di Carlo Benedetti

Due vertici che hanno coinvolto il mondo dell’Ovest e dell’Est si sono svolti nei giorni scorsi. A Riga, capitale della Lettonia, il 28 novembre si sono riuniti gli uomini della Nato mentre a Minsk, capitale della Bielorussia, il giorno dopo si sono ritrovati i dirigenti delle ex repubbliche sovietiche. I due appuntamenti, che si sono svolti a poca distanza quanto a collocazione geografica, hanno messo in luce – quanto a situazione geopolitica – varie realtà e tutte in trasformazione. La Nato, in primo luogo, non è riuscita a nascondere una situazione di contrasti e di scontri. Il tutto con un evidente processo che ha segnato un netto indebolimento degli schieramenti interni. E questo soprattutto per quanto concerne la questione dell’impegno militare in Afghanistan. Perché se da un lato l’organizzazione atlantica è riuscita ad ottenere altre truppe per quelle operazioni che sono già in atto nel teatro di guerra, dall’altro non è riuscita a “convincere” paesi come Italia, Spagna, Francia e Germania a fare lo stesso. L’Italia, comunque, manterrà tutte le sue truppe in Afghanistan e ''non per breve tempo'', ma contemporaneamente insisterà nel promuovere una conferenza internazionale per risolvere ''politicamente'' la crisi che sta soffocando quel Paese. In questo contesto va ricordato che Prodi e D’Alema hanno voluto rilanciare la prospettiva di uno ''sbocco politico'' per uscire dal tunnel afghano senza lasciare il Paese nelle mani dei Talebani. Chiaro, quindi, che esiste ora più che mai un impegno che unisce italiani, francesi, tedeschi e spagnoli. E a Riga lo stesso D’Alema - ricordando di aver già incassato il favore del presidente afghano Garzai - ha parlato in termini positivi del percorso già iniziato per arrivare al vertice sull’Afghanistan. E si è ricollegato a quella proposta francese relativa ad un gruppo di contatto sull'Afghanistan: un passaggio che spianerebbe la strada proprio alla conferenza internazionale di cui l'Italia, appunto, si è fatta promotrice.
Sempre dalla capitale lettone Prodi ha voluto ribadire che i soldati italiani non andranno a Sud - la zona più calda del pantano - e che le regole di ingaggio dei soldati resteranno così come sono.

C’è quindi da rilevare che l’Italia rappresentata da Prodi e D’Alema - pur non avendo accettato quelle spinte verso un ''ripensamento della strategia complessiva'' sull'Afghanistan - ha in un certo senso congelato la situazione: nè ritiro nè ridimensionamento: ''La mia opinione - ha poi puntualizzato D'Alema a Montecitorio - è che la comunità internazionale non può lasciare l'Afghanistan al controllo dei Talebani, anche se questo richiederà una presenza significativa e per un tempo non breve''.

La novità, comunque, sta nel fatto che l’Italia proprio a Riga, alla presenza dei massimi circoli militari dell’Alleanza, ha voluto ribadire che la sola azione militare non potrà mai risolvere la questione afgana. La pacificazione e la stabilità si otterranno - è stato detto da parte italiana - solo con una rinnovata azione politica. Ed è chiaro che per gli americani questa è una posizione che non corrisponde ai piani generali di attacco disegnati dagli strateghi del Pentagono.

Altri temi affrontati al vertice in Lettonia quelli relativi a paesi come Albania, Croazia e Macedonia che si avviano verso l’adesione al blocco militare. Qui è stato detto che al prossimo summit del 2008 verranno "estesi ulteriori inviti" a quei paesi che rispettano gli standard della Nato e che “possono contribuire alla sicurezza e alla stabilità Euro-Atlantica”. Intanto si annuncia che nel 2008 partiranno gli inviti per i tre paesi dei Balcani occidentali mentre già oggi l'Alleanza ha offerto il Partenariato per la Pace (Pfp) a Serbia, Bosnia-Erzegovina e Montenegro. Ma qui subito si sono registrati contrasti e polemiche perché il Partenariato è visto come il primo passo verso l'adesione alla Nato.
Dura, in tal senso, la reazione di Mosca che ha considerato il vertice come una sorta di provocazione dal momento che la sede scelta è stata, appunto, quella di un paese che si trova negli immediati confini della Russia. Tutto sta a dimostrare - hanno scritto i media del Cremlino - che la Nato va sempre più trasformandosi in uno strumento di supporto della politica americana e, spesso, in contrasto con gli interessi degli altri paesi del blocco atlantico.

Ma la stessa Russia, che si trova su posizioni critiche nei confronti degli atlantici, registra ora una difficilissima situazione nel campo della Csi (Confederazione di Stati Indipendenti) che è quella organizzazione voluta in primo luogo dal Cremlino dopo il crollo dell’Urss. A Minsk, infatti, alla XV riunione dei paesi membri, si è registrato un netto indebolimento dell’intera compagine. Si è parlato apertamente di una situazione di rapporti tesi tra i paesi della Comunità e si è ventilata anche l’ipotesi di una ristrutturazione generale (“una nuova concezione”) da avviare nel 2007. Tutto il contenzioso politico e diplomatico è stato, comunque, ammorbidito da una valanga di decisioni “tecniche ed economiche” basate su tematiche relative, tra l’altro, alle …importazioni di vino e carne dalla Moldavia.

Mosca, infine, ha fatto la voce grossa, con Putin che ha detto chiaramente che bisogna liberarsi definitivamente da quella tradizione sovietica - dura a morire - che era quella di vivere alle spalle degli altri. Ora devono valere sempre più, e per tutti, le regole del mercato. Si apre, forse, una nuova pagina della Csi. Dove le divergenze ideologiche e politiche andranno ad occupare l’area dell’economia.

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