L’Unione Europea ha raggiunto un fragile accordo questa settimana per spingere ulteriormente verso l’alto i costi energetici e i livelli di inflazione grazie all’ottavo pacchetto di (auto-)sanzioni destinate teoricamente a punire la Russia per la guerra in Ucraina. L’intesa tra i paesi membri non sembra ancora del tutto assicurata, viste le prevedibili resistenze di quei governi che conservano una qualche volontà di difendere i propri interessi nazionali. Nel nuovo pacchetto è comunque previsto lo stop alle importazioni di svariati prodotti provenienti dalla Russia, ma l’oggetto più controverso e dalle maggiori implicazioni politiche ed economiche è il famigerato tetto (“cap”) al prezzo del petrolio esportato da Mosca.

 

Di questa misura si parla da qualche mese a livello europeo, anche se l’idea iniziale pare essere stata avanzata dal segretario al Tesoro USA, Janet Yellen. Per essere minimamente efficace, il provvedimento dovrebbe essere applicato in pratica da tutti i paesi acquirenti ma, anche in questo modo, rischierebbe di sconvolgere il mercato mondiale del greggio provocando una drastica impennata delle quotazioni, oltre che una contrazione dell’offerta.

Nel concreto, il “price cap” è riconducibile alla categoria delle “sanzioni secondarie”, che gravano cioè non solo sul destinatario immediato delle misure punitive ma, per essere efficaci, anche su paesi terzi che con esso intrattengono relazioni soprattutto di carattere economico e commerciale. In questo caso ci sono però pochissime possibilità che paesi come Cina o India rinuncino alle forniture di petrolio russo. Perciò, il meccanismo studiato dall’Europa sotto dettatura americana prevede, sempre in teoria, la penalizzazione della vendita di greggio russo al di sopra di una certa quotazione, stabilita artificialmente da Bruxelles.

Il risultato auspicato sarebbe la riduzione dei profitti russi derivanti appunto dall’export di petrolio, con conseguente calo sia delle risorse da dirottare verso lo sforzo bellico in Ucraina sia delle riserve in dollari. Non potendo intervenire materialmente per impedire le transazioni considerate illegittime, l’Europa intende agire nell’ambito del trasporto marittimo e delle assicurazioni. In breve, i carichi di greggio russo venduto al di sopra del prezzo stabilito (“price cap”) non potranno essere assicurati, così da scoraggiarne l’acquisto.

Bruxelles ritiene di avere in mano un’arma efficace poiché le compagnie assicurative che operano in questo settore hanno sede in grandissima parte in Occidente e, in particolare, in Gran Bretagna. La decisione dell’Europa, tuttavia, provocherà tutt’al più qualche disagio iniziale, ma in seguito non farà che favorire compagnie logistiche e assicurative di paesi non interessati ad applicare le sanzioni, soprattutto nel continente asiatico. Anche in questo caso esiste dunque il pericolo concreto di un effetto boomerang. Infatti, paesi come Grecia, Cipro e Malta, le cui compagnie di trasporti marittimi rappresentano una voce molto importante delle rispettive economie, si sono detti contrari al “price cap” e avrebbero acconsentito a dare il via libera all’ultimo pacchetto di (auto-)sanzioni solo dopo avere ottenuto alcune “concessioni” dall’Europa.

Il vero problema per i paesi europei sarà ad ogni modo la reazione di Mosca. Il governo russo ha assicurato fin dall’inizio della discussione sul “tetto” che sospenderà semplicemente le forniture di petrolio a quei paesi che lo implementeranno. Gli scenari che si possono ipotizzare sono fondamentalmente due. Il primo e più probabile è che il “price cap” resterà un giocattolo inutile o, nella peggiore delle ipotesi, dannoso che si rimbalzeranno i soli paesi europei e, tutt’al più, i loro più stretti alleati. Il secondo, decisamente inverosimile, è invece che il “tetto” venga effettivamente applicato a livello globale, con il risultato di far crollare la disponibilità di greggio sul mercato e di spingere alle stelle le quotazioni.

Le ragioni alla base della decisione dell’Europa di procedere con una misura oggettivamente assurda sono difficili da comprendere in pieno. Stupidità, inettitudine, tendenze autolesioniste, servilismo verso Washington sono alcuni dei motivi che vengono subito alla mente. Da considerare c’è anche la presunzione di potere ancora imporre le proprie posizioni al resto del mondo grazie a un’inesistente superiorità morale, per non parlare di quella economica o militare.

Questa facoltà di dettare legge alla comunità internazionale è ormai diventata un miraggio per l’Occidente, come hanno dimostrato proprio gli eventi di questi mesi, ad esempio con la Russia tutt’altro che isolata al di fuori dei paesi NATO e dei loro alleati. Ciò riguarda di certo l’Europa, ma sempre più anche gli Stati Uniti. Basti considerare gli eventi di queste ore relativamente alle decisioni prese nella riunione OPEC o, più precisamente, OPEC+ di mercoledì a Vienna.

OPEC+: schiaffo all’America

OPEC+ è la formula che riassume la partnership tra il cartello dei produttori di petrolio e la Russia. Partnership che decide ormai da tempo la politica petrolifera mondiale a dispetto delle pressioni americane. La collaborazione tra Mosca e l’Arabia Saudita, di gran lunga il paese con la maggiore influenza sull’OPEC, è oggetto di feroci critiche e tentativi di sabotaggio da parte di Washington, ma, nonostante molti paesi del cartello siano storici alleati degli USA, le decisioni continuano a essere improntate a una quasi totale indipendenza dai diktat della Casa Bianca.

Anche nel vertice di mercoledì, l’OPEC+ ha deciso per una misura contraria a quanto auspicato dall’amministrazione Biden. I paesi membri più la Russia hanno infatti programmato un taglio alla produzione di greggio di ben due milioni di barili al giorno a partire da novembre per sostenere le quotazioni che negli ultimi mesi erano scese sensibilmente. Gli Stati Uniti, invece, volevano un esito diametralmente opposto, così da evitare un’impennata dei prezzi che avrà effetti letali sulle già pessime prospettive elettorali del Partito Democratico nel voto di “metà mandato” tra meno di cinque settimane.

L’autonomia dell’OPEC(+) la dice lunga sulla perdita di influenza degli Stati Uniti e delle “democrazie” occidentali in genere sulle dinamiche che interessano gli aspetti economici e strategici più importanti per gli equilibri globali. A dipingere un quadro ancora più deprimente per Washington e i suoi alleati sono stati alcuni retroscena della disputa tra USA e OPEC, resi pubblici mercoledì dalla CNN, in previsione della riunione di Vienna.

Dalle rivelazioni è emersa una campagna disperata dell’amministrazione Biden per fare pressioni sui governi di Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi e convincerli a non implementare tagli alla produzione di greggio. I documenti interni alla Casa Bianca e al dipartimento del Tesoro parlano, in riferimento alla possibile decisione in questo senso dell’OPEC, di un “disastro totale” e di un “atto ostile”. Fonti governative hanno ammesso inoltre che la Casa Bianca è “nel panico” all’idea di far fronte a un’impennata dei prezzi dei carburanti in seguito al summit di Vienna.

Per implorare i vertici dei paesi produttori, Biden aveva incaricato esponenti di primissimo piano del suo governo, incluso il segretario al Tesoro Yellen, di intercedere con i leader dei regimi del Golfo Persico. Il risultato è stato però del tutto deludente per Washington e di certo non ha aiutato in nessun modo la scelta europea, fatta con ogni probabilità dietro pressioni americane, di procedere con il “price cap” per il petrolio russo. L’OPEC vede con estrema ostilità questa misura, poiché si tratta di un’ingerenza nelle questioni energetiche nel tentativo di manipolare il mercato in modo artificiale.

Il governo americano aveva già tentato senza successo di ottenere dal regime saudita un aumento della produzione di greggio tre mesi fa durante la visita di Biden a Riyadh. Poche settimane più tardi l’OPEC+ aveva decretato un leggero aumento di 100 mila barili al giorno, ma la decisione era stata giudicata come una sconfitta per gli Stati Uniti. Nella riunione di venerdì, le suppliche americane sono state ignorate ancora più clamorosamente, con l’alleanza di fatto tra Arabia Saudita e Russia decisa ad agire esclusivamente secondo i propri interessi. Il taglio stabilito alla produzione di petrolio pari a due milioni di barili al giorno è il più importante dall’inizio della pandemia e, nella totale impotenza di USA ed Europa, causerà a breve un aumento consistente dei prezzi dei carburanti.

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