La settimana scorsa gli indipendentisti scozzesi hanno vinto le elezioni locali, ottenendo il quarto mandato di fila e il margine più ampio nella storia del Parlamento di Edimburgo. Ma pur avendo incassato quasi la metà dei voti, a causa di un ingarbugliato sistema elettorale si sono fermati a 64 seggi, uno in meno rispetto alla soglia per la maggioranza assoluta. Lo Scottish National Party della premier Nicola Sturgeon non potrà quindi governare da solo, ma sarà appoggiato dai Verdi, anche loro indipendentisti, che con 8 seggi hanno ottenuto il miglior risultato di sempre.

“Boris Johnson e Westminster devono capirlo: in Scozia c’è una chiara maggioranza pro-indipendenza - ha detto Sturgeon a spoglio concluso - Se cercano di sfidarci su un nuovo referendum per la Scozia, si opporranno al popolo. Non vinceranno mai contro la sua volontà”.

Il premier britannico ha sempre negato la possibilità di un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia dopo quello del 2014 vinto dagli unionisti. Ora però Johnson prova a evitare lo scontro, invitando Surgeon e il primo ministro del Galles (il laburista Mark Drakeford, anche lui confermato) a un “Summit per l’Unione” della Gran Bretagna. “Gli interessi di tutte le nazioni saranno serviti al meglio se restiamo uniti - scrive il numero uno di Downing Street - lo abbiamo visto col successo della campagna vaccinale e con i massicci aiuti anti Covid. Ci aspettano grandi sfide: lavoriamo insieme”.

Di sicuro, non sarà questo genere di retorica a risolvere la situazione. Le prossime puntate della telenovela sembrano già scritte: Sturgeon farà approvare un secondo referendum dal Parlamento scozzese e Johnson lo impugnerà di fronte alla Corte Suprema.

Se i giudici lo bocceranno, la questione sarà probabilmente chiusa, perché gli indipendentisti scozzesi hanno sempre detto di puntare a una consultazione legale (non vogliono essere accusati di ribellione o di sedizione come i secessionisti catalani in Spagna).

Se invece la Corte darà il via libera al nuovo referendum, si apriranno scenari inediti. 

A settembre del 2014, la prima consultazione sull’indipendenza da Londra si concluse con la vittoria degli unionisti (55%). Ma oggi una riedizione del voto avrebbe probabilmente esito opposto, perché una delle ragioni che sette anni fa indusse la Scozia a non uscire dall’UK fu la volontà di rimanere nell’Unione europea. Un proposito confermato al referendum sulla Brexit del 2016, che a livello nazionale si concluse con un’affermazione di misura del Leave (52%), ma che fra i soli scozzesi vide una netta affermazione del Remain (62%).

Tuttavia, anche dopo un eventuale voto in favore della secessione, i problemi per la Scozia sarebbero tutt’altro che finiti. L’addio al Regno Unito non comporterebbe infatti la riammissione in Europa: Edimburgo dovrebbe avviare una procedura di adesione ex novo, che per andare a buon fine dovrebbe ottenere il via libera di tutti i 27 membri dell’Unione. Una prospettiva irrealistica, perché diversi Paesi (Spagna in testa) voterebbero certamente contro, pur di non incoraggiare le spinte indipendentiste all’interno dei propri confini.

Per non parlare dei giganteschi problemi economici che la secessione scozzese porterebbe con sé. Ad esempio: quale moneta si userebbe nel nuovo Stato indipendente? L’ingresso nell’Eurozona è ancora più complesso di quello nell’Ue e, allo stesso tempo, sembra inverosimile che Londra sia disponibile alla creazione di una sorta di “Poundzone”, consentendo l’uso della sterlina oltre i propri confini legali.

Sul versante dei conti pubblici, poi, il caos sarebbe totale. Come si spartirebbe il debito pubblico? La Scozia - direbbero da Londra - ha ricevuto trasferimenti dallo Stato centrale che pesano sul debito britannico. Edimburgo, invece, potrebbe chiedere che dalla sua quota di debito vengano scomputate le tasse che il Regno Unito ha raccolto sull’estrazione del petrolio scozzese. Ma siamo sicuri che il petrolio del Mare del Nord sia da considerare scozzese? In fondo, fino a oggi la maggior parte degli investimenti su pozzi e piattaforme è arrivata dal governo britannico o dal colosso British Petroleoum.

Poi ci sarebbe il problema previdenziale: i giovani scozzesi emigrano in Inghilterra, facendo calare progressivamente, in Scozia, il numero di lavoratori attivi in rapporto ai pensionati. Fra qualche anno la situazione rischia di diventare insostenibile. E la verità è che, per colmare questo squilibrio, Edimburgo ha un dannato bisogno dei soldi di Londra.

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