Sono bastate poche ore dalla firma dell’accordo di pace tra il governo americano e i Talebani per avere l’ennesima conferma che il percorso diplomatico che dovrebbe mettere fine alla lunghissima guerra in Afghanistan sarà estremamente complicato. Il documento uscito dalla cerimonia organizzata sabato a Doha, in Qatar, si è infatti subito arenato dopo che il presidente afgano, Ashraf Ghani, ha frenato bruscamente sullo scambio di prigionieri con i Talebani, considerato un elemento chiave per far partire le trattative tra questi ultimi e il governo-fantoccio di Kabul. Lunedì, un attacco rivendicato dagli stessi Talebani ha poi di fatto rotto la tregua, provocando due morti e una decina di feriti.

 

L’accordo, più volte rimandato nei mesi scorsi, dovrebbe portare al ritiro dal paese asiatico di tutte le forze di occupazione degli Stati Uniti e dei loro alleati entro l’aprile del prossimo anno, passando da un periodo di transizione che, a partire dal mese di luglio, vedrà una riduzione dei soldati americani dalle 14 mila unità attuali a circa 8.600. I Talebani, in cambio, dovranno tra l’altro impegnarsi a non dare ospitalità a gruppi terroristici che intendono prendere di mira gli interessi americani.

La tregua era scaduta ufficialmente domenica e doveva anticipare i negoziati previsti tra gli “studenti del Corano” e il governo afgano, con la liberazione di cinquemila prigionieri talebani e un migliaio di quelli nelle mani di questi ultimi come iniziativa volta a creare un clima di fiducia tra le due parti. In un secondo momento avrebbe dovuto invece essere studiata una “road map” per il futuro politico del paese, basata sull’integrazione degli “insorti” combattuti finora da Washington.

Il presidente Ghani ha però raffreddato gli entusiasmi, respingendo la proposta di scambio dei prigionieri come iniziativa preliminare. A suo dire, gli Stati Uniti non avrebbero “l’autorità per decidere” in merito, dal momento che il loro ruolo è solo quello di “facilitatori” della pace. Per tutta risposta, i Talebani hanno colpito lunedì nel corso di un match di calcio nell’Afghanistan orientale, per poi annunciare che non ci sarà alcun negoziato di pace senza la liberazione dei prigionieri concordata con Washington.

La debolezza estrema del governo di Kabul è probabilmente alla base del rifiuto di Ghani. Quest’ultimo, così come molti altri all’interno della classe dirigente afgana formatasi dopo l’invasione USA del 2001, teme che il sistema attuale possa crollare rapidamente in seguito alla legittimazione dei Talebani. Per questo, Ghani intende probabilmente conservare una delle poche carte in proprio possesso – la liberazione dei prigionieri talebani – per ottenere rassicurazioni sul proprio futuro, se non la sua stessa incolumità fisica.

Le resistenze mostrate da Ghani sono comunque singolari. La notizia dell’imminente finalizzazione dell’accordo con i Talebani era arrivata in concomitanza con l’annuncio fatto dalla commissione elettorale afgana della ratifica della sua vittoria nelle discusse presidenziali dello scorso mese di settembre. La decisione era sembrata in un primo momento incauta, perché accolta prevedibilmente con irritazione dal rivale di Ghani, Abdullah Abdullah. Quasi subito era apparso però evidente che la conferma del presidente uscente in un’elezione segnata come al solito da enormi irregolarità serviva a convincerlo ad abbandonare qualsiasi riluttanza e ad accettare i termini dell’accordo di pace con i Talebani.

Gli Stati Uniti intendono comunque mandare in porto un processo diplomatico considerato fondamentale per i propri interessi in Afghanistan e in Asia centrale dopo oltre diciotto anni di guerra. Se, poi, l’evoluzione degli scenari nel paese dovesse prevedere la liquidazione di Ghani, da Washington non ci saranno di certo eccessivi scrupoli per salvare la posizione del presidente.

Ciò non toglie che l’atteggiamento della classe dirigente afgana e, in particolar modo, le divisioni interne sul ritorno dei Talebani a Kabul possano complicare i piani americani, come si è potuto appunto osservare con l’attentato di lunedì. Lo stesso Abdullah Abdullah, oltre a minacciare la creazione di un “governo parallelo” in risposta all’esito delle presidenziali, ha denunciato Ghani per le modalità con cui avrebbe gestito il ruolo dell’Afghanistan nei colloqui di pace di Doha.

Altri leader delle varie fazioni e minoranze etniche che si spartiscono il potere nel paese hanno a loro volta espresso riserve sul processo diplomatico guidato da Washington, tanto che in molti, soprattutto tra i non appartenenti alla maggioranza Pashtun, non hanno preso parte alla cerimonia organizzata sabato a Kabul in occasione della firma dell’accordo tra USA e Talebani. Queste divergenze sono in larga misura da ricondurre alle manovre evidentemente già in atto per ricavarsi posizioni utili a conservare una fetta di potere nell’Afghanistan del dopo-Ghani e con l’uscita di scena totale o parziale degli Stati Uniti.

A prima vista, c’è un elemento di fondo dell’accordo appena annunciato che mette il governo USA e i Talebani su posizioni apparentemente inconciliabili. Washington intende cioè mantenere un certo numero di soldati sul territorio afgano anche dopo la definitiva implementazione delle condizioni sottoscritte a Doha. Questa necessità è collegata al valore strategico dell’Afghanistan, per il quale tre amministrazioni americane hanno investito risorse enormi in quasi due decenni.

I Talebani, al contrario, puntano a liberare tutto il paese dalla presenza straniera, così che, teoricamente, le discussioni di questi giorni sull’opportunità di conservare contingenti limitati di forze speciali USA, agenti CIA o contractor vari in determinate basi militari afgane dovrebbero essere più o meno superflue.

Dal momento che la leadership talebana conosce perfettamente le posizioni americane a questo proposito, molti commentatori hanno chiamato in causa una serie di allegati segreti che completerebbero l’accordo. In base a essi, con ogni probabilità, le due parti dovrebbero arrivare a un equilibrio soddisfacente e i cui dettagli saranno aggiustati nei prossimi mesi conciliando le spinte contrapposte al loro interno. Quel che è certo è che gli Stati Uniti difficilmente rinunceranno a mantenere un certo presidio militare sul territorio afgano.

Il dato forse più significativo della realtà che si sta delineando in Afghanistan è rappresentato comunque dalla decisione dell’amministrazione Trump di considerare i Talebani come un partner non solo con cui collaborare, ma su cui appoggiare la proiezione dei propri interessi nel paese e nella regione centro-asiatica. Soprattutto se i Talebani finiranno per convivere con un contingente militare americano, sia pure di dimensione ridotta.

Questa svolta strategica di Washington la dice lunga sulla natura della propaganda della difesa dei principi democratici e dei diritti umani, ma, ancor più, si inserisce nel processo di ricalibramento degli obiettivi dell’imperialismo USA a livello globale. La possibile normalizzazione dei rapporti con un nemico combattuto per quasi vent’anni è cioè il riflesso del cambiamento delle priorità americane, passate dalla lotta al terrorismo alla preparazione per future guerre contro entità statali, ovvero potenze che minacciano la supremazia  degli Stati Uniti, a cominciare da Russia e Cina.

Infatti, l’importanza dell’Afghanistan e la probabile permanenza in questo paese anche dopo la riabilitazione dei Talebani è da ricondurre alle dinamiche in atto che tendono all’integrazione euro-asiatica sul fronte commerciale ed energetico, guidate principalmente dagli ambiziosi progetti di Pechino. In questa prospettiva, le manovre afgane di Washington segnalano anche un tentativo di attrarre il Pakistan, notoriamente legato alla “resistenza” talebana, nei propri piani anti-cinesi per il continente asiatico, dopo che Islamabad aveva riallacciato le proprie storiche relazioni con Pechino in risposta al rafforzamento della partnership tra USA e India, giocata a sua volta in parte sul terreno afgano.

La tenuta dell’accordo di Doha resta dunque esposta a molteplici variabili e, malgrado la determinazione dell’amministrazione Trump, dettata anche da motivi elettorali, sarà severamente testata nel prossimo futuro. La sensazione che rimane per il momento è che gli Stati Uniti sono stati costretti a prendere atto del fallimento di un’avventura bellica oggettivamente disastrosa che non lasciava da tempo intravedere una diversa via d’uscita.

Ancor più, è fortissima l’impressione che, alla luce delle condizioni concordate a Doha, l’intesa odierna con i Talebani avrebbe potuto essere raggiunta forse anche nel 2001, evitando l’impiego di centinaia di migliaia di soldati americani, di cui quasi 2.400 rimasti uccisi, così come lo spreco di qualcosa come mille miliardi di dollari e la morte, secondo alcune stime, di poco meno di 200 mila cittadini afgani.

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