Nelle prime ore di lunedì, aerei militari di Israele hanno per l’ennesima volta condotto un’operazione illegale contro obiettivi in territorio siriano, verosimilmente appartenenti alle forze iraniane o di Hezbollah che stano combattendo a fianco del legittimo governo di Damasco. A darne notizia è stata l’agenzia di stampa ufficiale siriana SANA, secondo la quale la contraerea del paese mediorientale sarebbe riuscita a intercettare e abbattere un certo numero di missili israeliani. Le vittime totali potrebbero essere sette, di cui tre civili e, forse, quattro militari di nazionalità iraniana.

L’attacco è solo l’ultimo di una serie di episodi simili registrati nell’ultimo mese, in quella che nel corso del conflitto in Siria è stata una vera e propria consuetudine da parte di Tel Aviv, nonostante le incursioni continuino a essere motivo di tensione con la Russia di Putin. Nemmeno l’epidemia di Coronavirus in atto ha rallentato i raid israeliani in Siria, né l’inizio per i musulmani, soltanto alcuni giorni fa, del mese sacro di Ramadan.

 

Secondo i media siriani, nella capitale si sarebbero sentite “numerose esplosioni” all’alba di lunedì. Tre siti militari nei pressi di Damasco avrebbero subito danni, così come l’aeroporto o, più probabilmente, edifici non meglio specificati nelle vicinanze di esso. Alcune strutture sarebbero state distrutte, ma l’entità esatta dei danni causati non è tuttavia nota.

I vertici militari e il governo di Israele non hanno come al solito commentato l’accaduto. La responsabilità del nuovo attacco è comunque fin troppo facilmente individuabile. Alcune dichiarazioni a questo proposito di Netanyahu in un vertice internazionale della scorsa estate avevano inoltre confermato in maniera di fatto ufficiale le iniziative israeliane. Il primo ministro aveva ammesso che il suo paese aveva fino a quel punto condotto centinaia di operazioni in Siria, a suo dire in nome della “sicurezza nazionale” dello stato ebraico.

L’ammissione di Netanyahu aveva spinto Mosca a replicare con una certa irritazione, esprimendo l’invito al rispetto della sovranità dell’alleato siriano. Se la Russia non intende intervenire nel conflitto tra Israele e l’asse della resistenza sciita (Iran, Siria, Hezbollah), principalmente per preservare i buoni rapporti con Tel Aviv, il Cremlino ha in realtà fissato alcuni paletti alle operazioni militari come quella di lunedì.

Il giornalista veterano del Medio Oriente, Elijah Magnier, ha spiegato in un post su Facebook come “la Russia abbia imposto a Israele di non entrare nello spazio aereo siriano” e di informare Mosca con alcune ore di anticipo sui propri attacchi nel paese in guerra. In questo modo, la Russia può notificare alla Siria la minaccia imminente e gli obiettivi dell’incursione. Il governo di Damasco può così cercare di “minimizzare i danni”, evacuando il personale che si trova nelle strutture che verranno colpite e “rimuovendo, se necessario, materiale di valore” che queste ultime eventualmente ospitano.

Il blitz di lunedì è stato possibile come sempre grazie all’invasione da parte dei jet israeliani dello spazio aereo libanese, da dove è partito l’attacco. Il Libano non dispone d’altra parte di un sistema difensivo anti-aereo, sostanzialmente per l’opposizione degli Stati Uniti, il cui impegno è quello di evitare impedimenti e minacce a Israele nella conduzione di operazioni militari illegali contro i propri vicini.

L’obiettivo dichiarato di Israele è quello di limitare, se non impedire, il consolidamento della presenza iraniana in Siria che, a sua volta, facilita il trasferimento di armamenti a Hezbollah in Libano. Convogli di questo genere o presunti tali sono infatti molto spesso i bersagli dichiarati degli attacchi israeliani in Siria.

Da parte del governo del presidente Assad, è del tutto evidente che in questo frangente non vi è alcun interesse ad aprire un nuovo e potenzialmente rovinoso fronte di guerra con Israele. Le forze governative, dopo avere ripreso il controllo di una parte consistente del territorio siriano, continuano a essere impegnate in primo luogo nella provincia di Idlib, ultima ridotta dei gruppi fondamentalisti ormai appoggiati quasi soltanto dalla Turchia.

Di ciò sono ben consapevoli gli stessi leader israeliani che, oltretutto, possono contare anche su un’amministrazione americana tra le meglio disposte della storia verso Tel Aviv. A Damasco si continua perciò a valutare accettabile qualche incursione di Israele, soprattutto alla luce della parziale garanzia russa che permette alla Siria di evitare danni troppo gravi provocati da queste operazioni.

La questione con Israele resterà tuttavia aperta anche dopo la risoluzione del problema di Idlib, anche e soprattutto in merito alle alture del Golan, che nel marzo dello scorso anno la Casa Bianca aveva riconosciuto essere parte integrante del territorio israeliano, in totale violazione del diritto internazionale.

Il comportamento di Israele in Siria rivela inoltre una certa frustrazione, per non dire paura, nei confronti di Hezbollah. Le forze armate israeliane, in altre parole, colpiscono in Siria, ma appaiono estremamente prudenti nel considerare attacchi diretti contro il “Partito di Dio” in Libano, visto che così facendo provocherebbero una durissima reazione, col risultato di dover fare i conti con danni molti pesanti e un’altra umiliazione dopo quella seguita al conflitto del 2006.

Lo scorso agosto era avvenuto in realtà un attacco israeliano nei sobborghi meridionali di Beirut, dove alcuni droni avevano preso di mira un edificio utilizzato da Hezbollah. L’azione non aveva prodotto risultati di rilievo e uno dei velivoli senza pilota provenienti da Israele era finito nelle mani di Hezbollah. Il suo leader, Hassan Narrallah, aveva minacciato una ritorsione di vasta portata, provocando un’evacuazione delle forze israeliane lungo il confine con il Libano. Da allora, i due nemici hanno tacitamente rispettato regole d’ingaggio tali da prevenire un’escalation delle tensioni.

La cautela di Tel Aviv l’ha confermata anche il New York Times qualche giorno fa in un articolo che raccontava come Israele abbia scelto di avvertire i leader di Hezbollah prima di condurre le proprie operazioni in Siria, così da evitare vittime della stessa organizzazione sciita che rischierebbero appunto di scatenare una guerra a tutto campo.

In sostanza, Israele continua ad approfittare della copertura americana e della crisi in Siria per operare più o meno impunemente in questo paese. I ripetuti raid diretti contro Hezbollah e le forze iraniane, però, risultano per lo più gesti dimostrativi o che, comunque, provocano quasi sempre danni materiali relativamente trascurabili. Questa strategia, oltre a rischiare di incrinare le relazioni con Mosca, fa poco o nulla per indebolire la “resistenza” anti-israeliana e anti-americana e, soprattutto, prospetta una resa dei conti dall’esito tutt’altro che scontato una volta che verrà messa finalmente la parola fine sul sanguinoso conflitto siriano.

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