La fine probabilmente prematura del periodo di ricovero in ospedale del presidente americano Trump e il suo teatrale ritorno alla Casa Bianca nonostante la positività al Coronavirus rappresentano in primo luogo una mossa elettorale per risollevare una campagna che, almeno secondo i sondaggi ufficiali, dovrebbe condurlo alla sconfitta per mano di Joe Biden il 3 novembre prossimo. Nel comportamento arrogante e irrispettoso della salute dei suoi collaboratori c’è però anche un messaggio politico chiarissimo che ha a che fare con la decisione, presa da tempo dalla classe dirigente americana e non solo, di rinunciare a un’efficace battaglia contro l’epidemia, così da evitare ulteriori contraccolpi per gli interessi del business privato.

La sceneggiata orchestrata lunedì per garantirsi la massima copertura mediatica durante i programmi televisivi della serata americana ha mostrato ancora una volta anche le inclinazioni autoritarie di Trump. La passeggiata dall’elicottero che lo ha scaricato nel giardino della Casa Bianca fino alla terrazza, dove si è tolto provocatoriamente la mascherina per infilarsela nella tasca, lo ha dimostrato a sufficienza ed è stata assieme un tentativo di ostentare forza e controllo in un frangente cruciale del suo mandato.

Allo stesso tempo, tutta la messa in scena è apparsa un chiaro segnale alla base di estrema destra del presidente, quasi a ribadire la necessità di mobilitarsi contro un sistema controllato dal “deep state”, di cui le misure restrittive contro il COVID-19 sono uno dei risvolti più odiosi e da combattere attraverso un secondo mandato dello stesso Trump.

Dietro alla vicenda vissuta in questi giorni dall’inquilino della Casa Bianca c’è piuttosto e in primo luogo una condotta che ha mescolato irresponsabilità, menzogne e riserbo ossessivo sulle reali condizioni di Trump. Un comportamento che è perfettamente coerente con il puntuale disinteresse per le più banali misure di sicurezza per evitare il contagio e che ha finito per mettere in serio pericolo decine se non centinaia di persone entrate in contatto, talvolta forzatamente, con il presidente repubblicano.

I medici che stanno seguendo Trump continuano ad esempio a non rivelare quale sia la data del suo ultimo tampone negativo. Dalla Casa Bianca è circolata la notizia che la positività al virus sarebbe stata riscontrata la prima volta giovedì scorso. Se così fosse, ma non è improbabile che ciò sia avvenuto anche prima, è del tutto possibile che Trump abbia avuto qualche sintomo sospetto o fosse già infetto al momento del primo dibattito presidenziale con Biden nella serata di martedì 29 settembre.

Il giorno successivo, in ogni caso, la consigliera Hope Hicks, che secondo la versione ufficiale avrebbe contagiato Trump, ha ricevuto la conferma della positività dopo avere viaggiato in aereo col presidente. Trump, tuttavia, ha proseguito la sua campagna elettorale, partecipando a un evento in New Jersey con circa 200 sostenitori, in grandissima parte privi di mascherina. La conferma della positività di Trump avrebbe così costretto le autorità sanitarie a una frenetica opera di tracciamento in quattro stati, dove migliaia di persone erano entrate potenzialmente in contatto col presidente e il suo staff.

La misura del comportamento al limite del criminale di Trump si è avuta poi nuovamente domenica sera, quando è salito su un SUV per un giro di saluto ai suoi sostenitori fuori dall’ospedale Walter Reed in cui era ricoverato. Sull’auto con i finestrini interamente chiusi, il presidente è stato accompagnato da due agenti del servizio segreto, esposti sconsideratamente a un altissimo rischio di contagio.

La delicatissima situazione politica in cui si trova Trump a poche settimane dal voto ha evidentemente influito sulle azioni di questi giorni. Se il disinteresse per qualsiasi persona diversa da egli stesso non è una novità, è comunque sconvolgente come Trump abbia deciso di tornare così in fretta alla Casa Bianca, dove il contagio rischia di esplodere ancora di più fino a toccare i membri dello staff e della sua famiglia ancora negativi, incluso il figlio più giovane di appena 14 anni.

Altro discorso meritano le informazioni, in buona parte confuse e contraddittorie, sullo stato di salute di Trump e sui farmaci che gli vengono somministrati. Apparentemente, le sue condizioni potrebbero sembrare tutt’altro che preoccupanti e farebbero pensare a effetti di lieve entità causati dal virus. In ospedale, però, il presidente ha ricevuto ossigeno ed è stato trattato con farmaci solitamente utilizzati per pazienti con forme gravi di COVID-19, tanto che, secondo alcune fonti mediche citate dalla stampa USA, il tasso di mortalità per i malati le cui condizioni hanno richiesto cure di questo genere sarebbe superiore al 20%.

Altri specialisti intervenuti sui media in questi giorni hanno fatto notare come per un paziente dell’età e nelle condizioni fisiche di Trump non siano da escludere complicazioni anche improvvise dopo svariati giorni dalla diagnosi e in presenza di un quadro apparentemente confortante. In questo scenario, una permanenza in ospedale di gran lunga superiore alle tre notti trascorse da Trump sarebbe fortemente consigliata. La Casa Bianca dispone in effetti di due unità mediche in grado di garantire interventi tempestivi, ma l’ipotetico precipitare delle condizioni di Trump comporterebbe rischi molto seri e richiederebbe un nuovo trasferimento in ospedale.

Come già anticipato, oltre ai calcoli elettorali, l’atteggiamento quasi di sfida di Trump nei momenti successivi alle dimissioni dal centro medico Walter Reed di Washington è dovuto anche a un altro fattore. Soprattutto nel messaggio video registrato alla Casa Bianca lunedì e diffuso come sempre via Twitter, Trump ha celebrato la sua presunta vittoria sul virus e invitato gli americani a “non consentire che [il COVID-19] prenda il sopravvento” nelle loro vite. Malgrado i 7,4 milioni di contagiati e i 209 mila morti, il presidente ha esortato a “non avere paura”, assicurando che l’America “sta ritornando” e, ancora più esplicitamente, “sta tornando al lavoro”.

In definitiva, Trump ha portato il suo esempio per chiedere agli americani, esclusi dai privilegi sanitari garantiti al presidente, di non lasciare che l’emergenza in corso fermi l’economia USA, mettendo a rischio i profitti di banche e corporation. L’invito a “tornare al lavoro” di Trump, come egli stesso ha fatto nonostante il contagio, è insomma una nuova affermazione delle politiche criminali di apertura indiscriminata e di minimizzazione del rischio, responsabili del disastro sanitario che stanno attraversando gli Stati Uniti.

Qualsiasi segno di debolezza e di arretramento alla vigilia del voto è dunque da evitare nel modo più assoluto da parte di Trump. Tanto più che i media americani continuano a snocciolare sondaggi che mostrano un possibile recupero su Biden ancora di là da venire. Gli equilibri in vista del 3 novembre potrebbero comunque ancora cambiare, soprattutto in presenza di un candidato democratico a dir poco scoraggiante, sia in funzione di possibili “sorprese” nelle prossime settimane sia tenendo in considerazione il valore quasi certamente sottostimato del consenso rilevato per Trump dagli istituti di ricerca, come già accaduto nel 2016.

A giudicare però dai numeri proposti dalle indagini di opinione, a livello nazionale e negli stati decisivi perennemente in bilico, il vantaggio di Biden resta relativamente solido. Uno dei sondaggi più recenti è quello pubblicato martedì dalla Reuters, concentratosi sui sei stati considerati cruciali per l’esito delle presidenziali. Biden è dato in vantaggio in Wisconsin (+6%), Michigan (+5%), Pennsylvania (+5%) e Arizona (+1%), mentre sostanzialmente in bilico risultano Florida e North Carolina, dove entrambi i candidati sono accreditati del 47% dei consensi.

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