, l'esercito comincia a sparare selvaggiamente lacrimogeni e i micidiali rubber bullet, risultato: sempre numerosi i contusi, mentre i manifestanti che riescono a raggiungere il muro vengono arrestati.

Questa protesta spontanea della popolazione locale attrae presto l'attenzione dei media internazionali e sempre più numerosi pacifisti israeliani, soprattutto gli Anarchici contro il muro, e decine di internazionali iniziano a supportare la lotta e a fornire aiuti legali. Nel frattempo, l'impresario israeliano Yona Boaz scappa con i soldi e lascia in sospeso i lavori nella colonia illegale al di là del muro, e gli ultra-ortodossi truffati decidono di occupare le abitazioni, con il sostegno del governo israeliano e dell'esercito, secondo la famigerata linea di perseguire il “vantaggio sul campo” in ogni circostanza. La lotta dei palestinesi continua senza sosta e diventa l'emblema di una nuova resistenza palestinese, pacifica e per questo ancor più forte, perché nessun argomento si può contrapporre alla protesta di un villaggio contro il furto della propria terra.

Finalmente la Corte Suprema decide di intervenire, smentendo seccamente il governo e l'esercito: non esiste alcun “motivo di sicurezza” che giustifica il tracciato del muro a Bil'in. La Corte ordina al governo di abbattere il muro attuale attorno al villaggio e “ridisegnarlo in un tempo ragionevole, in modo da minimizzarne l'impatto sulle attività della popolazione palestinese.” Anche se questa sentenza rappresenta una grande vittoria per il movimento di Bil'in, il resto del dispositivo approvato purtroppo segue ancora una volta la politica del governo: il nuovo tracciato del muro sorgerà comunque nei Territori, in palese contraddizione con la legalità internazionale. Ma soprattutto, la colonia ultra-ortodossa di Modi'in Illit, nonostante sia stata riconosciuta come illegale dalla stessa Corte, non verrà smantellata, perché la petizione che ne chiedeva l'evacuazione è stata presentata “con eccessivo ritardo”.

In attesa del processo intentato contro il truffatore Yona Boaz, recentemente arrestato in Italia, gli occupanti ultra-ortodossi potranno restare dove sono. La Corte, persino accogliendo le richieste degli abitanti del villaggio, continua ad avallare la linea dello “status quo”: nessun metro di terra colonizzato nei Territori verrà mai reso. Che lo scopo del muro dell'apartheid sia decisamente annessionistico, piuttosto che di sicurezza, è stato confermato ancora una volta da Haim Ramon, vicepremier israeliano, che nell'ultimo incontro con il premier incaricato dell'ANP Salam Fayyad ha presentato la nuova arrogante proposta israeliana: annettere tutta la parte di Territori racchiusi dal Muro, incluse le colonie illegali e le basi militari, ovvero circa un terzo dell'attuale West Bank, compensandola con terreni nel deserto del Negev.

Purtroppo non è certo che le ingiunzioni della Corte vengano rispettate. In un altro caso recente, la Corte aveva ordinato all'esercito di abbattere un muro lungo quaranta chilometri e alto un metro nella zona a sud di Hebron. Il muretto, costruito per “motivi di sicurezza”, di fatto serviva a tenere i greggi dei pastori palestinesi al di fuori di un'area nei pressi di una colonia israeliana, i cui abitanti ultra-ortodossi intendono appropriarsi di tutta la zona.

Dopo sei mesi di inadempienza del governo, la Corte ha censurato il Ministro della Difesa per la colpevole negligenza e il braccio di ferro tra i due organi è tutt'ora in corso. L'attuale vittoria legale quindi non rappresenta la fine della lotta per il villaggio di Bil'in, al contrario, è un incoraggiamento ad andare avanti, denunciando la mostruosità del muro e del furto delle terre palestinesi.

L'esempio di resistenza popolare e non-violenta, in campo a Bil'in, non è un caso isolato: per tutta la West Bank si moltiplicano negli ultimi anni i villaggi che, soffocati dal muro, decidono di passare all'azione. In alcuni casi la resistenza pacifica ha portato persino a vittorie decisive: nel villaggio di Budrus, che stava per essere completamente tagliato fuori dalla vicina Ramallah a causa dell'onnipresente recinzione elettrificata dell'IDF, dopo anni di continua mobilitazione degli abitanti, l'esercito israeliano è stato costretto a spostare il tracciato del muro lontano dal villaggio, a ridosso della Linea Verde.

L'esempio di Budrus è particolarmente importante, perché, a differenza di Bil'in, non ha ricevuto alcuna attenzione da parte dei media o delle cosiddette istituzioni palestinesi, ma le tecniche di resistenza passiva inventate dagli abitanti del villaggio hanno fatto scuola nei Territori e sono diventate patrimonio comune nella quotidiana lotta contro l'Occupazione. Con la totale disfatta della strategia di resistenza militare, trasformatasi anzi in una latente guerra civile, questi esempi di lotta popolare completamente autorganizzata e indipendente dall'ANP sembrano dare una nuova speranza e un nuovo significato alla parola Intifada e sono tanto più temuti dal governo israeliano, perché molto più difficili da schiacciare che non un gruppo di militanti armati.

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