L’establishment del Partito Democratico americano è riuscito in pochi giorni a ribaltare gli equilibri delle primarie, resuscitando la campagna di Joe Biden nel tradizionale appuntamento del “Supermartedì”. Dei 14 stati andati al voto, l’ex presidente ne ha conquistati sorprendentemente nove, inclusi alcuni dove sembrava partire in netto svantaggio rispetto all’ormai ex favorito, Bernie Sanders. I risultati di martedì arrivano come uno schiaffo per le speranze di chi confidava in una trasformazione in senso progressista del sistema politico degli Stati Uniti e, se mai fosse stato necessario, confermano la sostanziale futilità degli sforzi e delle speranze di cambiamento attraverso il Partito Democratico.

 

Sanders si è preso come previsto la California, ovvero lo stato di gran lunga con il maggior numero di delegati in palio, ma ha perso il secondo obiettivo più importante della giornata, il Texas, dove pure i sondaggi fino alla vigilia gli attribuivano un discreto margine sui rivali. Ugualmente impreviste sono state anche le sconfitte, in entrambi i casi a beneficio di Biden, di Minnesota e Massachusetts.

Il primo di questi due stati rappresenta un caso emblematico dei frenetici eventi degli ultimi giorni. La senatrice di casa, Amy Klobuchar, si era infatti ritirata dalla corsa letteralmente poche ore prima dell’apertura delle urne, in modo da favorire il trasferimento dei consensi “moderati” verso Joe Biden. La rinuncia della senatrice del Minnesota fa parte di un’offensiva orchestrata in fretta e furia dai vertici del Partito Democratico dopo i risultati delle primarie di sabato scorso in South Carolina, vinte nettamente dall’ex vice di Obama.

Già in quest’ultimo stato, l’apparato del partito si era mobilitato per dirottare a favore di Biden soprattutto l’elettorato afro-americano. Ciò era stato fatto tramite l’intervento del deputato più noto e famoso dello stato, James Clyburn, schieratosi pubblicamente a fianco dell’ex vice-presidente, e facendo leva sull’elemento razziale anche in relazione alla figura di Barack Obama. Lo stesso ricorso alle politiche identitarie care al Partito Democratico ha indubbiamente aiutato Biden anche nel “Supermartedì”. Come, poi, l’elettorato nero americano debba scegliere in maggioranza di appoggiare un candidato con un passato in odore di segregazionismo e fatto di collaborazioni politiche con membri del Congresso notoriamente razzisti resta un autentico mistero.

Ad ogni modo, il successo in Carolina del Sud ha subito generato una copertura mediatica straordinaria a favore di Biden. Le prime tre fallimentari prestazioni elettorali in Iowa, New Hampshire e Nevada sono state dimenticate e, in parallelo con l’ascesa di Sanders, è partita un’operazione coordinata per frenare la corsa del 78enne senatore “democratico-socialista” del Vermont.

Due dei candidati della destra del partito, che potevano sottrarre voti all’ex vice-presidente, sono stati precipitosamente “invitati” a ritirarsi. Per ottenere questo obiettivo sono scesi in campo alcuni pezzi grossi del partito. A spingere verso l’uscita la già ricordata senatrice Klobuchar sarebbe stato l’ex leader di maggioranza al Senato, Harry Reid. L’altro aspirante alla Casa Bianca messo da parte è stato poi Pete Buttigieg, già sindaco della città di South Bend nell’Indiana. Per lui, si sarebbe scomodato addirittura l’ex presidente Obama, in grado di convincerlo dell’inutilità del prolungamento della sua campagna e del fatto che ciò avrebbe favorito l’avanzata di Bernie Sanders.

Così, in rapida successione, lunedì Biden ha incassato il sostegno ufficiale di Amy Klobuchar e Pete Buttigieg, oltre ai voti di quanti erano orientati verso di loro nelle primarie di martedì. In Texas, inoltre, a fianco di Biden si è schierato un altro ex pretendente alla nomination democratica, l’ex deputato Beto O’Rourke.

Se l’obiettivo minimo era quello di limitare il bottino di delegati conquistati da Sanders nel “Supermartedì” e rimettere in carreggiata una candidatura, come quella di Biden, capace di presentarsi come unica alternativa “moderata” nelle successive tornate elettorali, i risultati sono andati alla fine ben al di là delle aspettative. La competizione è stata del tutto ribaltata, con l’ex vice-presidente ora in vantaggio in termini di delegati e di “momentum”, nonché con il completo appoggio dell’establishment del suo partito e, a breve, dei grandi finanziatori che attendevano un segnale di chiarezza dalla destra democratica. Dopo il flop registrato martedì dalla candidatura di Michael Bloomberg, vincitore solo nel “territorio” delle Samoa Americane, anche l’ex sindaco di New York mercoledì ha deciso di farsi da parte per appoggiare diligentemente Biden.

Il riemergere di Joe Biden come favorito alla nomination, dopo che a lungo lo era stato nel corso del 2019, segna la riscossa dei poteri consolidati all’interno del Partito Democratico e la sostanziale riedizione delle primarie di quattro anni fa, quando Bernie Sanders venne ostacolato in tutti i modi per spingere la candidatura di Hillary Clinton.

Come la ex first lady nel 2016, anche l’ex vice di Obama rappresenta il politico più reazionario tra quelli in corsa per sfidare Trump. Biden ha tuttavia beneficiato, oltre che delle manovre del suo partito, del relativo entusiasmo degli elettori democratici, motivati in queste primarie proprio dall’avversione per l’inquilino della Casa Bianca. In molti stati, l’affluenza è stata superiore rispetto sia a quattro anni fa sia al 2008, ma questa mobilitazione ha ironicamente rafforzato la posizione di un candidato che è la personificazione stessa del sistema politico ultra-sclerotizzato di Washington.

Sul risultato di martedì, comunque, ha pesato in parte anche l’incapacità dello stesso Sanders di generare quanto meno una partecipazione pari a quella che aveva caratterizzato la sua candidatura nel 2016. In più di un’occasione, anche in presenza di un numero complessivamente più alto di votanti rispetto a quattro anni fa, Sanders ha raccolto meno consensi. Le ragioni di questo raffreddamento possono essere molteplici, non da ultima la permanenza nella competizione dell’altra candidata “progressista”, Elizabeth Warren.

Soprattutto, però, la presunta portata anti-establishment del messaggio di Sanders risulta indebolita precisamente dal contesto in cui viene offerta agli americani, quello cioè del Partito Democratico, identificato correttamente come la casa dei grandi interessi economico-finanziari americani o, per meglio dire, di una parte di essi, nonché dell’apparato dell’intelligence e della “sicurezza nazionale”.

L’impegno del partito per impedire la nomination di Sanders risponde così all’imperativo di evitare una campagna elettorale impostata sui temi delle disuguaglianze sociali e di reddito, della sanità e dell’educazione pubblica, dell’insostenibilità del capitalismo selvaggio e, in ultima analisi, delle questioni di classe. Al contrario, le presidenziali 2020 devono giocarsi sul piano degli interessi della classe dirigente USA, sul fronte interno e internazionale. Nel concreto, i democratici intendono rilanciare la caccia alle streghe anti-russa e puntare sui temi identitari, razziali e di genere, mettendo scrupolosamente in un angolo quelli economici e sociali, su cui si basa in larga misura la proposta politica di Bernie Sanders.

La promozione di Joe Biden come “front-runner” per la nomination democratica rappresenta in ogni caso una scelta estremamente rischiosa per il Partito Democratico. L’ex presidente, nelle spiegazioni dei suoi sostenitori, dovrebbe in teoria fare appello a un elettorato più ampio rispetto a Sanders, intercettando il voto di indipendenti e, addirittura, repubblicani moderati. In realtà, Biden è un candidato screditato, con un’innata predisposizione a gaffes clamorose e, soprattutto, con un curriculum politico ultra-reazionario.

Non solo, gli sviluppi del fallito impeachment hanno riportato a galla gli interessi della sua famiglia nell’Ucraina dopo il golpe di estrema destra del 2014. L’incriminazione di Trump ruotava cioè attorno alle pressioni fatte da Biden sul governo e la magistratura del paese dell’ex URSS per affondare un’indagine su una compagnia energetica nel cui consiglio di amministrazione era stato nominato, senza ragioni apparenti, il figlio dell’ex vice-presidente USA. La questione continua a essere minimizzata dai media “liberal” americani, ma resta caldissima per i repubblicani, che finiranno per rispolverarla se Biden dovesse assicurarsi la nomination democratica.

D’altronde, ciò che conta per i vertici del Partito Democratico è in definitiva sbarrare la strada a Sanders e a una mobilitazione popolare contro il sistema. Se poi il prezzo da pagare sarà la rielezione di Trump, come appare sempre più probabile, saranno in molti ad accettarlo di buon grado.

Tornando all’esito del “Supermartedì”, le uniche altre vittorie di Sanders, oltre alla California, sono state in Colorado, Utah e Vermont. Nella colonna di Biden sono andati invece Alabama, Arkansas, Massachusetts, Minnesota, North Carolina, Oklahoma, Tennessee, Texas e Virginia. Il prossimo appuntamento nel calendario delle primarie democratica prevede martedì prossimo il voto in Idaho, Michigan, Mississippi, Missouri, North Dakota e Washington, dove, in attesa dei conteggi definitivi, Biden si presenterà con un vantaggio di almeno una settantina di delegati su Bernie Sanders.

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